Public History Ovvero la storia a portata di tutti
Ravenna da domani ospiterà 500 studiosi Iannucci: gli uomini costruiscono la memoria
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Ravenna diventerà la capitale della public history in Italia. Da domani a venerdì, infatti, la città ospiterà circa 500 studiosi a palazzo dei Congressi e palazzo Corradini il quarto convegno annuale della International Federation for Public History insieme al primo convegno della Aiph, l’associazione italiana di Public History. È da un po’ di tempo che si sente parlare nelle aule universitarie di Public History. Ma che cos’è esattamente questa disciplina, a metà tra accademia e divulgazione? Alessandro Iannucci, docente Unife e Unibo, insieme al collega Luigi Tomassini, ha contribuito a organizzare il convegno che si terrà nella vicina Ravenna e proprio lui spiega il concetto che si cela dietro queste due parole.
«Facciamo un salto nel passato - dice Iannucci -. Per quasi una decina di secoli, tra il XV e il VI secolo a.C. in tutto il mondo greco la conoscenza del passato e quindi della storia era mediata da cantori girovaganti, prima nelle corti micenee e poi nelle polis greche. In spazi pubblici questi poeti raccontavano le antiche glorie degli eroi: i fatti, le imprese su cui si concentrava l’attenzione della pubblica opinione, i valori e i saperi che meritavano di essere conservati e tramandati. In questa modalità comunicativa risiedono i due elementi tipici della Public History oggi: il concetto di memoria pubblica e collettiva; la trasmissione del passato attraverso media efficaci e potenzialmente di ampia fruizione pubblica».
Iannucci, c’è però chi ritiene la storia e le materie umanistiche discipline superate.
«Non credo innanzi tutto a questa distinzione; è una chiacchiera, un luogo comune che riprende ribaltandola l’antica teoria delle arti del trivio e del quadrivio. Non è qui il caso di riaprire un dibattito spesso sterile e mi limito a qualche esempio: Galileo, scienziato, è probabilmente il migliore scrittore in lingua italiana prima di Manzoni e il Dialogo sopra i massimi sistemi è un capolavoro, a prescindere a quale delle due presunte culture appartenga. Il greco, nulla di più inutile, superato e appunto umanistico, è la lingua in cui tra III e II secolo a.C. si sono poste le basi per una rivoluzione scientifica e per lo sviluppo di conoscenze che ancora oggi non sono parte della formazione di tutti: gli Elementi di Euclide o il Trattato sui galleggianti di Archimede, letti in originale o in una buona traduzione con testo a fronte sono capolavori dimenticati di una presunta cultura scientifica accessibile soltanto a chi abbia buone basi di una presunta cultura umanistica. Quanto alla storia, gli uomini vivono nel tempo e ne costruiscono memoria: ogni forma di conoscenza è declinata nella storia. Non possiamo prescindere dalla storia insomma».
Come viene utilizzata la Public History nei programmi didattici? E a che livello?
«La Public History è già parte dei programmi didattici di molte università. Per limitarmi al contesto italiano, oltre ovviamente alla sede di Ravenna e dell’università di Bologna, dove insegna Storia contemporanea e Storia della fotografia Luigi Tomassini (fondatore dell’associazione italiana di Public History), posso ricordare Paolo Bertella Farneti e Lorenzo Bertucelli direttori del master di Public History di Modena, e autori di un volume sulla Public History in Italia che uscirà in questi giorni. Un altro master sta per partire all’università statale di Milano con l’istituto Feltrinelli, con David Bidussa. All’università di Salerno Marcello Ravveduto, insegna Digital & Public History all’università di Salerno».
Crede che le serie tv ambientate in diverse epoche storiche o i romanzi che narrano di tempi passati potrebbero stimolare il pubblico e incentivare la Public History?
«Questo interesse e soprattutto l’attività di storytelling di registi, sceneggiatori, scrittori, produttori è già una forma di Public History ed è anzi la prova più evidente che vi sia una necessità ampia e pubblica di prendere coscienza della propria memoria, di conoscere il passato che non è fatto solo di date, personaggi celebri, strategie politiche e militari (la cosiddetta storia evenemenziale) ma anche di modi di vestire, di pensare, di immaginare».
Come fare per saperne di più sulla Public History?
«Sicuramente (sorride Iannucci, ndr) partecipando al convegno che da domani raccoglierà a Ravenna un gran numero di delegati in sessioni di studio, eventi collaterali, presentazioni e discussioni pubbliche sui più svariati temi connessi alla Public History. Per una settimana Ravenna sarà la “città della storia”. La Public History come dicevo prima è sostanzialmente mediatica e il web ne ha ampliato in modo virale la diffusione».
Irene Lodi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Facciamo un salto nel passato - dice Iannucci -. Per quasi una decina di secoli, tra il XV e il VI secolo a.C. in tutto il mondo greco la conoscenza del passato e quindi della storia era mediata da cantori girovaganti, prima nelle corti micenee e poi nelle polis greche. In spazi pubblici questi poeti raccontavano le antiche glorie degli eroi: i fatti, le imprese su cui si concentrava l’attenzione della pubblica opinione, i valori e i saperi che meritavano di essere conservati e tramandati. In questa modalità comunicativa risiedono i due elementi tipici della Public History oggi: il concetto di memoria pubblica e collettiva; la trasmissione del passato attraverso media efficaci e potenzialmente di ampia fruizione pubblica».
Iannucci, c’è però chi ritiene la storia e le materie umanistiche discipline superate.
«Non credo innanzi tutto a questa distinzione; è una chiacchiera, un luogo comune che riprende ribaltandola l’antica teoria delle arti del trivio e del quadrivio. Non è qui il caso di riaprire un dibattito spesso sterile e mi limito a qualche esempio: Galileo, scienziato, è probabilmente il migliore scrittore in lingua italiana prima di Manzoni e il Dialogo sopra i massimi sistemi è un capolavoro, a prescindere a quale delle due presunte culture appartenga. Il greco, nulla di più inutile, superato e appunto umanistico, è la lingua in cui tra III e II secolo a.C. si sono poste le basi per una rivoluzione scientifica e per lo sviluppo di conoscenze che ancora oggi non sono parte della formazione di tutti: gli Elementi di Euclide o il Trattato sui galleggianti di Archimede, letti in originale o in una buona traduzione con testo a fronte sono capolavori dimenticati di una presunta cultura scientifica accessibile soltanto a chi abbia buone basi di una presunta cultura umanistica. Quanto alla storia, gli uomini vivono nel tempo e ne costruiscono memoria: ogni forma di conoscenza è declinata nella storia. Non possiamo prescindere dalla storia insomma».
Come viene utilizzata la Public History nei programmi didattici? E a che livello?
«La Public History è già parte dei programmi didattici di molte università. Per limitarmi al contesto italiano, oltre ovviamente alla sede di Ravenna e dell’università di Bologna, dove insegna Storia contemporanea e Storia della fotografia Luigi Tomassini (fondatore dell’associazione italiana di Public History), posso ricordare Paolo Bertella Farneti e Lorenzo Bertucelli direttori del master di Public History di Modena, e autori di un volume sulla Public History in Italia che uscirà in questi giorni. Un altro master sta per partire all’università statale di Milano con l’istituto Feltrinelli, con David Bidussa. All’università di Salerno Marcello Ravveduto, insegna Digital & Public History all’università di Salerno».
Crede che le serie tv ambientate in diverse epoche storiche o i romanzi che narrano di tempi passati potrebbero stimolare il pubblico e incentivare la Public History?
«Questo interesse e soprattutto l’attività di storytelling di registi, sceneggiatori, scrittori, produttori è già una forma di Public History ed è anzi la prova più evidente che vi sia una necessità ampia e pubblica di prendere coscienza della propria memoria, di conoscere il passato che non è fatto solo di date, personaggi celebri, strategie politiche e militari (la cosiddetta storia evenemenziale) ma anche di modi di vestire, di pensare, di immaginare».
Come fare per saperne di più sulla Public History?
«Sicuramente (sorride Iannucci, ndr) partecipando al convegno che da domani raccoglierà a Ravenna un gran numero di delegati in sessioni di studio, eventi collaterali, presentazioni e discussioni pubbliche sui più svariati temi connessi alla Public History. Per una settimana Ravenna sarà la “città della storia”. La Public History come dicevo prima è sostanzialmente mediatica e il web ne ha ampliato in modo virale la diffusione».
Irene Lodi
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