profilo d’artista
L’Informale riferimento di Pallara
L’autore ferrarese raffigura il passato con le sue composizioni
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L’ultima traccia della sua poetica Paolo Pallara l’ha lasciata sui muri del Café Teatro di Venezia qualche settimana fa. Sebbene abituato a lavorare su tele imponenti, l’intimità del luogo ha spinto l’artista ferrarese a riflettere sulla memoria attraverso opere contenute, ma concentrate.
L’Informale rimane il suo punto di riferimento: se Burri usava lembi di materia grezza per ricostruire il presente, scontati gli errori della seconda guerra mondiale, a Pallara interessa il passato che essa racchiude, testimoniato dalle crepe del legno o dalla ruggine del ferro. Un vissuto lontano dal suo, che accresce l’energia dell’intera composizione grazie a qualcosa di indefinibile che è andato perduto, ma che ha lasciato una traccia visibile e tangibile. La serie più emblematica è stata realizzata attraverso il recupero di vecchi giornali del primo Novecento, entrando nella cronaca e nelle parole che si riferiscono a un mondo scomparso.
L’artista segue un progetto che lo conduce a integrare ogni azione con il contesto. Spesso gli spazi raffigurati restano sospesi: cerchi spezzati, in mezzo a campiture di cere sul fondo. Il passaggio da uno all’altro rappresenta il divenire del nostro essere, un’identità dentro un’altra più organica e complessa. Una sorta di bitume fa da sfondo, a simboleggiare l’insieme inclusivo e indefinibile, in cui i particolari si confondono. A volte i piccoli sprazzi di rosso servono ad avvicinare lo sguardo, altre a farlo indietreggiare. Si tratta di macchie e di ferite al contempo, quelle che l’artista si porta addosso e non si rimarginano mai completamente, nel bene e nel male.
Pallara inverte le parti, amando dipingere la notte o la mattina presto: «Quando finisce la realtà della notte, comincia il sogno del giorno – sostiene – Può sembrare insolito, ma il buio amplifica la nostra cognizione. Cadono le nostre infrastrutture mentali e siamo in grado di soffermarci più a lungo sulla realtà, di espanderla, al riparo da sollecitazioni che trascinano a galla». (m.b.)
L’Informale rimane il suo punto di riferimento: se Burri usava lembi di materia grezza per ricostruire il presente, scontati gli errori della seconda guerra mondiale, a Pallara interessa il passato che essa racchiude, testimoniato dalle crepe del legno o dalla ruggine del ferro. Un vissuto lontano dal suo, che accresce l’energia dell’intera composizione grazie a qualcosa di indefinibile che è andato perduto, ma che ha lasciato una traccia visibile e tangibile. La serie più emblematica è stata realizzata attraverso il recupero di vecchi giornali del primo Novecento, entrando nella cronaca e nelle parole che si riferiscono a un mondo scomparso.
L’artista segue un progetto che lo conduce a integrare ogni azione con il contesto. Spesso gli spazi raffigurati restano sospesi: cerchi spezzati, in mezzo a campiture di cere sul fondo. Il passaggio da uno all’altro rappresenta il divenire del nostro essere, un’identità dentro un’altra più organica e complessa. Una sorta di bitume fa da sfondo, a simboleggiare l’insieme inclusivo e indefinibile, in cui i particolari si confondono. A volte i piccoli sprazzi di rosso servono ad avvicinare lo sguardo, altre a farlo indietreggiare. Si tratta di macchie e di ferite al contempo, quelle che l’artista si porta addosso e non si rimarginano mai completamente, nel bene e nel male.
Pallara inverte le parti, amando dipingere la notte o la mattina presto: «Quando finisce la realtà della notte, comincia il sogno del giorno – sostiene – Può sembrare insolito, ma il buio amplifica la nostra cognizione. Cadono le nostre infrastrutture mentali e siamo in grado di soffermarci più a lungo sulla realtà, di espanderla, al riparo da sollecitazioni che trascinano a galla». (m.b.)
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