Arte divisa tra la luce e il buio alla Biennale di Venezia
Pubblico protagonista e maggiori interazioni tra le opere e i visitatori Pacelli: dalla Germania e dalla Romania proposte idee interessanti
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È cominciato tutto con un ferrarese, forse il più famoso del momento, che accarezzava la criniera d’oro del leone della stilista Antonia Sautter. Il ministro Franceschini ha inaugurato così la 57esima Biennale d’Arte di Venezia, lo scorso 12 maggio (e aperta sino al 26 novembre). Una Biennale piuttosto inclusiva, nella quale gli artisti non si prendono gioco del fruitore, ma in quel gioco lo coinvolgono. Cercando di rispondere alle domande che stimolano la sua curiosità, offrono a chi si avvicina una prospettiva differente, un punto di vista sul quotidiano. D’altronde, “Viva Arte Viva” è il titolo che ha scelto la curatrice Christine Macel. Tra i mostri sacri che aleggiano nelle sale del padiglione centrale, nel cuore dei giardini dell’Arsenale, si percepisce densa la presenza di Duchamp. «I believe in nothing», ostentava ironico il francese che andava fiero di non “lavorare”, almeno nel senso comunemente inteso; perché il niente è tutto, come l’ozio creativo che fa da tema portante e viene condannato dalla società attuale, ipercinetica e inappagata, per la quale equivale a uno spreco di tempo.
A zonzo per i Giardini, poi, l’incontro con Maria Luisa Pacelli: «Il livello è lo stesso delle scorse edizioni - commenta la direttrice di Ferrara Arte -. Si vedono opere consistenti e altre meno, alcune troppo sensazionalistiche e anche poco comprensibili. Ho apprezzato il paglione Usa nel talento di Mark Bradford. Il giovane di Baltimora si è calato con sensibilità nella realtà che lo circonda. La Germania ha messo in atto un’idea interessante, una performance permanente che impegna svariate figure. La Romania propone un’artista di spessore, Geta Brătescu, che potrebbe essere presa in considerazione per la prossima Biennale Donna».
In esposizione c’è sia l’intellettuale che dialoga con il sistema di cui è figlio, sia quello che l’asseconda; c’è sia chi replica a certe contraddizioni, sia chi si adegua. L’importante è non confondere le necessità con le contingenze: prevale quindi la visione contro un mercato bulimico che non dorme mai e sopprime i diritti umani a favore delle merci, la quantità a favore della qualità della vita. Si affranca la critica nei confronti di un mondo che non cresce, ma che replica i suoi errori quasi fossero dei tumori.
Una risposta risolutiva arriva dal Nord e non dall’Oriente: migliaia di anni con poche ore di luce hanno insegnato alla Danimarca il valore del riposo. Kirstine Roepstorff ha deciso di calare lo spettatore dentro uno spazio totalmente buio, senza riferimento alcuno, dal quale non può esimersi se non a rappresentazione conclusa. S’intitola Influenza. Theatre of glowing darkness l’ambigua esperienza sensoriale, perché simboleggia tanto la capacità di condizionare chi entra, quanto la tendenza sociale che in lui deve essere curata. L’approccio luminoso delle metropoli è un modo di essere spinto alla moltiplicazione e alla frenesia, mentre all’oscurità dalla critica occidentale sono stati riservati troppo spesso il caos e l’immobilismo. La notte tende invece alla concentrazione, fondamentale per raggiungere l’essenza dell’individuo.
A pochi passi la Finlandia sfotte letteralmente la piega che ha preso la sua identità nazionale, la sua evoluzione civile. Con estrema leggerezza Erkka Nissinen e Nathaniel Mellors paragonano l’essere umano a uno scherzo del fato, o meglio, alla distrazione di una divinità assente.
Per una questione di contrappasso rispetto alla modernità, il progetto irriverente curato da Xander Karskens immerge lo spettatore in un ambiente multimediale che per Virgilio ha un uovo parlante. La Russia, mutilata da secoli di dittatura e corruzione, si scaglia contro ogni forma di regime. Se in Cambio di scena Grisha Bruskin dimostra che mai c’è stata fine alla brama di potere, dagli Egizi a Stalin, in Theatrum Orbis Sasha Pirigova chiama in causa persino Dante.
Il nono cerchio dell’Inferno, quello destinato ai traditori, i peccatori più vicini a Lucifero, blocca e congela coloro che hanno provocato violenza sul web, comportandosi diversamente dai loro “profili”.
Ai Giardini ci si arriva seguendo le Zattere e a vista la laguna che sconfina sul mare. Senza contare che appena superato San Marco, si rivelano angoli inattesi, così il giardino dell’Istituto provinciale di Santa Maria della Pietà, che raccoglie i padiglioni di Andorra, Mongolia e Zimbabwe. Segno inconfondibile saranno le prime case basse e colorate, le lenzuola stese al vento: sarete già alla Biennale.
Matteo Bianchi
A zonzo per i Giardini, poi, l’incontro con Maria Luisa Pacelli: «Il livello è lo stesso delle scorse edizioni - commenta la direttrice di Ferrara Arte -. Si vedono opere consistenti e altre meno, alcune troppo sensazionalistiche e anche poco comprensibili. Ho apprezzato il paglione Usa nel talento di Mark Bradford. Il giovane di Baltimora si è calato con sensibilità nella realtà che lo circonda. La Germania ha messo in atto un’idea interessante, una performance permanente che impegna svariate figure. La Romania propone un’artista di spessore, Geta Brătescu, che potrebbe essere presa in considerazione per la prossima Biennale Donna».
In esposizione c’è sia l’intellettuale che dialoga con il sistema di cui è figlio, sia quello che l’asseconda; c’è sia chi replica a certe contraddizioni, sia chi si adegua. L’importante è non confondere le necessità con le contingenze: prevale quindi la visione contro un mercato bulimico che non dorme mai e sopprime i diritti umani a favore delle merci, la quantità a favore della qualità della vita. Si affranca la critica nei confronti di un mondo che non cresce, ma che replica i suoi errori quasi fossero dei tumori.
Una risposta risolutiva arriva dal Nord e non dall’Oriente: migliaia di anni con poche ore di luce hanno insegnato alla Danimarca il valore del riposo. Kirstine Roepstorff ha deciso di calare lo spettatore dentro uno spazio totalmente buio, senza riferimento alcuno, dal quale non può esimersi se non a rappresentazione conclusa. S’intitola Influenza. Theatre of glowing darkness l’ambigua esperienza sensoriale, perché simboleggia tanto la capacità di condizionare chi entra, quanto la tendenza sociale che in lui deve essere curata. L’approccio luminoso delle metropoli è un modo di essere spinto alla moltiplicazione e alla frenesia, mentre all’oscurità dalla critica occidentale sono stati riservati troppo spesso il caos e l’immobilismo. La notte tende invece alla concentrazione, fondamentale per raggiungere l’essenza dell’individuo.
A pochi passi la Finlandia sfotte letteralmente la piega che ha preso la sua identità nazionale, la sua evoluzione civile. Con estrema leggerezza Erkka Nissinen e Nathaniel Mellors paragonano l’essere umano a uno scherzo del fato, o meglio, alla distrazione di una divinità assente.
Per una questione di contrappasso rispetto alla modernità, il progetto irriverente curato da Xander Karskens immerge lo spettatore in un ambiente multimediale che per Virgilio ha un uovo parlante. La Russia, mutilata da secoli di dittatura e corruzione, si scaglia contro ogni forma di regime. Se in Cambio di scena Grisha Bruskin dimostra che mai c’è stata fine alla brama di potere, dagli Egizi a Stalin, in Theatrum Orbis Sasha Pirigova chiama in causa persino Dante.
Il nono cerchio dell’Inferno, quello destinato ai traditori, i peccatori più vicini a Lucifero, blocca e congela coloro che hanno provocato violenza sul web, comportandosi diversamente dai loro “profili”.
Ai Giardini ci si arriva seguendo le Zattere e a vista la laguna che sconfina sul mare. Senza contare che appena superato San Marco, si rivelano angoli inattesi, così il giardino dell’Istituto provinciale di Santa Maria della Pietà, che raccoglie i padiglioni di Andorra, Mongolia e Zimbabwe. Segno inconfondibile saranno le prime case basse e colorate, le lenzuola stese al vento: sarete già alla Biennale.
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