La Nuova Ferrara

Quanto è difficile l’arte del tradurre romanzi e storie 

di SAMUELE GOVONI
Quanto è difficile l’arte del tradurre romanzi e storie 

Daniele Benati racconta i tranelli della professione Domani sarà a Ferrara per presentare la sua ultima fatica 

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FERRARA. «Si potrebbe scrivere un libro sulle difficoltà che si incontrano traducendo un romanzo o un racconto dall'inglese all'italiano. Dal punto di vista ritmico le difficoltà maggiori riguardano le caratteristiche sintattiche della lingua originale che non sono le stesse dell'italiano. Poi ci sono i giochi di parole, lo slang e quei termini “intraducibili”. Tutto questo senza dimenticare che certe espressioni vengono utilizzate in un determinato periodo storico e poi scompaiono». Non è certo semplice tradurre in italiano un libro scritto da un autore straniero, parola di Daniele Benati, lo scrittore e traduttore che domani alle 18 sarà all'Ibs+Libraccio di Ferrara per presentare “Tutto in ordine e al suo posto” (ed. Marcos y Marcos) il volume da lui tradotto che raccoglie dieci racconti dell'irlandese Brian Friel. Con lo scrittore dialogherà Michele Ronchi Stefanati.
Benati, nel corso della sua carriera ha tradotto racconti di Twain, London o “Gente di Dublino” di Joyce. Ma le traduzioni cambiano, quanto “invecchiano le parole”?
«Ci sono parole che cambiano da decennio a decennio, altre che si modificano con più frequenza. Se leggessimo un romanzo americano tradotto in italiano nei primi anni Ottanta, non sarebbe difficile trovare la parola “sbarbine”. Quel termine oggi non si usa più. Le parole che cambiano e invecchiano più velocemente sono quelle legate alla tecnologia, al gergo giovanile o alla malavita. Poi ci sono le espressioni idiomatiche. Nella prima traduzione del “Giovane Holden”, per me bellissima, il protagonista dice spesso “Vattela a pesca”. Oggi i ragazzi non usano più quell'espressione. Le parole hanno una vita, così come la musica. Dal sound riusciamo a risalire bene o male all'epoca e con certi termini è lo stesso».
Cosa significa per lei tradurre un’opera letteraria?
«Io traduco solo opere per le quali mi sembra di poter trovare un buon corrispondente in italiano. Non faccio il traduttore di professione. Tecnicamente per me significa entrare nella testa del personaggio che narra (nell’originale) e cercare di capire come questo personaggio direbbe le stesse cose in italiano: cioè quali parole userebbe. Il testo che mi ha dato maggior soddisfazione è stato “La miseria in bocca” di O'Brien. Il suo inglese era venato da una corrente sotterranea di gaelico, cosa che dava un andamento anormale alla lingua dal punto di vista sintattico. Ho capito che potevo replicare quell'andamento con costrutti sintattici del dialetto emiliano».
Venendo al libro, c’è un tema dominante che collega una storia all’altra?
«In “Tutto in ordine e al suo posto” viene ritratta quella che è un’Irlanda rurale, ovviamente molto diversa da quella odierna, ma allo stesso tempo ancora attuale per l’universalità dei temi trattati. Essi infatti si basano su contrapposizioni abbastanza tipiche, che in fondo segnano anche la nostra vita, come quelle fra illusione/disillusione, realtà/apparenza, velleità e ambizioni che si trasformano in frustrazioni, desideri inappagati e senso di fallimento».
Chi sono i personaggi di Friel?
“I personaggi più interessanti sono quelli che vivono ai margini delle comunità da lui descritte: personaggi come il rabdomante, l’illusionista, il guaritore, il prete impazzito; portatori di un sapere oscuro che non può essere integrato. Poi ci sono altri personaggi che potrebbero essere tipici anche delle nostre zone, come i colombicoltori e gli allevatori di galli da combattimenti. E infine una bella schiera di personaggi positivi: le donne”.
Il racconto “Fra le rovine”, dal titolo rimanda a “Visioni di case che crollano”, il documentario di Celati. C’è un rapporto tra la poetica dei due e, anche se si tratta di Irlanda ed Emilia, tra i luoghi narrati?
«Sì, un rapporto c’è, perché in entrambi i casi si perviene alla consapevolezza, più esplicita forse nel racconto di Friel che non nel film-documentario di Celati, che nulla del passato va perduto, perché è proprio l’azione stessa del raccontare e del tramandare anche sottoforma di immagini a mettere in salvo anche le cose che sembrano andare in rovina».
Conosce Ferrara? Ha qualche ricordo particolare legato a questi luoghi?
«Ne ho parecchi di ricordi. Già a partire da quando ero ragazzo, i migliori di noi che giovavano a calcio arrivavano alla Spal passando per il Suzzara. Al Palazzo dei Diamanti ho visto per la prima volta i quadri di Rauschenberg e Jasper Johns. Poi nel 1990 Elisabetta Sgarbi mi ha invitato al suo compleanno a Ro. E a Ferrara ho presentato il mio primo libro “Silenzio in Emilia”, su invito di Stefano Tassinari, ricordo sempre volentieri».
 

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