«Con me “Pierino e il lupo” parlano solo romagnolo»
L’attore Ivano Marescotti torna in città per presentare il suo “Pirèta e e’ lòpp”. A Palazzo della Racchetta anche un momento speciale dedicato a Totò
FERRARA. Ivano Marescotti il 25 luglio sarà a Ferrara per presentare “Pirèta e e’ lòpp”, ovvero “Pierino e il lupo”, in versione romagnola. L’attore sarà a Palazzo della Racchetta nell’ambito della rassegna letteraria “Autori a Corte” alle 20.45. Prima di lui, alle 20, Anna Maria Quarzi, presidente dell’Istituto di storia contemporanea, presenterà “Palazzo della Racchetta” (ed. la Carmelina); storia dello storico palazzo di via Vaspergolo, a cura di Arianna Fornasari. Alle 21.40 Paolo Micalizzi, critico cinematografico, condurrà la presentazione del libro “Totò mio padre” (ed. Rizzoli) scritto da Liliana de Curtis, figlia dell’attore partenopeo. La presentazione sarà arricchita da letture di Francesca Fava e sarà ospite Elena De Curtis, nipote del grandissimo e indimenticato Totò. In vista della sua data ferrarese, Marescotti si racconta.
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Come è nata l’idea di tradurre “Pierino e il lupo”?
«In tantissimi hanno proposto nel corso degli anni versioni diverse di “Pierino e il lupo”; io l’ho voluto fare a modo mio e cioè, in dialetto romagnolo. Ho scelto di tradurre il testo dal russo al romagnolo perché mi piace l’idea di dare una connotazione territoriale, locale, all’opera. E poi, laddove non arriveranno le parole perché magari alcuni termini “stretti” saranno di difficile comprensione, arriverà la musica col suo linguaggio universale a fare chiarezza».
Nel corso degli anni è rimasto sempre molto legato alla sua terra. Perché questo attaccamento alla Romagna?
«Le mie radici personali, culturali, linguistiche e umane affondano in Romagna. Da molti anni vivo a Bologna, quindi in Emilia, e mi sposto spesso per lavoro. Nonostante questo non ho mai perso il rapporto e il legame con la mia terra. Anzi, ogni volta che inizio a lavorare ad un nuovo personaggio parto proprio da lì, dal dialetto romagnolo. Naturalmente i ruoli che interpreto e le storie che racconto sono sempre diversi e quindi da quel primo step poi si passa ai successivi, alla costruzione dell’identità dell’individuo di cui vesto i panni. Però la mia terra è sempre con me, nella vita e nel lavoro».
Nel corso della sua carriera si è diviso, e lo fa tuttora, tra teatro, cinema e tv. C’è una dimensione a lei più congeniale?
«Mi piace tutto. Sia che sia uno spettacolo teatrale, sia che si tratti di un film o di una fiction televisiva io mi diverto; sta tutto lì. Certo cambia il modo di approcciarsi al lavoro, ogni contesto ha le proprie regole ma per quanto riguarda il mio lavoro non vedo grandi differenze».
Sta lavorando a qualche nuovo progetto?
«Ho girato un paio di film che usciranno prossimamente e a settembre tornerò sul set per altri lavori dei quali però, ancora non posso parlare. Nel frattempo continuo a girare tra spettacoli e incontri con il pubblico».
A Ferrara viene spesso, c’è qualcosa che le è rimasto particolarmente impresso della città estense?
«Quando penso a Ferrara la prima cosa che mi viene in mente è “La lunga notte del ’43” di Florestano Vancini. Un film per magnifico in cui il regista seppe ricostruire esattamente le atmosfere, gli umori e le vite della città e di quel determinato momento storico».
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