La Nuova Ferrara

Il mitico storione ferrarese tra storia, cultura e leggenda

Il mitico storione ferrarese tra storia, cultura e leggenda

Dalle ricette culinarie di Messisbugo alle medicine ricavate da Campana tanti curiosi aneddoti dei secoli scorsi su un pesce ormai in via di estinzione

4 MINUTI DI LETTURA





Un tempo il Po pullulava di pesci, ed il più pregiato era lo storione, Acipenser sturio L. nel linguaggio scientifico. Animale in via di estinzione, tutelato dalla Convenzione di Berna del 1979 (decisione recepita in Italia con grande ritardo nella G.U. 212 del 11-09-1997).

Ancora oggi, che è più raro dell’araba fenice, si celebra lo storione - di allevamento - nelle sagre estive e in alcuni ristoranti della provincia di Ferrara. Plinio il Vecchio scrisse che lo storione era il pesce migliore in assoluto, per Eliano non dissimile al «pesce sacro» omerico: Marziale lo elogiava. Nel Medioevo l’arcivescovo di Ravenna aveva diritto di chiedere ai pescatori della zona gli storioni lunghi più di due metri da loro catturati, e non era cosa rara, dato che l’animale può raggiungere anche più del doppio di quella misura. Il lussuoso caviale di storione era ben noto a Ferrara fin dal tempo dello scalco di corte Cristoforo da Messisbugo (o meglio Messi detto Sbugo, figlio naturale del condottiero Paolo Albanese, come ha rivelato uno studio recente di Patrizia Cremonini), e prodotto fino al Novecento dall’ebrea Nuta Ascoli, che aveva bottega in via Mazzini, nell’ex ghetto. A proposito di ebrei ferraresi e storione, nel Settecento insorse una disputa a Ferrara riguardante la natura del pesce, che era ritenuto kasher (adeguato alle norme alimentari ebraiche) dai più. Si temeva che il consimile copese non lo fosse: con questa parola di origine veneta si definiva un tipo di storione, forse quello detto “di Heckel” o l’Acipenser naccarii, ovvero un acipenseride tra i più comuni in Po, come anche il ladano ovvero A. Huso. Nel 1712 Rabbi Isacco Lampronti ricevette a Ferrara dal collega Mosè della Vida due pesci, uno storione ed un copese, per giudicare se il secondo potesse essere mangiato dagli ebrei come già lo era il primo. Lampronti esaminò i pesci, e, dopo aver consultato in merito i sacri libri, gli sembrò che fossero entrambi puri, quindi sottopose le sue conclusioni ai rabbini anziani della Yeshivà (accademia talmudica), Borghi, Sanguinetti e Recanati, che dissero: «Non esiste a Ferrara, nel modo più assoluto, l’uso di vietare il copese».

Vent’anni dopo sul tema tornò un giovane saggio poco esperto, che sosteneva che il copese di Ferrara non poteva essere mangiato in base ad un responso fatto a Verona, ma venne stabilito che si trattava di un pesce simile però non uguale. Intanto si era anche deciso che il caviale rosso fosse kasher, mentre quello nero no. La storia della disputa si legge in un articolo di D.G. Di Segni, Il problema dello storione secondo Rabbi Y. Lampronti nella Ferrara del ’700, «Zakhor. Rivista storica degli Ebrei d’Italia» (IV, 2000, pp. 115-126; il riferimento è all’enciclopedia talmudica di Lampronti, Pahad Yitzhak, edita a partire dal 1750, cfr. D. Malkiel in The Jewish Law Annual, 16, 2006, pp. 93-134), ed in molti altri testi di cultura ebraica, perché la vicenda, al di là delle implicazioni quotidiane per i fedeli, dimostrava l'’importanza del confronto e della discussione nel seno della compagine religiosa, per aderire al minhag - da nahag, cioè guidare, condurre - termine che denota il preciso modo di comportarsi di una comunità.

Un altro aspetto ferrarese legato allo storione ci viene spiegato da Antonio Campana (Ferrara 1751-1832), insigne medico, chimico e botanico. La sua Farmacopea ferrarese del 1797 ebbe ben sedici uscite e fu tradotta in molte lingue. Campana fu un luminare attivo nelle ricorrenti epidemie, professore dello Studio, abile divulgatore e botanico. La grande quantità di storioni che era disponibile a Ferrara gli diede modo di sperimentare con agio l’uso in medicina di alcune parti del pesce non edibili, come la vescica natatoria. Nella Farmacopea (pp. 33-34 e 233 della VI ed.1818, Piatti, Firenze) spiega che con la colla di pesce gelatinosa ottenuta dalla membrana della vescica natatoria dello storione si fabbricava il «drappo incollato». Era una sorta di cerotto che facilitava la riunione dei lembi delle ferite (“vulneraria”) e, come lo sparadrappo, veniva anche imbevuto di sostanze medicamentose. Si stendeva con il pennello la colla calda su una stoffa leggera come un taffettà di seta inglese, di solito di colore nero o rosa carne, poi il tutto andava fatto seccare, quindi tagliato a pezzetti. È ovvio che questi cerotti fossero rigidi, ed era necessario ammorbidirli prima dell'applicazione. Come si procedesse lo apprendiamo da un’altra Farmacopea coeva, quella di Gioacchino Taddei (Firenze, Pezzati, 1826, p. 568): semplicemente si passavano con disinvoltura sulla lingua, «bisogna bagnare con un poca (sic, toscanismo) di saliva la faccia incollata». Rabbrividiamo al pensiero della miriade di microbi e batteri che in tal modo entravano nella ferita, tanto che la saliva fosse del paziente o del medico... e speriamo proprio che Campana adottasse qualche altra modalità per usare il drappo.

Micaela Torboli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google