La Nuova Ferrara

l’intervista/1 

“Le otto montagne” di Cognetti «Oggi c’è bisogno di autenticità»

di SAMUELE GOVONI
“Le otto montagne” di Cognetti «Oggi c’è bisogno di autenticità»

Da bambino alternava la vita in città a quella in montagna, poi per tanto tempo le cime sono state accantonate in favore della metropoli. A trent’anni però, Paolo Cognetti, ha sentito il bisogno di...

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Da bambino alternava la vita in città a quella in montagna, poi per tanto tempo le cime sono state accantonate in favore della metropoli. A trent’anni però, Paolo Cognetti, ha sentito il bisogno di tornare tra quelle valli e quelle vette che l’hanno visto crescere. Oggi è uno scrittore di successo, vive in una baita a duemila metri di quota sopra Brusson (in Valle D’Aosta) e ha dato alle stampe un libro pubblicato da Einaudi che, prima della sua uscita, era già stato venduto in 30 Paesi.
Come e quando nasce “Le otto montagne”?
«È un libro che arriva dopo tanto lavoro. Non sono un esordiente e penso che questo romanzo sia un po’ il frutto di vent’anni di scrittura. Avevo una storia dentro di me, una storia che volevo raccontare e che parla di amicizia. Sentimento importantissimo e molto raro».
Il romanzo ha avuto da subito un grande successo. Come se lo spiega?
«Penso di aver colto qualcosa di universale, a volte succede. Magari non te ne accorgi durante la scrittura ma alla fine ti rendi conto che è andata così. Oggi come oggi nel mondo c’è un forte senso di ritorno ai luoghi naturali, come le montagne, che in passato sono stati abbandonati».
Perché?
«Forse per l’onnipresenza dei mezzi di comunicazione e intrattenimento. Ci siamo riempiti di cose superficiali e vuote senza conoscerne nemmeno il motivo. Il “ritorno alla montagna” è un concetto. C’è bisogno di autenticità, di silenzio e riflessione. Abbiamo vissuto decenni in cui la città sembrava il modello vincente e oggi quel modello è entrato in crisi».
C’è stato un libro o un film che l’ha riportata a riconsiderare in montagna?
«Sì. A 30 anni stavo vivendo un momento abbastanza critico. Dopo aver visto Into the wild, il film di Sean Penn tratto dal libro di Jon Krakauer, Nelle terre estreme, uscii dal cinema con le lacrime agli occhi. In quel momento capii che dovevo tornare in montagna e ricominciare».
Di cosa si ha più paura oggi?
«Della solitudine. Siamo terrorizzati dal tempo vuoto e dal silenzio anche se, queste cose, possono anche produrre pensieri e opere d’arte. Anche io ho faticato inizialmente ad abituarmi alla solitudine ma volevo mettermi alla prova, volevo allenarmi a stare da solo; ne avevo bisogno».

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