FERRARA NERA • DELITTI DAL SECOLO SCORSO
Gli uomini ferraresi, e di quello che allora si definiva, con malcelato snobismo, contado, non avevano certo bisogno di recarsi ad Amsterdam, o in Danimarca, nel lontano 1962 (sempre ammesso che in...
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Gli uomini ferraresi, e di quello che allora si definiva, con malcelato snobismo, contado, non avevano certo bisogno di recarsi ad Amsterdam, o in Danimarca, nel lontano 1962 (sempre ammesso che in certe zone si fossero già insediate determinate attività), per vivere l’ebbrezza di un vero e proprio “Red light district” ante litteram.
In molti, probabilmente, non ne avrebbero avuto nemmeno la possibilità, e certe mode turistiche erano ancora lontane.
Un distretto a luci rosse, però, l’avevano in casa propria.
Non c’erano le donne in vetrina, ma buona parte dell’area di Via delle Volte, e delle strade limitrofe, di quello che era ed è, tuttora, uno dei centri storici medievali meglio conservati ed ampi d’Italia, era infatti, popolata, di un’umanità, per così dire, un tantino sui generis.
Che gli olandesi, ed i loro cugini danesi, o scandinavi, non abbiano inventato nulla, è testimoniato già dalla storia veneziana del Cinquecento, quando una zona piuttosto vasta di quella meravigliosa città, ricompresa tra Rialto, San Polo e l’inizio del Sestiere di Santa Croce, era affollata di centinaia di prostitute e cortigiane, la cui imponente presenza, nella Serenissima di quei decenni, è ancora oggi comprovata dalla toponomastica dell’area, che trova il proprio apice nel celeberrimo Ponte delle Tette, alle Carampane: due nomi, che, già da soli, testimoniano come, a certe dame, fosse consentito, dalle finestre che affacciavano sulle fondamenta, di mostrare determinate grazie, per attirare desideri, e non solo.
All’inizio degli Anni Sessanta del Novecento, tanta esibizione, nella Ferrara urbanisticamente più tortuosa, non era in alcun modo consentita: ma Via delle Volte, e le vicine vie Carlo Mayr e San Romano, con pertinenze e pertugi annessi, non erano molto diversi, nella sostanza, dai luoghi testè descritti.
Del resto, la storia, come ci ha egregiamente insegnato il buon Giambattista Vico (anche nei suoi aspetti più pecorecci, verrebbe da aggiungere), è notoriamente ciclica.
In quelle vie di Ferrara, in quegli anni, e per molti altri ancora, tra bar, osterie e case, si praticava diffusamente l’antico mestiere del meretricio, con tutte le attività connesse, dalla ristorazione, alle bevute, al gioco delle carte, alle scommesse.
E fior di giovani cittadini, e non solo, erano usi frequentare la zona, per l’iniziazione al compimento di determinate pratiche, soprattutto, nei fine settimana, quando in pieno boom economico italico, si era più liberi dagli impegni lavorativi.
Ferrara aveva allora quasi centosessantamila residenti, ed era la seconda città più popolosa dell’Emilia, dopo Bologna: di mercati e di offerta ce n’era un po’ in tutti i campi e, naturalmente, anche di domanda.
Al civico 30, proprio di Via delle Volte, abitava la vittima di questa storia, Maria Stocco, signora dal cognome di origine veneta, che lì esercitava il mestiere più antico del mondo, o se preferite, come avrebbe detto la mia nonna, “la faseva la vita”.
A pochi giorni dal Natale, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1962, attorno all’1.30, qualcuno la colpì, all’interno della propria abitazione, con un coltellata all’addome.
La Maria riceveva i clienti nella cucina, dov’era sistemato un lettino alla turca, mentre la camera matrimoniale, col suo letto nuovissimo, acquistato da poco, era riservata al suo amore, quello con la A maiuscola, e non poteva, in alcun modo, essere profanata con certe pratiche.
Quella notte, verso la una, era rientrata, dopo un’intera giornata, o quasi, trascorsa proprio davanti a casa, all’allora Osteria Campi, dove la stessa, tra una consumazione e l’altra, e le partite a carte, attendeva, da sola o con altre colleghe, i clienti, occasionali e fissi.
L’osteria suddetta, che non esiste più, ed i vicini Bar Condor (che esiste ancora, all’angolo tra San Romano e Via Mayr), e Mogadiscio (anch’esso chiuso e dimenticato), erano tra i principali luoghi deputati all’incontro, tra persone che lì cercavano di trovare sfogo ai propri appetiti sessuali.
Dopo l’accoltellamento, la Stocco venne soccorsa da alcuni vicini, e dalla sua più grande amica, e collega, tale Luciana.
La Luciana aveva trascorso buona parte della giornata, in compagnia della Stocco, all’Osteria Campi, poi, dopo aver ricevuto alcuni clienti, si era spostata al Bar Mogadiscio, in compagnia di amici, e del suo fedele servitore, un ragazzo, definito dalla stessa sentenza, di ben duecentotre pagine, del Tribunale di Ferrara, “pederasta”, che le faceva da cameriere, uomo delle pulizie e damo di compagnia.
Charles Aznavour impiegò ancora una decina d’anni, per sdoganare, quantomeno in musica, il travestitismo e l’omosessualità, con la canzone “Comme ils disent”, tradotta in italiano, col titolo “Quel che si dice”. Non stupisce, pertanto, rapportato al periodo, che la stessa Corte d’Assise di Ferrara definisse con quell’appellativo, colui che oggi, con un po’ più di tatto, verrebbe definito un cameriere gay.
La Luciana, interrogata quella stessa notte, dichiarò alla polizia di aver visto un giovane uomo, sui venticinque anni, scendere le scale dell’abitazione della Stocco, e fuggire in sella ad una bicicletta da donna, mentre accorreva, richiamata dalle grida dell’amica.
Aggiunse anche di averla vista rientrare in casa, poco prima, con quello stesso giovane, mentre si trovava ancora in strada, intenta ad attendere gli ultimi potenziali e, forse insperati, clienti di quel sabato.
Nei minuti immediatamente successivi al ferimento, a seguito del quale, si verificò un ragguardevole versamento di sangue, la Stocco venne trasportata in Ospedale, al Sant’Anna di Corso Giovecca, ma seppur parzialmente cosciente, e nonostante la presenza di due agenti, non volle rivelare nulla circa l’identità dell’aggressore, riservandosi di farlo non appena ricoverata.
Le indagini, molto complesse, fin dall’inizio, si concentrarono su alcune persone dell’ambiente, dai titolari del Bar Mogadiscio, il cui barista era stato visto correre via, fuori dal locale, in quegli stessi momenti, ai lenoni, protettori della Stocco, della Luciana stessa, e di altre signore del giro, come la Romana, e le sorelle Ines e Maria B., i cui cognomi non citeremo, perché estranee al procedimento penale.
Ma soprattutto, si estesero ad altri fatti di reato, come il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, la minaccia e la falsa testimonianza.
Le condizioni di salute della Stocco peggiorarono poche ore dopo il ricovero: il coltello aveva attinto il fegato.
La stessa morì all’1.30, un orario evidentemente molto sfortunato per la malcapitata, del 18 dicembre 1962, esattamente quarantotto ore dopo l’aggressione: e se ne andò, non rivelando agli inquirenti un solo elemento sul suo feritore.
Il Giudice Istruttore rinviò a giudizio diverse persone, fra le quali, il principale indiziato del delitto, il protettore, nonché amante, della Stocco, tale Giuliano.
Lo stesso godette inizialmente di un alibi, peraltro confermato da un testimone.
Nell’ora del delitto, infatti, sostenne di trovarsi in Via San Romano, a soccorrere un suo conoscente, che era stato aggredito e ferito a sua volta, e da tale contesto era stato trattenuto.
Non andava ancora di moda il termine Gad, ma appare evidente, che già cinquantacinque anni fa, esistessero in città, aree, per così dire, piuttosto movimentate.
Le sorelle della Stocco si costituirono parte civile nel processo, che si aprì nel 1964, davanti alla Corte d’Assise di Ferrara, e che vide sfilare ben centodue testimoni, in ventotto giorni d’udienza, non consecutivi.
Quello che oggi, senza dubbio, si definirebbe un dibattimento fiume.
Fu in quella sede, che la verità emerse: il venticinquenne, con la sigaretta in mano, fuggito in sella alla bici da donna, non era mai esistito.
La Luciana, su richiesta della stessa Stocco, per affetto verso l’amica, non aveva voluto rivelare il nome della persona, che salendo le scale, aveva trovato in casa, seminascosto dietro un mobile, con il soprabito verde e gli occhiali da sole indosso, all’una e trenta di notte, mentre la Maria si teneva le mani sulla ferita.
E lui stesso, nei giorni successivi, dopo aver fatto sparire il coltello, ed essersi assicurato che la Maria non avrebbe proferito verbo, aveva minacciato la teste, con un classicissimo “Guai a te se parli”.
Ma davanti alla Corte, quanto successo realmente non potè essere nascosto, ed anche di certi alibi si persero le tracce.
La Luciana, appena entrata in casa, richiamata dalle grida, aveva sentito l’amica affermare testualmente “Al ma dà na scurtlà”, e nell’ombra lo aveva visto.
E la di lui presenza, venne poi confermata dall’inquilino dell’ultimo piano.
Dopo un litigio, uno dei tanti, perché lui non voleva che lei giocasse a carte, e spendesse così i soldi guadagnati, invece di consegnarglieli tutti, proprio quello che lei amava, e che difese sempre, anche dopo che le diede il colpo, poi risultato fatale, l’aveva accoltellata.
Negli anni ne aveva sopportato le percosse, le minacce, i tradimenti: ed anche in punto di morte, chiese all’amica, che le aveva fatto visita in ospedale, di non rivelarne l’identità. Atto d’amore, o forse altro, non è facile definirlo oggi. G. B., con sentenza del 9 maggio 1965, venne riconosciuto, dalla Corte d’Assise di Ferrara, responsabile dell’omicidio preterintenzionale di Stocco Maria, nonché di sfruttamento della prostituzione e di minaccia e condannato alla pena di anni diciotto e mesi sei di detenzione.
Il 23 marzo del 1968, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna, a parziale riforma della sentenza impugnata, ridusse la pena carceraria ad anni tredici.
Giuliano non aveva voluto uccidere la Maria, ma solo ferirla, dopo l’ennesima lite. Questa la verità giudiziaria emersa, e definitiva. Non ci fu, secondo i giudici, dolo di omicidio, ma solo di lesione con successivo decesso non voluto.
Nel diritto penale, vi è qualcosa di matematico: e talvolta risulta efficace quanto la matematica stessa, nel fotografare la realtà.
Ripensando alla Maria, alla Luciana, ed al loro codazzo, camminando, oggi, a piccoli passi, per “la strada dei gatti dagli occhi turchini”, chiudendo le palpebre, sembra ancora di rivederla brulicante di un’umanità, forse capace di amare, anche nella disperazione, molto più di quanto un profano potrebbe immaginare.
Davide Bertasi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In molti, probabilmente, non ne avrebbero avuto nemmeno la possibilità, e certe mode turistiche erano ancora lontane.
Un distretto a luci rosse, però, l’avevano in casa propria.
Non c’erano le donne in vetrina, ma buona parte dell’area di Via delle Volte, e delle strade limitrofe, di quello che era ed è, tuttora, uno dei centri storici medievali meglio conservati ed ampi d’Italia, era infatti, popolata, di un’umanità, per così dire, un tantino sui generis.
Che gli olandesi, ed i loro cugini danesi, o scandinavi, non abbiano inventato nulla, è testimoniato già dalla storia veneziana del Cinquecento, quando una zona piuttosto vasta di quella meravigliosa città, ricompresa tra Rialto, San Polo e l’inizio del Sestiere di Santa Croce, era affollata di centinaia di prostitute e cortigiane, la cui imponente presenza, nella Serenissima di quei decenni, è ancora oggi comprovata dalla toponomastica dell’area, che trova il proprio apice nel celeberrimo Ponte delle Tette, alle Carampane: due nomi, che, già da soli, testimoniano come, a certe dame, fosse consentito, dalle finestre che affacciavano sulle fondamenta, di mostrare determinate grazie, per attirare desideri, e non solo.
All’inizio degli Anni Sessanta del Novecento, tanta esibizione, nella Ferrara urbanisticamente più tortuosa, non era in alcun modo consentita: ma Via delle Volte, e le vicine vie Carlo Mayr e San Romano, con pertinenze e pertugi annessi, non erano molto diversi, nella sostanza, dai luoghi testè descritti.
Del resto, la storia, come ci ha egregiamente insegnato il buon Giambattista Vico (anche nei suoi aspetti più pecorecci, verrebbe da aggiungere), è notoriamente ciclica.
In quelle vie di Ferrara, in quegli anni, e per molti altri ancora, tra bar, osterie e case, si praticava diffusamente l’antico mestiere del meretricio, con tutte le attività connesse, dalla ristorazione, alle bevute, al gioco delle carte, alle scommesse.
E fior di giovani cittadini, e non solo, erano usi frequentare la zona, per l’iniziazione al compimento di determinate pratiche, soprattutto, nei fine settimana, quando in pieno boom economico italico, si era più liberi dagli impegni lavorativi.
Ferrara aveva allora quasi centosessantamila residenti, ed era la seconda città più popolosa dell’Emilia, dopo Bologna: di mercati e di offerta ce n’era un po’ in tutti i campi e, naturalmente, anche di domanda.
Al civico 30, proprio di Via delle Volte, abitava la vittima di questa storia, Maria Stocco, signora dal cognome di origine veneta, che lì esercitava il mestiere più antico del mondo, o se preferite, come avrebbe detto la mia nonna, “la faseva la vita”.
A pochi giorni dal Natale, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1962, attorno all’1.30, qualcuno la colpì, all’interno della propria abitazione, con un coltellata all’addome.
La Maria riceveva i clienti nella cucina, dov’era sistemato un lettino alla turca, mentre la camera matrimoniale, col suo letto nuovissimo, acquistato da poco, era riservata al suo amore, quello con la A maiuscola, e non poteva, in alcun modo, essere profanata con certe pratiche.
Quella notte, verso la una, era rientrata, dopo un’intera giornata, o quasi, trascorsa proprio davanti a casa, all’allora Osteria Campi, dove la stessa, tra una consumazione e l’altra, e le partite a carte, attendeva, da sola o con altre colleghe, i clienti, occasionali e fissi.
L’osteria suddetta, che non esiste più, ed i vicini Bar Condor (che esiste ancora, all’angolo tra San Romano e Via Mayr), e Mogadiscio (anch’esso chiuso e dimenticato), erano tra i principali luoghi deputati all’incontro, tra persone che lì cercavano di trovare sfogo ai propri appetiti sessuali.
Dopo l’accoltellamento, la Stocco venne soccorsa da alcuni vicini, e dalla sua più grande amica, e collega, tale Luciana.
La Luciana aveva trascorso buona parte della giornata, in compagnia della Stocco, all’Osteria Campi, poi, dopo aver ricevuto alcuni clienti, si era spostata al Bar Mogadiscio, in compagnia di amici, e del suo fedele servitore, un ragazzo, definito dalla stessa sentenza, di ben duecentotre pagine, del Tribunale di Ferrara, “pederasta”, che le faceva da cameriere, uomo delle pulizie e damo di compagnia.
Charles Aznavour impiegò ancora una decina d’anni, per sdoganare, quantomeno in musica, il travestitismo e l’omosessualità, con la canzone “Comme ils disent”, tradotta in italiano, col titolo “Quel che si dice”. Non stupisce, pertanto, rapportato al periodo, che la stessa Corte d’Assise di Ferrara definisse con quell’appellativo, colui che oggi, con un po’ più di tatto, verrebbe definito un cameriere gay.
La Luciana, interrogata quella stessa notte, dichiarò alla polizia di aver visto un giovane uomo, sui venticinque anni, scendere le scale dell’abitazione della Stocco, e fuggire in sella ad una bicicletta da donna, mentre accorreva, richiamata dalle grida dell’amica.
Aggiunse anche di averla vista rientrare in casa, poco prima, con quello stesso giovane, mentre si trovava ancora in strada, intenta ad attendere gli ultimi potenziali e, forse insperati, clienti di quel sabato.
Nei minuti immediatamente successivi al ferimento, a seguito del quale, si verificò un ragguardevole versamento di sangue, la Stocco venne trasportata in Ospedale, al Sant’Anna di Corso Giovecca, ma seppur parzialmente cosciente, e nonostante la presenza di due agenti, non volle rivelare nulla circa l’identità dell’aggressore, riservandosi di farlo non appena ricoverata.
Le indagini, molto complesse, fin dall’inizio, si concentrarono su alcune persone dell’ambiente, dai titolari del Bar Mogadiscio, il cui barista era stato visto correre via, fuori dal locale, in quegli stessi momenti, ai lenoni, protettori della Stocco, della Luciana stessa, e di altre signore del giro, come la Romana, e le sorelle Ines e Maria B., i cui cognomi non citeremo, perché estranee al procedimento penale.
Ma soprattutto, si estesero ad altri fatti di reato, come il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, la minaccia e la falsa testimonianza.
Le condizioni di salute della Stocco peggiorarono poche ore dopo il ricovero: il coltello aveva attinto il fegato.
La stessa morì all’1.30, un orario evidentemente molto sfortunato per la malcapitata, del 18 dicembre 1962, esattamente quarantotto ore dopo l’aggressione: e se ne andò, non rivelando agli inquirenti un solo elemento sul suo feritore.
Il Giudice Istruttore rinviò a giudizio diverse persone, fra le quali, il principale indiziato del delitto, il protettore, nonché amante, della Stocco, tale Giuliano.
Lo stesso godette inizialmente di un alibi, peraltro confermato da un testimone.
Nell’ora del delitto, infatti, sostenne di trovarsi in Via San Romano, a soccorrere un suo conoscente, che era stato aggredito e ferito a sua volta, e da tale contesto era stato trattenuto.
Non andava ancora di moda il termine Gad, ma appare evidente, che già cinquantacinque anni fa, esistessero in città, aree, per così dire, piuttosto movimentate.
Le sorelle della Stocco si costituirono parte civile nel processo, che si aprì nel 1964, davanti alla Corte d’Assise di Ferrara, e che vide sfilare ben centodue testimoni, in ventotto giorni d’udienza, non consecutivi.
Quello che oggi, senza dubbio, si definirebbe un dibattimento fiume.
Fu in quella sede, che la verità emerse: il venticinquenne, con la sigaretta in mano, fuggito in sella alla bici da donna, non era mai esistito.
La Luciana, su richiesta della stessa Stocco, per affetto verso l’amica, non aveva voluto rivelare il nome della persona, che salendo le scale, aveva trovato in casa, seminascosto dietro un mobile, con il soprabito verde e gli occhiali da sole indosso, all’una e trenta di notte, mentre la Maria si teneva le mani sulla ferita.
E lui stesso, nei giorni successivi, dopo aver fatto sparire il coltello, ed essersi assicurato che la Maria non avrebbe proferito verbo, aveva minacciato la teste, con un classicissimo “Guai a te se parli”.
Ma davanti alla Corte, quanto successo realmente non potè essere nascosto, ed anche di certi alibi si persero le tracce.
La Luciana, appena entrata in casa, richiamata dalle grida, aveva sentito l’amica affermare testualmente “Al ma dà na scurtlà”, e nell’ombra lo aveva visto.
E la di lui presenza, venne poi confermata dall’inquilino dell’ultimo piano.
Dopo un litigio, uno dei tanti, perché lui non voleva che lei giocasse a carte, e spendesse così i soldi guadagnati, invece di consegnarglieli tutti, proprio quello che lei amava, e che difese sempre, anche dopo che le diede il colpo, poi risultato fatale, l’aveva accoltellata.
Negli anni ne aveva sopportato le percosse, le minacce, i tradimenti: ed anche in punto di morte, chiese all’amica, che le aveva fatto visita in ospedale, di non rivelarne l’identità. Atto d’amore, o forse altro, non è facile definirlo oggi. G. B., con sentenza del 9 maggio 1965, venne riconosciuto, dalla Corte d’Assise di Ferrara, responsabile dell’omicidio preterintenzionale di Stocco Maria, nonché di sfruttamento della prostituzione e di minaccia e condannato alla pena di anni diciotto e mesi sei di detenzione.
Il 23 marzo del 1968, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna, a parziale riforma della sentenza impugnata, ridusse la pena carceraria ad anni tredici.
Giuliano non aveva voluto uccidere la Maria, ma solo ferirla, dopo l’ennesima lite. Questa la verità giudiziaria emersa, e definitiva. Non ci fu, secondo i giudici, dolo di omicidio, ma solo di lesione con successivo decesso non voluto.
Nel diritto penale, vi è qualcosa di matematico: e talvolta risulta efficace quanto la matematica stessa, nel fotografare la realtà.
Ripensando alla Maria, alla Luciana, ed al loro codazzo, camminando, oggi, a piccoli passi, per “la strada dei gatti dagli occhi turchini”, chiudendo le palpebre, sembra ancora di rivederla brulicante di un’umanità, forse capace di amare, anche nella disperazione, molto più di quanto un profano potrebbe immaginare.
Davide Bertasi
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