Bar ombelico della provincia: riti, nomignoli, sfide e tribù
di DIEGO MARANI
Diego Marani apre le porte del luogo in cui si incrociano le storie di “Vita di Nullo” «È un ring della presa in giro che mai concede onori o riconoscimenti»
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Ogni epica ha i propri luoghi. Vita di Nullo, ballata della provincia italiana che Diego Marani ha portato in libreria per la nave di Teseo, ha come ombelico il bar. Un bar di paese, la sua Tresigallo; un bar di quando i baristi erano sacerdoti, mica gli aridi commessi di bottega che oggi si incontrano dietro troppi banconi. Archetipi che saranno al centro dell’evento di apertura della tre giorni di Copparo, di cui lo scrittore dà qui un’anteprima.
di DIEGO MARANI
Di bar ci sono piene le città e i paesi in tutto il mondo e in ogni lingua c'è una parola per descriverlo. Noi italiani usiamo una parola inglese ma il nostro bar non ha nulla a che vedere con quello inglese. Addirittura in inglese quel che per noi sarebbe il bar non si chiama bar ma pub. Ma anche questo nome è approssimativo perché nei pub non si fanno caffè. Insomma il bar è un perfetto esempio di diversità culturale: ognuno ha il suo. Quando ai miei colleghi che vengono da tutta l’UE racconto che torno al mio paese e vado al bar, ognuno di loro si immagina il bar che ha in testa o quello che credono debba essere un bar in Italia. Così molti commentano: “Ah! Poi bevete l’aperitivo seduti alla terrazza e chiacchierate con le belle ragazze!” Io scuoto la testa: “Non proprio…” rispondo evasivo pensando al mio bar frequentato da soli omacci dove l’unica donna è la moglie del barista e semmai ne entra un’altra crolla fra i tavoli un silenzio glaciale. Ricordo le volgarità estreme che vi si dicono, i vaffanculo di saluto che ci scambiamo, gli sfottò interminabili e mi guardo bene dal raccontare oltre. Ma quando spogliati i panni della mia rispettabile professione e del mio pubblico ruolo prendo la bicicletta e vado al mio bar io sento di varcare una soglia che non è solo fisica. Entro in un mondo dove i rapporti sono immutabili e sacri, come in una tribù primitiva. Il bar non è solo un posto, è un rito. Ha i suoi officianti e i suoi fedeli. Innanzitutto c’è la questione del soprannome. Nessuno al bar porta il proprio nome ma il nome sacro che gli ha dato la tribù. Chiamare qualcuno per nome al bar è come prendere le distanze da lui.
Oppure lo si fa in presenza di un estraneo, per non farlo sentire escluso. E a condizione che se ne vada presto. Ma il bar ha anche un uso diverso a seconda delle generazioni. Noi ragazzi del baby-boom ci passavamo pomeriggi e serate intere. I giovani d'oggi lo usano più come punto di ritrovo per altre partenze. Per noi c'era il battesimo del bar. Un rito iniziatico che cominciava con la prima sigaretta, la prima partita a tresette, la prima sbronza di spriz. Quando si varcava la porta del bar si entrava nell'età adulta e il primo in cui mettevamo piede era il nostro per tutta la vita.
Una tribù, appunto: una religione. I giovani d'oggi possono cambiare bar. Noi no. Possiamo anche frequentarne un altro ma non saremo mai considerati membri a pieno titolo, solo randagi di passaggio, apostati del nostro Dio. Il bar ricorda tutto. La sua memoria è inestinguibile. Una falla, una manchevolezza commessa anche quarant'anni prima qui non va smarrita, fa parte del curriculum di ognuno e viene di volta in volta ributtata in faccia all'interessato. Certi soprannomi si fondano proprio su quell'errore o quella brutta figura, tramandandola per sempre. Il bar è anche feroce, non perdona nulla, vero e proprio ring della presa in giro, non esita a mettere alla berlina e invece mai concede onori e riconoscimenti. Ma il bar ha anche compassione e se il dolore non lo nomina, lo accudisce, gli offre distrazione. Il bar, come ogni rito, ha la sua ora. Non si celebra alla mattina, ma c’è già una funzione nel pomeriggio.
D’estate può esserci un fioretto all’ora dell’aperitivo, con qualcuno dei più prestigiosi bardi che affila le sue battute. Però è la sera che si tiene la messa solenne, con tutti i porporati e la ressa delle grandi occasioni. A quell’ora una volta nel mio bar si formavano cerchi di astanti che si rimbeccavano e si sfidavano in gare di retorica. L’istrione più bravo era quello che attirava il maggior numero di gente e che teneva sempre ben tesa la corda della risata. Oggi siamo rimasti in pochi e la nostra religione è in declino. Ci manca fortemente un ricambio generazionale. Ma qualche volta ancora un vecchio sciamano riesce a riaccendere la fiamma e allora crepita come una volta la gragnola delle battute e i nostri rochi cantori per una sera ancora ripetono il miracolo. È il bar, non è un luogo, è un modo.
di DIEGO MARANI
Di bar ci sono piene le città e i paesi in tutto il mondo e in ogni lingua c'è una parola per descriverlo. Noi italiani usiamo una parola inglese ma il nostro bar non ha nulla a che vedere con quello inglese. Addirittura in inglese quel che per noi sarebbe il bar non si chiama bar ma pub. Ma anche questo nome è approssimativo perché nei pub non si fanno caffè. Insomma il bar è un perfetto esempio di diversità culturale: ognuno ha il suo. Quando ai miei colleghi che vengono da tutta l’UE racconto che torno al mio paese e vado al bar, ognuno di loro si immagina il bar che ha in testa o quello che credono debba essere un bar in Italia. Così molti commentano: “Ah! Poi bevete l’aperitivo seduti alla terrazza e chiacchierate con le belle ragazze!” Io scuoto la testa: “Non proprio…” rispondo evasivo pensando al mio bar frequentato da soli omacci dove l’unica donna è la moglie del barista e semmai ne entra un’altra crolla fra i tavoli un silenzio glaciale. Ricordo le volgarità estreme che vi si dicono, i vaffanculo di saluto che ci scambiamo, gli sfottò interminabili e mi guardo bene dal raccontare oltre. Ma quando spogliati i panni della mia rispettabile professione e del mio pubblico ruolo prendo la bicicletta e vado al mio bar io sento di varcare una soglia che non è solo fisica. Entro in un mondo dove i rapporti sono immutabili e sacri, come in una tribù primitiva. Il bar non è solo un posto, è un rito. Ha i suoi officianti e i suoi fedeli. Innanzitutto c’è la questione del soprannome. Nessuno al bar porta il proprio nome ma il nome sacro che gli ha dato la tribù. Chiamare qualcuno per nome al bar è come prendere le distanze da lui.
Oppure lo si fa in presenza di un estraneo, per non farlo sentire escluso. E a condizione che se ne vada presto. Ma il bar ha anche un uso diverso a seconda delle generazioni. Noi ragazzi del baby-boom ci passavamo pomeriggi e serate intere. I giovani d'oggi lo usano più come punto di ritrovo per altre partenze. Per noi c'era il battesimo del bar. Un rito iniziatico che cominciava con la prima sigaretta, la prima partita a tresette, la prima sbronza di spriz. Quando si varcava la porta del bar si entrava nell'età adulta e il primo in cui mettevamo piede era il nostro per tutta la vita.
Una tribù, appunto: una religione. I giovani d'oggi possono cambiare bar. Noi no. Possiamo anche frequentarne un altro ma non saremo mai considerati membri a pieno titolo, solo randagi di passaggio, apostati del nostro Dio. Il bar ricorda tutto. La sua memoria è inestinguibile. Una falla, una manchevolezza commessa anche quarant'anni prima qui non va smarrita, fa parte del curriculum di ognuno e viene di volta in volta ributtata in faccia all'interessato. Certi soprannomi si fondano proprio su quell'errore o quella brutta figura, tramandandola per sempre. Il bar è anche feroce, non perdona nulla, vero e proprio ring della presa in giro, non esita a mettere alla berlina e invece mai concede onori e riconoscimenti. Ma il bar ha anche compassione e se il dolore non lo nomina, lo accudisce, gli offre distrazione. Il bar, come ogni rito, ha la sua ora. Non si celebra alla mattina, ma c’è già una funzione nel pomeriggio.
D’estate può esserci un fioretto all’ora dell’aperitivo, con qualcuno dei più prestigiosi bardi che affila le sue battute. Però è la sera che si tiene la messa solenne, con tutti i porporati e la ressa delle grandi occasioni. A quell’ora una volta nel mio bar si formavano cerchi di astanti che si rimbeccavano e si sfidavano in gare di retorica. L’istrione più bravo era quello che attirava il maggior numero di gente e che teneva sempre ben tesa la corda della risata. Oggi siamo rimasti in pochi e la nostra religione è in declino. Ci manca fortemente un ricambio generazionale. Ma qualche volta ancora un vecchio sciamano riesce a riaccendere la fiamma e allora crepita come una volta la gragnola delle battute e i nostri rochi cantori per una sera ancora ripetono il miracolo. È il bar, non è un luogo, è un modo.
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