La Nuova Ferrara

«Ho amato Ferrara Ma non sono stato ricambiato» 

«Ho amato Ferrara Ma non sono stato ricambiato» 

Carpentieri ripercorre i suoi anni in città L’attore racconta una carriera lunga una vita

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Renato Carpentieri non ha certo bisogno di presentazioni; attore di teatro, di cinema, televisione e regista, la sua carriera è costellata di successi e riconoscimenti. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, il Ciak d’Oro vinto come Miglior attore protagonista per La Tenerezza di Gianni Amelio, con il quale aveva già lavorato nel ’90.

Carpentieri, forse in pochi lo sanno ma ha un legame speciale con Ferrara. Negli anni Novanta, infatti, visse nella città estense per circa dieci anni. Qui fondò l’ associazione culturale Eutopia, che aveva la finalità di diffondere la cultura teatrale.

Carpentieri, cosa le è rimasto dal punto di vista professionale e umano, del periodo trascorso a Ferrara?

«Ferrara è una città affascinante. È bella con la neve, con la nebbia, col sole. La qualità della vita è alta e si vive sereni, o almeno così era negli anni in cui vi ho abitato. Non so come sia adesso, io sono stato bene e anche felice. Ho posto le basi per il mio lavoro successivo. Molti dei progetti pensati e messi in cantiere a Ferrara li ho realizzati dopo, tornando a Napoli».

Una delle attività più riuscite di Eutopia fu la realizzazione di un format che prevedeva la lettura di poesie, da parte sua e dei suoi colleghi, alla Sala Polivalente. Nel 1990/91 ha messo in scena Poetar di vino, in cui abbinate la lettura di poesia agli assaggi di vino. Come mai quella scelta di abbinare la poesia al vino, e perché ritiene che abbia avuto tanto successo?

«Per unire due piaceri, fino alla dissoluzione del senso comune. Oltre a Poetar di-vino, curato da Giuliano Longone, l’associazione Eutopia aveva elaborato due linee di intervento: una Rivista Parlata di poesia e la produzione di spettacoli. La Rivista, diretta da Romolina Trentini, è arrivata a dieci numeri, con la partecipazione di attori, musicisti, poeti, ricevendo dall’assessorato alla cultura solo i francobolli per gli inviti, e dalla stampa scarsissima attenzione (tutto gratis, volontariato culturale); per quanto riguarda gli spettacoli, riuscimmo a farne uno solo, una co-produzione col Teatro Comunale, Il lungo addio, dal Filottete di Sofocle. Intanto lavoravo al teatro Nuovo di Napoli e poi a Parma e a Modena e facevo cinema, da Porte aperte a Caro diario».

Perché non riuscì a fondare una compagnia teatrale a Ferrara? Cosa mancò?

«La stima delle istituzioni ferraresi: per loro non ero abbastanza bravo, non piacevo; e poi non ero di Ferrara, non avevo dalla mia amici d’infanzia o di liceo, non ero iscritto a partiti, non contavo niente, non spostavo voti, non avevo il potere che conquista amici. Ero uno sconosciuto. Il mio Filottete era non-riconciliato con i potenti del suo tempo, Odisseo o Agamennone: il teatro non deve essere rassicurante, deve produrre inquietudine e a qualcuno, i peggiori, deve dare fastidio».

Ha ottenuto un ottimo successo di critica e di pubblico con l’ ultimo film di Gianni Amelio, “La tenerezza”. Cos’è per lei la tenerezza?

«Perché definirla? Si manifesta in cose pratiche, gesti (la mano che stringe la mano dell'altra) e parole (il racconto perché l'altra si risvegli) e si può esercitare senza limiti di età e di genere. Presuppone comunque un’apertura all’altro e al mondo»

Ritiene che nel momento storico in cui viviamo la tenerezza sia ancora un sentimento presente e possibile?

«Il fatto che tutto ci porti in un’altra direzione non ci deve spaventare. È possibile e da perseguire, a patto che ci si alleni. Anche perché se una persona vive attaccato al proprio scoglio, incomincia a secernere una bile acida che lo rende ancora più fragile e solo; non lo dico io, era Kafka a sostenerlo. Certo, nel nostro mondo, la tenerezza può essere vista come una debolezza imperdonabile; l’imperativo sembra essere addestrare i bambini a farsi valere tenendo a freno altruismo e compassione, in modo da diventare adulti cool, capaci di restare a distanza di sicurezza dagli altri. Ma non dobbiamo sempre adeguarci».

In questo film ritrova Gianni Amelio, dopo che la diresse nel 1990 in “Porte aperte”. Si è creato un rapporto professionale di fiducia?

«Si è creata un’amicizia, una sorta di fratellanza. Lui ha avuto il coraggio di affidarmi Lorenzo, il suo doppio, e di guidarmi per cinque settimane, con attenzione e affetto. Nel 1989 mi aveva scelto, all’insaputa di Volonté, sulla base di un colloquio (mi aveva visto a teatro qualche anno prima), in sostituzione di Serge Reggiani che non poteva. E, grazie a lui, sono entrato nel cinema. Oggi, fidandomi completamente di Gianni, maestro di attori, sono orgoglioso di aver contribuito al successo del film».

Lei, appunto in “Porte aperte” recitò accanto a Gian Maria Volonté, un grande del nostro cinema. Che ricordo ha del set e delle riprese?

«Il primo ciak con Volonté lo ricordo sempre con commozione. Mentre provavamo la scena e cercavo di ricordare le mie battute lo guardavo ammirato: pochi movimenti, impercettibili variazioni sulla sua faccia davano il senso della sua diffidenza verso il giurato Consolo, che io interpretavo. “Porte aperte” è stato per me un seminario intensivo sull’arte dell’attore nel cinema, con due maestri, Amelio e Volonté. Gianmaria mi ha insegnato il rigore nella preparazione, la misura, la coscienza e la fiducia che la macchina da presa legge il pensiero dell’attore. È andato così bene il lavoro insieme che siamo diventati amici e abbiamo tanto parlato, nelle pause, di tutti i cambiamenti epocali di quel periodo, da Occhetto all’Urss. Sono andato a trovarlo anche a Velletri, proponendogli di fare a teatro un frammento de La cognizione del dolore di Gadda. Poi, nel 1994, l’abbiamo perduto».

Ha portato in scena “Il nome della rosa” al teatro Stabile di Torino, che porterà anche a Ferrara la prossima stagione teatrale.

«La regia è di Leo Muscato, con un bel cast di attori. Io interpreto il venerabile Jorge da Burgos, convinto di essere la “mano di Dio” e perciò autorizzato a distruggere il pericoloso manoscritto sulla Commedia, in cui Aristotele legittima il riso».

Il cinema la reclama ma lei dà sempre la priorità al teatro, il suo luogo di origine e debutto. Che emozioni regala il teatro ad un attore?

«Ho un’idea antica del teatro, sia nel farlo che nel vederlo: un luogo vero di conoscenza, di comunità, un luogo d’arte e un mestiere che deve piacere al pubblico e agli dei. Sì, posso dire che la scelta del teatro è maturata dagli spettacoli che ho visto (Fo, il Living Theatre, Grotovski), dagli incontri con artisti straordinari ma anche da una necessità politica. Voglio dire che è anche un modo di mettere alla prova, nel calore dello scambio tra persone vive, con energia e vividezza, intuizioni, concetti, interrogativi in coraggioso contrasto con l’epoca presente. Questo è l’impegno. Solo che è sempre più difficile. “I teatri sono come le ragazze, se non hanno dote intisiscono...”, diceva Gustavo Modena, e le piccole compagnie, come la mia, stentano a veder distribuiti i propri spettacoli».

Veronica Capucci

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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