La Nuova Ferrara

FERRARA NERA • DELITTI DAL SECOLO SCORSO

La notte fra il 3 ed il 4 luglio del 1986, sulla zona di Ferrara, si era abbattuto un forte temporale, durato per alcune ore.La campagna di Aguscello, la mattina successiva, era ancora inzuppata d’acq...

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La notte fra il 3 ed il 4 luglio del 1986, sulla zona di Ferrara, si era abbattuto un forte temporale, durato per alcune ore.

La campagna di Aguscello, la mattina successiva, era ancora inzuppata d’acqua. Faceva fresco, decisamente più del consueto, tenendo conto che eravamo già in piena estate.

Parve, pertanto, ancora più insolito di quanto già sarebbe sembrato in condizioni di normale canicola estiva mattutina, a quel signore che stava passeggiando col proprio cane, imbattersi in un’auto in fiamme, nelle campagne, vicino al sottopassaggio della Superstrada Ferrara Mare, tra frasche ancora madide d’acqua.

La mattina del 4 luglio del 1986, infatti, nella via Boccale, verso le 7, venne notata questa Fiat Panda, che, al momento dell’intervento dei carabinieri, era già del tutto carbonizzata.

Non vi furono dubbi, fin dall’inizio, sull’origine dolosa dell’incendio. La scena che si presentò agli inquirenti risultò subito inquietante, anche perché si temette, inizialmente, per la presenza di qualcuno all’interno dell’abitacolo: paura che andò smentita nelle ore successive.

Le indagini si concentrarono, com’era logico, sui proprietari dell’autoveicolo distrutto: lo stesso risultò appartenere a tale Norma P., ma ad usarlo erano la figlia Celestina B. ed il genero, Paolino Bertelli. Proprio quest’ultimo, stando alle dichiarazioni di moglie e figlio, era uscito alla guida della Panda, verso la mezzanotte della sera prima, quando già i lampi iniziavano a palesarsi all’orizzonte.

Ma non erano certo state le scariche elettriche, accompagnatesi al fortunale, ad incendiare la Panda guidata dal Bertelli: e ciò apparve, fin da subito, del tutto evidente.

Del Paolino, quella stessa notte si persero le tracce.

Il buio, rischiarato solo dai lampi, se lo inghiottì. Le indagini, già dai primi giorni, consentirono di accertare che il soggetto scomparso, da qualche tempo, era rimasto coinvolto in attività di spaccio di sostanze stupefacenti.

Fino al 1984, infatti, il trentanovenne ferrarese aveva gestito un forno, per poi cederlo, cessando qualsiasi attività occupazionale dichiarata.

Siamo alla metà degli anni ottanta, ed il consumo di droga, dalle strade ha iniziato a trasferirsi altrove: nei salotti buoni, in particolare.

Ed ha iniziato a concentrarsi su una sostanza molto diversa dall’eroina, in voga precedentemente, ed utilizzata dagli sbandati che, tra gli Anni Settanta ed il decennio successivo, bazzicavano tra Piazza Verdi, Porta Paola e le vicine Mura.

Il nuovo business inizia a chiamarsi cocaina, ha costi notevoli, ottiene successo fra classi sociali piuttosto agiate, è estremamente redditizia per chi la traffica e la vende.

Ed è una droga meno appariscente: è subdola, non si mostra, nelle conseguenze che genera, con la stessa evidenza dell’eroina e dei buchi in vena, di chi ne fa uso.

Di Paolino Bertelli, però, per circa due anni, fino all’autunno del 1988, non si saprà più nulla.

È solo nel settembre di quell’anno che iniziarono a circolare determinate voci, originate da quelle figure confidenziali, da cui spesso gli inquirenti non possono prescindere: in particolare, un detenuto del carcere dell’Arginone, riferì di avere saputo, proprio da voci interne alla casa circondariale di Ferrara, che Paolino Bertelli aveva fatto una brutta fine ed era stato ucciso quella stessa notte del 4 luglio di due anni prima, per uno sgarro, relativo alla consegna di una grossa partita di cocaina, e poi sepolto, in un non meglio identificato luogo nell’area delle Valli di Comacchio.

Questa confidenza non rimase priva di riscontri.

Fu proprio, infatti, nell’autunno del 1988 che, tra Ferrara e Venezia, scoppiò il cosiddetto scandalo, ancora oggi molto oscuro, della “Coca Connection”: vicenda giudiziaria complessa ed articolata, sulla quale si sparsero molti veleni, in cui furono coinvolte svariate decine di persone, e che come tanti altri scandali, più o meno gravi di questo, la città, negli anni, preferì rimuovere.

I colpi di scena, da quella fine estate, si succedettero senza sosta. Il 23 settembre del 1988, all’aeroporto di Tessera, mentre attendeva un corriere con svariati chili di cocaina, proveniente dalla Colombia, venne arrestato un vicebrigadiere dei carabinieri, di origine siciliana, ma in servizio a Ferrara: tale O. M., nome che fu oggetto, poi, per parecchi anni, delle cronache giudiziarie.

L’inquietante caso, denominato appunto “Coca Connection”, ebbe inizio ufficialmente quel mattino, all’aeroporto veneziano: e da lì, iniziarono anche gli arresti di trafficanti ferraresi ad opera della magistratura lagunare.

Contemporaneamente, ripresero vigore e si intensificarono le indagini sulla sparizione di Paolino Bertelli: in un’abitazione di Masi San Giacomo, in particolare, alla quale gli inquirenti vennero indirizzati da un’altra voce confidenziale, all’interno di un frigorifero, completamente ricoperto di pellicola isolante, venne non solo rinvenuto un foro, ma anche lo stesso proiettile che lo aveva cagionato, sparato da una Browning, calibro 7.65.

L’immobile di campagna, piuttosto malmesso e non abitato da tempo, tanto da assomigliare più ad un deposito, che ad una casa di privata abitazione, si scoprì, nei mesi successivi, che era stato locato, per un periodo, a tale P. G., altra persona con legami piuttosto noti con un certo ambiente malavitoso ferrarese.

La bomba più grossa, però, esplose il 24 marzo del 1989, quando tale T. M., che era stata l’amante di diversi protagonisti di questa vicenda, rivelò agli inquirenti, che O. M. le avrebbe confessato che ad uccidere Paolino Bertelli, ed a farne sparire il cadavere, era stato proprio il medesimo P. G., il conduttore della casa di Masi.

O.M., dal carcere, inizialmente negò, poi, di lì a qualche settimana, raccontò al magistrato di avere saputo dalla suddetta che il P. G., quella notte del 3 luglio 1986, lo stava cercando, e che, sapendo che aveva una grossa partita di droga per le mani, nella primissima mattinata del 4 luglio, si era recato nel luogo, nel quale, solitamente, la droga arrivata dalla Colombia, veniva nascosta: nella golena del Po, per l’esattezza, sotto l’argine, a Santa Maria Maddalena di Occhiobello.

L’ex carabiniere aggiunse di avere trovato, in quella circostanza, l’amico intento a seppellire il corpo di Paolino Bertelli, con la Panda della vittima parcheggiata sul posto, col bagagliaio ancora aperto.

Sempre a detta dell’ex brigadiere, lo stesso autore del delitto avrebbe motivato il crimine, come conseguenza di un litigio nato da contrasti tra i due, sulla spartizione del ricavato della vendita di una delle tante partite di cocaina, arrivate, in quel periodo, nella nostra città.

Gli inquirenti, recatisi nel luogo, indicato come teatro della sepoltura, non trovarono alcuna traccia né di scavi, né di resti umani.

E questa non fu l’unica incongruenza, contenuta nel racconto dell’indagato: la Panda del Bertelli, infatti, a quell’ora, le sette del mattino del 4 luglio del 1986, non poteva essere lì nella golena di Santa Maria, sotto la Via Argine Po, poiché stava già bruciando, da tempo, ad Aguscello, a dieci chilometri di distanza.

Un altro particolare inquietante, di questa vicenda oscura, riguarda un piccolo gioiello, donato dal brigadiere alla sua amante, durante la loro relazione.

Sullo stesso, infatti, venne rinvenuta la presenza di un incastro di brillantini, poi riconosciuti dalla moglie del Bertelli, come appartenuti ad un anello di proprietà dell’ex fornaio: lo stesso sarebbe stato sottratto dopo il delitto dal P.G., dato all’O.M., il quale ne avrebbe utilizzato solo la parte più preziosa per creare un nuovo gioiello, da regalare alla compagna.

Il 17 aprile del 1990, P. G. venne arrestato.

Lo stesso negò sempre qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio di Paolino Bertelli.

L’ex carabiniere siciliano, agli inquirenti, raccontò anche di avere acquistato acido solforico e calce, per conto del sodale, per aiutarlo a smaltire il cadavere del Bertelli.

La Procura della Repubblica affidò al Prof. Avato, della Medicina Legale di Ferrara, la perizia sulla possibilità che si potesse cancellare qualsiasi traccia di un corpo, da un luogo, con l’utilizzo di quelle sostanze.

La verità tecnica emersa smentì univocamente che i quantitativi descritti dall’O.M., quali oggetto del suo acquisto (del quale, peraltro, a Ferrara, in quelle date, presso i rivenditori ufficiali, non si trovò traccia), potessero far sparire del tutto un cadavere, in quel contesto.

Il 17 aprile del 1991, ad un anno esatto dall’arresto, la Corte d’Assise di Ferrara assolse P. G. dai reati ascrittigli (omicidio, distruzione di cadavere, ed incendio doloso), con formula dubitativa: il collegio, presieduto dal Dottor Bordon, riconobbe fondata la circostanza dell’omicidio del Bertelli, nonché che lo stesso crimine fosse senz’altro avvenuto all’interno dell’abitazione di Masi San Giacomo, in cui venne rinvenuto il frigorifero Ignis col proiettile dentro, ma sentenziò altresì che non fosse possibile stabilirne con certezza gli autori.

A distanza di pochi mesi, invece, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna, il 13 novembre del 1991, ribaltò la pronunzia di primo grado, e condannò i due indagati: il primo a ventidue anni e sei mesi di reclusione, mentre il secondo a tre anni e nove mesi.

La Corte di Cassazione confermò la sentenza d’Appello, il 5 maggio del 1992.

C’è quindi una verità giudiziaria: Paolino Bertelli è stato ucciso da P.G., con la collaborazione dell’ex brigadiere.

Ma il suo corpo non è mai stato trovato.

Che avesse ragione il detenuto dell’Arginone, e che il luogo di sepoltura fossero proprio le Valli di Comacchio?..chissà….

Quello che è certo, in questa brutta storia, è che dopo 31 anni, Paolino Bertelli, l’ex fornaio, stanco di lavorare di notte, e che voleva fare la bella vita, a casa non farà di certo ritorno, anche se il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Evaporato, come tante partite di cocaina, giunte a Ferrara, in quegli anni, e finito nell’oblio come la temibile vicenda, denominata “Coca Connection”, che agitò i sonni di tanti in città, fra la fine degli anni Ottanta e buona parte del decennio successivo.

Davide Bertasi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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