La Nuova Ferrara

FERRARA NERA • DELITTI DAL SECOLO SCORSO

“Direttamente dal lontano Messico, ecco a Voi, Los Pedritos”: così gracchiava l’altoparlante della Sala da Ballo Italia, di Bosco Mesola, nel corso di tante serate dei ruggenti Anni Sessanta. Ma i...

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“Direttamente dal lontano Messico, ecco a Voi, Los Pedritos”: così gracchiava l’altoparlante della Sala da Ballo Italia, di Bosco Mesola, nel corso di tante serate dei ruggenti Anni Sessanta. Ma i componenti del gruppo musicale, che sovente si esibiva in quegli spazi, non provenivano certo dal Centro America, ma dalle ben più vicine Volano e Goro: volete mettere, però, il diverso effetto e clamore che quella lontana e pittoresca terra, rispetto a due paesi vicini, che di esotico avevano ben poco, poteva infondere nei frequentatori della pista da ballo?!

E’ una storia decennale quella vissuta dal locale, posto su una sorta di strada, da sempre, però, denominata piazza (Vittorio Veneto, ad essere precisi), che costituisce il centro di Bosco Mesola: nato addirittura prima della seconda guerra mondiale, come sala da ballo, poi trasformatosi in balera e discoteca, ed infine in night club.

Si, perché la Sala Italia, divenuta King Kong ai tempi della disco-music, e da ultimo Laguna Blu, è proprio il locale in cui si consumò, agli inizi di febbraio del 1989, una delle più gravi tragedie che la nostra provincia ricordi: la strage, ad opera di Valeriano Forzati, detto anche il Colonnello, o il Lupo, o Tango, che provocò la morte di quattro persone, e il terrore, per molti mesi, in tutta la zona.

Erano spensierati i tempi, fra gli anni Cinquanta ed i Sessanta, in cui la domenica sera, dalle 9 alle 11.30, si ballavano il tango ed il valzer, prima che il solito altoparlante annunciasse, con la frase “Preparare i palletot!”, che la serata stava per concludersi, inderogabilmente entro la mezzanotte.

In quei tempi, infatti, e pure nei primissimi anni del decennio successivo, anche in altre zone del suolo italico, e non solo nel nostro delta, era proprio quella della domenica, e non del sabato, come avvenne più tardi, la serata dedicata alle danze: ce lo testimonia anche Paolo Conte, nel suo meraviglioso brano del 1974 La Fisarmonica di Stradella, poi interpretata anche da Nada, laddove canta “dopo il ballo, domenica sera, è sempre così…”.

A proposito di fisarmoniche, anche alla sala Italia, in realtà, questi strumenti avevano un loro ruolo: oltreché delle Feste del Contadino, dei concerti di Gianni Morandi e di una giovanissima Wilma De Angelis, con la sua “Patatì Patatà”, delle performances dei già citati Pedritos, dei Ciao, e di tanti altri gruppi della zona, il locale fu teatro delle esibizioni di uno dei tre proprietari, il più giovane dei fratelli Catozzi, che amava intrattenere gli avventori proprio con quello strumento che ha in Castelfidardo, vicino Ancona, una delle principali fucine di produzione.

Poi vennero gli Anni Settanta, la trasformazione in balera ed in discoteca, col nome di King Kong, ed infine, attorno al 1985, il passaggio a night club. Un nuovo capitolo dell’epopea, altrettanto di richiamo: i fratelli Franco, infatti, a Bosco, crearono uno spazio molto appetibile. C’erano clienti disposti a sobbarcarsi anche cento o centocinquanta chilometri di strada, per trascorrervi qualche ora.

Il Laguna Blu era un piccolo mondo, con un suo peculiare charme: c’erano le ballerine cilene e quelle filippine, c’era l’autista che le accompagnava, e che svolgeva anche il ruolo di cassiere, c’era il barman, il direttore di sala, il disk-jockey, c’era Emanuela (nome d’arte), una delle entraineuses, meraviglioso termine francese, che fa pensare a luci soffuse, di abat-jour, a specchi, a divanetti di velluto o alcantara, ad atmosfere fumose, a pacchetti di Muratti o Gitanes, al Concorde, molto più della sua italianissima traduzione: intrattenitrice.

La notte fra il 2 ed il 3 febbraio del 1989, in quel locale, purtroppo, c’era anche Valeriano Forzati, un quarantenne di Santa Giustina di Mesola, che era andato a scuola, da bambino, in quel piccolissimo borgo attorno alla meravigliosa Torre dell’Abate e che da anni era noto alle cronache, e nella zona, per il suo carattere, non proprio accomodante, e per qualche scorribanda, non lecitissima.

Al Laguna Blu, il Colonnello giunse, verso le due, in compagnia di un amico, tale Milan, col quale aveva trascorso già parte della serata, al Bar Sport di Contarina, pochi chilometri oltre Po, a giocare alle carte, sua grande passione.

Quella notte, Valeriano aveva alzato un po’ troppo il gomito, cosa che capitava sovente, e che ne mutava l’atteggiamento, rendendolo aggressivo: e nel locale, ebbe uno scontro con due avventori, uno di Goro e l’altro chioggiotto.

Quest’ultimo, in particolare, pare, da alcune testimonianze, che gli abbia anche sputato addosso.

Il Forzati non potè tollerare un tale sgarro, e convinse il Milan ad uscire, a farsi accompagnare in un luogo in aperta campagna, dove, una volta giunti, dissotterrò delle armi, fra le quali, una pistola Berretta ed una mitraglietta.

Poi chiese di essere accompagnato a casa di un amico e conoscente, che abitava, a Mesola, in prossimità della Strada Statale Romea, dove pulì le armi, facendosi poi ricondurre al Laguna Blu, con l’evidente intento di vendicarsi per l’affronto subito.

Una volta entrato, il Colonello esclamò: “Ora vi faccio vedere chi sono”.

I gestori, Massimo ed Ennio Franco cercarono di calmarlo, ma ormai la spirale di morte si era innestata: di razionalità non vi era più traccia.

Forzati, stando alle testimonianze, poi raccolte, fece fuoco prima sulla fidanzata di Ennio, la povera Ada Marzia Turri, poi, sullo stesso, e da ultimo sul fratello Massimo, ex pugile trentanovenne. I loro corpi, crivellati di colpi, vennero rinvenuti davanti e dietro il bancone.

Gli spari vennero accompagnati dalla frase “Ora avete finito di fare soldi”. In quegli attimi di terrore, alcuni, compresi i pochi clienti rimasti (sono già le 4 della notte) riescono a scappare. Le ballerine cilene se ne sono già andate da un po’, quelle filippine, invece, sono fuori dal locale da pochi minuti, in attesa di essere riaccompagnate ai loro alloggi, dal cassiere e chauffeur.

E proprio il cassiere ed il barista vengono fatti inginocchiare a terra dal Forzati, che vuole riaffermare tutto il suo onore, oltraggiato poco prima; il colonnello chiede loro con che arma preferiscono essere giustiziati.

Entrambi lo implorano di non essere uccisi: il cassiere arriva financo a baciare i proiettili, che c’erano a terra e non avevano attinto i corpi degli uccisi.

Fu in quel frangente che Emanuela, l’entraineuse, il cui nome vero era, in realtà, Concetta, ebbe la sventurata idea di gridare “Ora chiamo i Carabinieri”: il colonnello la inseguì, la trascinò per i capelli fino al telefono del locale, e le sbattè con forza la testa sull’apparecchio, esclamando “Vediamo a chi telefoni ora”. La stessa, riuscendo a liberarsi, percorse qualche metro: il Forzati le sparò a salve, forse per un difetto di funzionamento temporaneo dell’arma automatica, alcuni colpi. Almeno un paio. Il terzo, non a salve, colpì uno dei clienti del locale, Dino Govoni, di Poggio Renatico, che si frappose, probabilmente per aiutare, d’istinto, la ragazza, rimanendo ferito.

Lo stesso cercò di scappare, ma mentre Concetta riuscì a dileguarsi, lo sfortunato avventore venne raggiunto dal Forzati, che si impossessò dell’Alfa 164 del medesimo, conducendolo prima nella casa dell’amico, vicino alla Romea, e poi, via nella nebbia fittissima di quella mattina, fino a Poggio Renatico, in Via Madonna dei Boschi, ad oltre 70 chilometri dal luogo della strage, dove verso le 6 lo giustiziò con un colpo sotto l’occhio: si ignora se per ira (pare, infatti, che avessero bucato una gomma), o per togliersi dai piedi uno scomodo ostaggio.

Il corpo del Govoni, chiuso dentro l’auto, come se dormisse, venne rinvenuto verso le 8.30 della mattina da due abitanti della zona, che stavano recandosi al locale cimitero.

Le ricerche del Forzati erano iniziate già da alcune ore, in tutta la provincia, dopo la chiamata di allarme delle 4.15, ricevuta dai Carabinieri di Comacchio, intervenuti in forze sul luogo della strage.

Del Colonnello, o Lupo, o Tango, però, quella mattina, si persero le tracce nella nebbia.

Si lasciò dietro quattro cadaveri, due uccisi perché avevano difeso i suoi nemici, una per caso, con l’unica colpa di essere la fidanzata del proprietario, e l’ultimo, forse, per le ragioni narrate sopra.

Il 6 dicembre del 1989, la Corte d’Assise di Ferrara, presieduta dal dottor Bordon, e dalla Dott.ssa Franco, condannò Valeriano Forzati, in contumacia, alla pena dell’ergastolo.

Il Lupo riemerse dal nulla, il 6 marzo del 1990, 396 giorni dopo l’eccidio, telefonando a Mesola, da Buenos Aires, e chiedendo di essere arrestato. Non fece in tempo a venire estradato: pochi mesi dopo, fu ucciso in un carcere della capitale argentina.

Valeriano Forzati, senza dubbio, si è portato nella tomba alcuni misteri: un particolare non venne mai chiarito.

Una teste, infatti, escussa in corso di indagine, disse che in occasione della visita fatta prima della strage, nell’abitazione dell’amico, vicino alla Romea, il Colonnello, mentre lucidava le armi appena dissotterrate, avrebbe affermato che voleva recarsi al Laguna Blu per sbarazzarsi di persone che lo avevano coinvolto in un delitto.

A cosa si riferisse, non lo sapremo mai. Quello che è certo è che finiva tragicamente e per sempre, in quel nebbioso febbraio del 1989, la lunga epopea del locale, passato da “Fatti portare dalla mamma a prendere il latte”, ai tremendi spari di quella notte.

Da qualche anno, al suo posto, sorgono due palazzine residenziali.

E di Forzati, e di questa tragedia, a Bosco e dintorni, non si parla quasi più. Quasi.

Davide Bertasi



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