“Nove giorni al Cairo”, un docufilm per fare luce sulla morte di Regeni
di ANDREA SCUTELLÀ
Il volto sfigurato di Giulio Regeni ha parlato a sua madre dal lettino dell’obitorio. Le ha raccontato “tutto il male del mondo”, come lei stessa ha rivelato, nonostante solo la punta del suo naso...
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Il volto sfigurato di Giulio Regeni ha parlato a sua madre dal lettino dell’obitorio. Le ha raccontato “tutto il male del mondo”, come lei stessa ha rivelato, nonostante solo la punta del suo naso fosse riconoscibile. Quel volto non diceva più nulla di Giulio, ormai, ma tutto dei suoi torturatori. Era l’unica immagine disponibile delle loro anime nere, l’unica prova delle atrocità subite. Ogni livido un colpo inferto nei nove giorni fatali in cui il ricercatore si trovò nelle mani degli apparati di sicurezza dello Stato egiziano. I segni sul volto del figlio di Paola Deffendi e Claudio Regeni sono una firma.
Stasera alle 21.20 Rai 3, durante uno speciale di Carta Bianca condotto da Bianca Berlinguer, trasmetterà Nove giorni al Cairo, il docufilm parte della grande inchiesta multimediale che Super 8 di Repubblica ha dedicato al racconto degli ultimi giorni di Giulio Regeni, prodotto dalla Divisione Digitale del gruppo editoriale Gedi in collaborazione con 42° Parallelo. Dopo la messa in onda l’inchiesta, il film e la webserie saranno disponibili sul sito Repubblica.it. Le firme sono quelle dei due giornalisti che fin dai primi giorni della scomparsa del giovane friulano hanno cercato di far luce su una tragedia: Giuliano Foschini e Carlo Bonini.
Perché la luce comincia a vedersi in fondo al tunnel carico d’orrore di questa vicenda. La storia comincia dove finisce il cadavere di Giulio: sul ciglio della superstrada che collega il Cairo ad Alessandria d’Egitto, ritrovato il 3 febbraio 2016. Morto già da un giorno: l’incidente stradale, primo di una lunga serie di depistaggi, pareva davvero poco credibile. Chi aveva visto il suo corpo aveva riconosciuto i segni che lasciano le anime nere dei professionisti della tortura. Quando si parla di simili pratiche, nel Paese governato dal regime del generale al-Sisi, la firma è quella dei servizi segreti dipendenti dal ministero degli Interni, la National security agency (Nsa). Che, denuncia Amnesty international nel rapporto “Egitto: ufficialmente tu non esisti”, nel biennio 2015-2016 si è resa responsabile di centinaia “di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico”. Eventi su cui, ovviamente, non esistono dati ufficiali. Ma Amnesty riporta quelli delle organizzazioni non governative locali, che parlano di 3-4 sparizioni forzate al giorno, e nel rapporto documenta nel dettaglio almeno 17 casi di tortura. Era un informatore dell’Nsa Mohammed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani con cui Giulio Regeni aveva preso contatto per la ricerca che svolgeva per conto dell’università di Cambridge. Dopo la diffusione di una conversazione tra i due, Abdallah ha ammesso di averlo denunciato al servizio segreto. Giulio è scomparso il 25 gennaio e già il 30 i suoi genitori raggiungevano la capitale egiziana. Il docufilm di Repubblica intreccia le voci dei protagonisti con gli audio e le immagini inedite raccolte durante l’inchiesta. Per chiedere ancora, con più forza, la verità per Giulio Regeni.
Stasera alle 21.20 Rai 3, durante uno speciale di Carta Bianca condotto da Bianca Berlinguer, trasmetterà Nove giorni al Cairo, il docufilm parte della grande inchiesta multimediale che Super 8 di Repubblica ha dedicato al racconto degli ultimi giorni di Giulio Regeni, prodotto dalla Divisione Digitale del gruppo editoriale Gedi in collaborazione con 42° Parallelo. Dopo la messa in onda l’inchiesta, il film e la webserie saranno disponibili sul sito Repubblica.it. Le firme sono quelle dei due giornalisti che fin dai primi giorni della scomparsa del giovane friulano hanno cercato di far luce su una tragedia: Giuliano Foschini e Carlo Bonini.
Perché la luce comincia a vedersi in fondo al tunnel carico d’orrore di questa vicenda. La storia comincia dove finisce il cadavere di Giulio: sul ciglio della superstrada che collega il Cairo ad Alessandria d’Egitto, ritrovato il 3 febbraio 2016. Morto già da un giorno: l’incidente stradale, primo di una lunga serie di depistaggi, pareva davvero poco credibile. Chi aveva visto il suo corpo aveva riconosciuto i segni che lasciano le anime nere dei professionisti della tortura. Quando si parla di simili pratiche, nel Paese governato dal regime del generale al-Sisi, la firma è quella dei servizi segreti dipendenti dal ministero degli Interni, la National security agency (Nsa). Che, denuncia Amnesty international nel rapporto “Egitto: ufficialmente tu non esisti”, nel biennio 2015-2016 si è resa responsabile di centinaia “di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico”. Eventi su cui, ovviamente, non esistono dati ufficiali. Ma Amnesty riporta quelli delle organizzazioni non governative locali, che parlano di 3-4 sparizioni forzate al giorno, e nel rapporto documenta nel dettaglio almeno 17 casi di tortura. Era un informatore dell’Nsa Mohammed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani con cui Giulio Regeni aveva preso contatto per la ricerca che svolgeva per conto dell’università di Cambridge. Dopo la diffusione di una conversazione tra i due, Abdallah ha ammesso di averlo denunciato al servizio segreto. Giulio è scomparso il 25 gennaio e già il 30 i suoi genitori raggiungevano la capitale egiziana. Il docufilm di Repubblica intreccia le voci dei protagonisti con gli audio e le immagini inedite raccolte durante l’inchiesta. Per chiedere ancora, con più forza, la verità per Giulio Regeni.
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