La Nuova Ferrara

FERRARA NERA • DELITTI DAL SECOLO SCORSO

La notte del 5 febbraio del 1986, Enrichetta S., una delle tante “belle di giorno” che in quel periodo gravitavano in Corso Isonzo, attorno all’area del Mercato Ortofrutticolo, rientrando dopo alcune...

6 MINUTI DI LETTURA





La notte del 5 febbraio del 1986, Enrichetta S., una delle tante “belle di giorno” che in quel periodo gravitavano in Corso Isonzo, attorno all’area del Mercato Ortofrutticolo, rientrando dopo alcune ore di “onorato” servizio, rinvenne sul parabrezza della propria auto, parcheggiata in una laterale di Rampari di San Paolo, un biglietto piuttosto inquietante, con un messaggio, vergato a mano, che non si prestava a molti fraintendimenti: “La prossima volta toccherà a te, porca. Ti fai pagare bene”.

La donna, habituée, in quegli anni della zona, insieme alle colleghe Valentina e Giuseppina, non si fece cogliere più di tanto dalla paura, e con solerzia, già la notte stessa, consegnò il poco amorevole biglietto in Questura.

I motivi per spaventarsi, e non pensare all’opera di un mitomane, non mancavano certamente.

Meno di un mese prima, infatti, poco lontano dal Mercato dell’Ortofrutta, e per l’esattezza in Via Mulinetto, era stato ritrovato il corpo senza vita di un’altra prostituta, che in quegli anni esercitava in Corso Isonzo, la trentacinquenne ferrarese Roberta Bolognesi.

La stessa era stata vista, per l’ultima volta, in vita, la notte tra l’11 ed il 12 gennaio del 1986, proprio dalla collega Enrichetta, mentre era intenta a salire, verso l’1.10, su una Fiat Ritmo di colore rosso, nel parcheggio di Rampari.

Non solo quest’ultima, ma anche un vigile urbano che stava chiamando da una cabina telefonica della zona, notò la Bolognesi salire su quell’auto: e vide pure che la medesima aveva il fanale posteriore destro danneggiato e spento.

Il corpo senza vita di Roberta venne rinvenuto da un passante, sul ciglio della carreggiata di Via Mulinetto, in prossimità di una delle tante villette, anni cinquanta, che compongono il tratto verso Via Bologna della strada, attorno all’1.30 di quella medesima notte.

La sfortunata indossava un pellicciotto bianco, sintetico, una minigonna nera, delle calze marroni, aperte sul pube, ed una sola scarpa. Non fu trovata traccia dell’altra calzatura e della borsetta che sicuramente aveva con se’.

La morte, cagionata da 36 lesioni da arma da taglio, risaliva a pochi minuti prima.

Anche un abitante di Via Mulinetto, sentito dai questurini intervenuti, nell’immediatezza del ritrovamento, testimoniò di avere notato una Fiat Ritmo ferma in quel punto, attorno all’1.15 di quella notte. E cioè pochi minuti prima.

Le indagini si concentrarono subito sul modello di auto succitata: solo tra le province di Ferrara e di Rovigo, ne vennero identificate ben trecento.

Gli inquirenti puntarono la loro attenzione anche sui clienti abituali delle lucciole, in particolare quelli usi a formulare richieste considerate un po’ strane o insolite. E fu proprio dalle audizioni delle amiche e colleghe della Bolognesi, che vennero individuati tre profili sospetti.

Fra loro, G.V., un quarantaquattrenne ferrarese, residente nella zona di via XX settembre, venne sentito a sommarie informazioni, e dopo poche domande, confessò il delitto, raccontando di avere ucciso la povera Roberta.

G. V. dichiarò, infatti, di averla caricata sull’auto in C.so Isonzo, e di averla portata a fare un giro, come già successo altre volte, nelle quali, poi, avevano consumato un rapporto sessuale, in cambio di trentamila lire.

Nell’occasione, però, stando sempre alle sue dichiarazioni, arrivati in Via Mulinetto, la Bolognesi, inquietatasi, gli avrebbe chiesto di farla scendere: a fronte del suo diniego, approfittando della ridotta velocità del mezzo, la donna avrebbe cercato di buttarsi al volo fuori dall’abitacolo, aprendo la portiera, e riuscendoci effettivamente.

Il conducente, a quel punto, arrestata l’auto, una volta sceso, l’avrebbe raggiunta, e a fronte del suo diniego alla richiesta di risalire sul mezzo, l’avrebbe colpita al volto e pugnalata con un coltello che teneva sotto il sedile.

G.V. aggiunse anche di avere gettato la borsetta di Roberta nel vicino Po di Volano.

Poi, allontanatosi dal cadavere, ed imboccata la via Bologna, di fronte al civico 87, avrebbe notato alcuni suoi conoscenti, coi quali si sarebbe fermato qualche istante, per accordarsi, ed andare insieme a bere una birra, malgrado l’ora piuttosto tarda.

L’indagato raccontò tanti altri particolari agli inquirenti: fra gli altri, che si era mantenuto vergine fino a 39 anni, che gli piaceva che durante il coito gli conficcassero le unghia nella carne, che detestava moralmente le prostitute, ma che non poteva fare a meno di cercarle, quando sentiva un forte desiderio sessuale.

La borsetta, la scarpa ed il coltello non vennero, però, mai ritrovati, nonostante le indicazioni del reo confesso.

Nel prosieguo delle indagini, inoltre, dopo l’arresto, avvenuto il 28 marzo, del G.V., gli amici con cui lo stesso raccontò di essersi accompagnato dopo il delitto, dichiararono, invece, di avere effettivamente trascorso la serata con il suddetto, ma di averlo salutato attorno alle 23.30 e di non averlo più incontrato quella notte.

Un altro particolare iniziò ad insinuare qualche dubbio negli inquirenti e nel pubblico ministero: il reo confesso non possedeva, infatti, una Fiat Ritmo rossa, ma un’Alfa Sud di tutt’altro colore.

E sulla sua auto non vennero trovate tracce di sangue. Né furono rinvenute sui suoi abiti di quella sera, né di altre occasioni, come testimoniò la donna di servizio del medesimo.

Incalzato dagli inquirenti, su questi particolari, l’indagato ritrattò la sua versione dei fatti, la sera del 22 novembre 1986, nove mesi dopo la confessione.

Durante il processo, che si aprì avanti la Corte d’Assise di Ferrara, presieduta dal Dottor Bordon, venne anche disposta perizia psichiatrica nei confronti dell’unico imputato per l’omicidio di Roberta Bolognesi. Nonché venne compiuta una perizia calligrafica sul biglietto di minacce ritrovato dalla Sivieri. Il consulente, però, non ebbe dubbi: la scrittura era certamente quella del G.V..

Anche la perizia medico legale effettuata sul corpo della povera Roberta evidenziò alcuni elementi non del tutto compatibili con la ricostruzione del delitto, originariamente fornita dall’indagato.

Nonostante la richiesta di condanna, formulata in sede di discussione dal Pubblico Ministero, il 9 ottobre del 1987, G.V. venne assolto dall’accusa di omicidio nei confronti di Bolognesi Roberta, per insufficienza di prove.

La Corte, sulla scorta di una certa giurisprudenza consolidata, ritenne che anche una confessione piena dovesse avere dei riscontri, quasi del tutto assenti nel caso in oggetto. Vennero, in motivazione, evidenziate numerose discrasie, sia su circostanze cronologiche, sia su questioni tecniche, sia su particolari di quella notte: e le versioni di molti testimoni confliggevano col racconto originario, intervenuto prima della ritrattazione dell’imputato.

La Corte concluse anche che la confessione medesima fosse avvenuta per espiare i sensi di colpa, legati alla circostanza di accompagnarsi soventemente con prostitute, nel cercare di soddisfare determinati impulsi: quasi si trattasse di un illecito morale a cui far seguire una giusta autopunizione.

Fu l’auto, poi, uno dei particolari principali che convinse il collegio ferrarese ad assolvere: troppe erano le testimonianze sulla Ritmo rossa, col fanale posteriore rotto. Oltre al vigile, nella cabina della Sip di Rampari di San Paolo, anche un altro cliente aveva visto Roberta salire su quell’auto, e non su una Alfa Sud, all’1.10, la sera del delitto.

E anche la Corte d’Appello di Bologna, il 6 maggio del 1988 e la Corte di Cassazione, il 20 dicembre di quello stesso anno, confermarono il verdetto assolutorio.

Non fu G.V. ad uccidere con 36 coltellate Roberta Bolognesi, quella sera di gennaio del 1986. Questa la verità giudiziaria emersa dopo tre gradi di giudizio.

Anche la grande Lina Volonghi, che interpretava la possidente torinese Ines Tabusso, nell’inarrivabile La donna della domenica di Comencini, aveva un particolare dell’auto non in regola: non si trattava, però, di un fanalino posteriore rotto, ma di una parte del parafanghi anteriore danneggiata. E ciò le fu fatale, per essere riconosciuta come l’assassina di Lello Riviera e dell’architetto Garrone.

Il fanale posteriore rotto e spento, invece, non fu sufficiente per individuare il conducente di quella Fiat Ritmo rossa, su cui Roberta fece il suo ultimo viaggio, a soli 35 anni. Quella sagoma scura dell’assassino, che solo a ricordarla mette i brividi, con un cappotto ed un cappello, vista aggirarsi in Corso Isonzo, una gelida notte di trent’anni fa, molto probabilmente è ancora libera di muoversi tra noi.

Davide Bertasi