Goro piange ancora i suoi morti innocenti
Il sopravvissuto: le barche mitragliate da aerei alleati nel ’44
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Erano le 9.30 di una domenica dell’estate 1944. Tre barche goresi erano ormeggiate a pochi metri dallo “scanno del palo” nella Sacca della Gnocca (Scardovari): all’improvviso due idrovolanti americani puntarono dritti sulle le barche, cominciando a mitragliare con pallottole esplosive. Fu una strage. Una strage di innocenti. Completamente distrutta la famiglia di Guido Gianella: oltre a lui furono massacrati la moglie Fenia Maestri, che era incinta, il figlio Iolindo di 7 anni e la piccola Luisella che di anni ne aveva appena 3. Sull’altra barca, invece le pallottole uccisero Innocente Soncini, cugino di Guido, e miracolosamente si salvarono la moglie Caterina Viviani e i due figli: Noengrin di 18 anni e Fiorindo che aveva quasi 12 anni.
Proprio Fiorindo Soncini, ultimo testimone di quella strage, ricorda a 73 anni di distanza quella che è una delle pagine più tragiche della storia di Goro, che non deve essere dimenticata. Nonostante l'età Fiorindo - è sulla soglia degli 85 anni - rivive quel giorno con impressionante lucidità, in ogni minimo particolare: «È come fosse successo ieri», spiega.
Maledetta domenica
«Ricordo quella domenica, era il 20 agosto, eravamo a casa a Goro, mio padre volle partire per la Sacca della Gnocca, nonostante mia madre tentò di dissuaderlo: “Dai Nosente partiamo domani”. “Ma no - rispose lui partiamo oggi, Guido e la sua famiglia ci stanno aspettando”. Un triste disegno del destino, dice Fiorindo. «Arrivammo in Sacca alla Gocca intorno alle 8 - continua - e attraccammo le nostre barche “Sergio” e “Giovannino” insieme a quella di Guido... non non ricordo che nome avesse la barca...».
Poi, all’improvviso, quell’uscita in barca diventa tragedia, come raccontò la mamma di Fiorindo, Caterina Viviani (la Catina) a Giovannino Ferrari, che raccolse la testimonianza e la pubblicò nel libro “La mia terra: Goro e il Polesine". Testimonianza di cui riportiamo alcuni stralci grazie alla concessione dell’autore: «In quel momento, - racconta Caterina - eravamo tutti sopracoperta, io stavo facendo con i ferri una maglia di lana, mio figlio maggiore Noengrin, tagliava la legna per accendere il fuoco e l'atro più piccolo sbucciava le patate. Nosente, così chiamavo mio marito, stava pulendo il pesce da cuocere. Mio cugino Guido con la sua famiglia era affaccendato nella sua barca, D'un tratto, mi accorsi degli aerei, spaventata mi misi a gridare: "Attenti! Attenti! vengono verso di noi". Nosente tentennò un po' e disse: "Se non hanno sparato agli altri, perché dovrebbero sparare a noi?” Poi si mise a gridare: “Nascondetevi tutti sottocoperta”».
Pallottole dal cielo
Ma l’azione degli aerei fu fulminea: Guido e Nosente non fecero in tempo a scendere che arrivarono le raffiche di mitraglia. «Mio marito - raccontò Caterina - mi cascò addosso dal boccaportino: lì per lì non mi accorsi della gravità, poi vidi del sangue uscire dal torace e spaventata gli dissi: “Guarda Nosente, ti si sono conficcati dei pezzi di legno nel petto. Poi guardai meglio e mi accorsi che erano le costole e che lui era già morto».
Caterina rimase bloccata, poi la scosse il pensiero dei figli. Fortunatamente erano salvi. «Dalla barca di mio cugino - spiega ancora Caterina - pervenivano le grida di tutti; misi la testa fuori dal boccaportino e vidi Guido steso con la gamba flagellata. Tornai ancora sotto e, con l'aiuto dei miei figli, trascinai mio marito, ormai senza vita, in coperta. Io, disperatamente, passavo da poppa a prua con le mani tra i capelli gridando: "Aiuto! Aiuto! Gente..Aiuto!. I miei figli non facevano che piangere, volevo portate soccorso agli altri, ma non riuscivo a coordinare le idee. Guido, anche dolorante e immibilizzato, con la gamba a brandelli, non pensava a sé, ma ai suoi cari e mi disse: “Caterina controllati, non perderti d'animo, fatti coraggio, senti le grida dei miei familiari! Aiutali! Io continuavo a piangere e a dirgli di mio marito, poi riuscii a calmarmi un momento e seguii i suoi consigli»,
Sangue sulla barca
Caterina allora scese nella barca del cugino, che andava lentamente affondando e portò fuori Luisella, la bambina di tre anni, «che aveva ferite in tutte le parti del corpo, sino ad essere sfigurata. I vestiti e i capelli - è la testimonianza della donna - erano inzuppati di sangue; la posai poi nella mia barca vicino a suo padre e tornai subito a prendete il maschietto, Iolindo, di sei anni. Lo trovai con la pancia crivellata di ferite, lo feci aggrappare con le braccia al mio collo e lo portai fuori, posandolo accanto agli altri, Gli feci poi portare dell'acqua da mio figlio più giovane, Fiorindo, perché diceva di avere tanta sete. Mi prestai a soccorrere Fenia, ma trovai molte difficoltà perché era stata colpita, oltre che in diverse parti del corpo, anche alla testa, era forse in coma o già morta. Chiesi aiuto ai miei figli, ma erano troppo sconvolti, in particolare Fiorindo, che piangendo invocava: "Mamma non posso, non ce la faccio più, ho paura”.. Io insistetti: “Allora volete lasciarla affondare con la barca?”. Poi, ancora con i suggerimenti di Guido, mettemmo Fenia in un lenzuolo e, superando le difficoltà, riuscimmo a portarla in coperta accanto agli altri. Fenia non piangeva, emetteva solo un lamento e di tanto in tanto dei guizzi; probabilmente erano sintomi di sconvolgimento di quella povera creatura che teneva in grembo. Guido mi chiamo e mi disse ancora: “Caterina, non perderti, fatti coraggio, adesso prendi un pezzo di corda e stringimi la gamba con tutta la tua forza, altrimenti muoio dissanguato”. In coperta, nella mia barca, intanto scorreva sangue da tutte le parti e non c'era cosa che non fosse insanguinata».
I primi aiuti
I figli di Caterina gridavano aiuto, cercando di richiamare i pescatori, ma col timore che gli aerei potessero tornare e riprendere a mitragliare. L’aiuto arrivò dai fratelli Primo e Lino detti Bisghin con i loro figli (pescatori di Santa Giulia): salirono sulla «nostra barca e ci avviammo verso il Po di Gnocca. Arrivati alla foce, risalimmo lentamente il fiume verso la prima località, il Bacucco, che distava 3 chilometri circa, il percorso mi sembrava infinito, non arrivavamo mai: ogni tanto osservavo la famiglia di mio cugino, così crudelmente colpita e cercavo in tutti i modi di aiutarli, ma il mio aiuto si riduceva al solo conforto. Di frequente assistevo Luisella, che continuava a lamentarsi; l'accarezzavo, le lavavo le manine e il visino ormai sfigurato, ma poi il sangue glielo copriva di nuovo. Iolindo, sempre lucido di mente, spesso si rivolgeva a mio figlio più giovane dicendogli: “Fiorindo, dammi dell'acqua, ho tanto caldo dentro la pancia, mi sento bruciare”. I lamenti e i continui richiami riuscivano ad impegnarmi e a distrarmi per alcuni momenti dal pensare a mio marito, ma poi il mio pensiero ritornava su di lui e non potevo fare a meno di andare a posarmi sopra il suo corpo, lo abbracciavo e con disperazione gli chiedevo: perché è successo questo? Cosa abbiamo fatto? Perché tanta crudeltà?». Arrivati alla località Bacucco, le barche si fermarono, per chiedere aiuto. Lì si spense Iolindo, morendo dissanguato tra le braccia di Caterina.
I soldi per il funerale
Guido, il padre, del piccolo, pochi minuti prima di morire disse a Caterina: «La sorte della mia famiglia è segnata, moriremo tutti. Senti Caterina, nella mia casa, nascoste, ci sono ventimila lire, prendile tu e adoperale per il funerale, cerca di farci seppellire tutti nello stesso posto, mi raccomando. E tu, che sei rimasta sola, abbi cura dei tuoi figli».
Più tardi arrivarono dei contadini con un calesse, col quale trasportarono Fenia e Luisella all'ospedale di Codigoro: 35 chilometri da percorrere su strade dissestate. La mamma e la bimba morirono poco dopo l'arrivo in ospedale, anch'elle morirono. «Al Bacucco le autorità del luogo, i fascisti, volevano portare i nostri cari al cimitero più vicino per competenza, Qui nacque una discussione - raccontò Caterina - ma riuscii a convincerli di lasciarceli portate a Goro. Qualche ora più tardi, arrivarono da Goro alcuni nostri parenti e ci portarono a casa. Il mattino seguente, mi trovai in casa mia con cinque bare, una accanto all'altra. Io lì, seduta sul canapé, in silenzio, senza pi§ la forza di piangere, pensavo al mio povero Nosente, ma anche alla fine agonizzante di quella povera famiglia. Per me, quella strage fu la fine di ogni felicità».
Vestita sempre in nero
Caterina morì nel 1990, aveva 86 anni; dal giorno della disgrazia si è vestita di nero, sino all'ultimo giorno della sua vita. Rifiutò di prendere parte alla realizzazione di un filmato su quell'evento, non avrebbe avuto la forza, disse, di ripercorrere quei tragici momenti.
Fiorindo sottolinea poi un particolare che non potrà mai dimenticare: «Prima che le nostre barche fossero mitragliate, io, insieme a Iolindo e Luisella con il "batlin" siamo scesi sullo Scanno del Palo per una passeggiata di svago, dopo pochi minuti ci siamo imbattuti in una mucca morta e abbiamo avuto paura, così siamo tornati al “batlin” per poi raggiungere a poche decine di metri le barche sulle quali c'erano i nostri genitori: dopo poco gli aerei cominciarono a mitragliare. Un destino tragico, perché senza quella mucca morta non saremmo rientrati così in fretta, Iolindo e Luisella si sarebbero salvati».
Odino Passarella
Proprio Fiorindo Soncini, ultimo testimone di quella strage, ricorda a 73 anni di distanza quella che è una delle pagine più tragiche della storia di Goro, che non deve essere dimenticata. Nonostante l'età Fiorindo - è sulla soglia degli 85 anni - rivive quel giorno con impressionante lucidità, in ogni minimo particolare: «È come fosse successo ieri», spiega.
Maledetta domenica
«Ricordo quella domenica, era il 20 agosto, eravamo a casa a Goro, mio padre volle partire per la Sacca della Gnocca, nonostante mia madre tentò di dissuaderlo: “Dai Nosente partiamo domani”. “Ma no - rispose lui partiamo oggi, Guido e la sua famiglia ci stanno aspettando”. Un triste disegno del destino, dice Fiorindo. «Arrivammo in Sacca alla Gocca intorno alle 8 - continua - e attraccammo le nostre barche “Sergio” e “Giovannino” insieme a quella di Guido... non non ricordo che nome avesse la barca...».
Poi, all’improvviso, quell’uscita in barca diventa tragedia, come raccontò la mamma di Fiorindo, Caterina Viviani (la Catina) a Giovannino Ferrari, che raccolse la testimonianza e la pubblicò nel libro “La mia terra: Goro e il Polesine". Testimonianza di cui riportiamo alcuni stralci grazie alla concessione dell’autore: «In quel momento, - racconta Caterina - eravamo tutti sopracoperta, io stavo facendo con i ferri una maglia di lana, mio figlio maggiore Noengrin, tagliava la legna per accendere il fuoco e l'atro più piccolo sbucciava le patate. Nosente, così chiamavo mio marito, stava pulendo il pesce da cuocere. Mio cugino Guido con la sua famiglia era affaccendato nella sua barca, D'un tratto, mi accorsi degli aerei, spaventata mi misi a gridare: "Attenti! Attenti! vengono verso di noi". Nosente tentennò un po' e disse: "Se non hanno sparato agli altri, perché dovrebbero sparare a noi?” Poi si mise a gridare: “Nascondetevi tutti sottocoperta”».
Pallottole dal cielo
Ma l’azione degli aerei fu fulminea: Guido e Nosente non fecero in tempo a scendere che arrivarono le raffiche di mitraglia. «Mio marito - raccontò Caterina - mi cascò addosso dal boccaportino: lì per lì non mi accorsi della gravità, poi vidi del sangue uscire dal torace e spaventata gli dissi: “Guarda Nosente, ti si sono conficcati dei pezzi di legno nel petto. Poi guardai meglio e mi accorsi che erano le costole e che lui era già morto».
Caterina rimase bloccata, poi la scosse il pensiero dei figli. Fortunatamente erano salvi. «Dalla barca di mio cugino - spiega ancora Caterina - pervenivano le grida di tutti; misi la testa fuori dal boccaportino e vidi Guido steso con la gamba flagellata. Tornai ancora sotto e, con l'aiuto dei miei figli, trascinai mio marito, ormai senza vita, in coperta. Io, disperatamente, passavo da poppa a prua con le mani tra i capelli gridando: "Aiuto! Aiuto! Gente..Aiuto!. I miei figli non facevano che piangere, volevo portate soccorso agli altri, ma non riuscivo a coordinare le idee. Guido, anche dolorante e immibilizzato, con la gamba a brandelli, non pensava a sé, ma ai suoi cari e mi disse: “Caterina controllati, non perderti d'animo, fatti coraggio, senti le grida dei miei familiari! Aiutali! Io continuavo a piangere e a dirgli di mio marito, poi riuscii a calmarmi un momento e seguii i suoi consigli»,
Sangue sulla barca
Caterina allora scese nella barca del cugino, che andava lentamente affondando e portò fuori Luisella, la bambina di tre anni, «che aveva ferite in tutte le parti del corpo, sino ad essere sfigurata. I vestiti e i capelli - è la testimonianza della donna - erano inzuppati di sangue; la posai poi nella mia barca vicino a suo padre e tornai subito a prendete il maschietto, Iolindo, di sei anni. Lo trovai con la pancia crivellata di ferite, lo feci aggrappare con le braccia al mio collo e lo portai fuori, posandolo accanto agli altri, Gli feci poi portare dell'acqua da mio figlio più giovane, Fiorindo, perché diceva di avere tanta sete. Mi prestai a soccorrere Fenia, ma trovai molte difficoltà perché era stata colpita, oltre che in diverse parti del corpo, anche alla testa, era forse in coma o già morta. Chiesi aiuto ai miei figli, ma erano troppo sconvolti, in particolare Fiorindo, che piangendo invocava: "Mamma non posso, non ce la faccio più, ho paura”.. Io insistetti: “Allora volete lasciarla affondare con la barca?”. Poi, ancora con i suggerimenti di Guido, mettemmo Fenia in un lenzuolo e, superando le difficoltà, riuscimmo a portarla in coperta accanto agli altri. Fenia non piangeva, emetteva solo un lamento e di tanto in tanto dei guizzi; probabilmente erano sintomi di sconvolgimento di quella povera creatura che teneva in grembo. Guido mi chiamo e mi disse ancora: “Caterina, non perderti, fatti coraggio, adesso prendi un pezzo di corda e stringimi la gamba con tutta la tua forza, altrimenti muoio dissanguato”. In coperta, nella mia barca, intanto scorreva sangue da tutte le parti e non c'era cosa che non fosse insanguinata».
I primi aiuti
I figli di Caterina gridavano aiuto, cercando di richiamare i pescatori, ma col timore che gli aerei potessero tornare e riprendere a mitragliare. L’aiuto arrivò dai fratelli Primo e Lino detti Bisghin con i loro figli (pescatori di Santa Giulia): salirono sulla «nostra barca e ci avviammo verso il Po di Gnocca. Arrivati alla foce, risalimmo lentamente il fiume verso la prima località, il Bacucco, che distava 3 chilometri circa, il percorso mi sembrava infinito, non arrivavamo mai: ogni tanto osservavo la famiglia di mio cugino, così crudelmente colpita e cercavo in tutti i modi di aiutarli, ma il mio aiuto si riduceva al solo conforto. Di frequente assistevo Luisella, che continuava a lamentarsi; l'accarezzavo, le lavavo le manine e il visino ormai sfigurato, ma poi il sangue glielo copriva di nuovo. Iolindo, sempre lucido di mente, spesso si rivolgeva a mio figlio più giovane dicendogli: “Fiorindo, dammi dell'acqua, ho tanto caldo dentro la pancia, mi sento bruciare”. I lamenti e i continui richiami riuscivano ad impegnarmi e a distrarmi per alcuni momenti dal pensare a mio marito, ma poi il mio pensiero ritornava su di lui e non potevo fare a meno di andare a posarmi sopra il suo corpo, lo abbracciavo e con disperazione gli chiedevo: perché è successo questo? Cosa abbiamo fatto? Perché tanta crudeltà?». Arrivati alla località Bacucco, le barche si fermarono, per chiedere aiuto. Lì si spense Iolindo, morendo dissanguato tra le braccia di Caterina.
I soldi per il funerale
Guido, il padre, del piccolo, pochi minuti prima di morire disse a Caterina: «La sorte della mia famiglia è segnata, moriremo tutti. Senti Caterina, nella mia casa, nascoste, ci sono ventimila lire, prendile tu e adoperale per il funerale, cerca di farci seppellire tutti nello stesso posto, mi raccomando. E tu, che sei rimasta sola, abbi cura dei tuoi figli».
Più tardi arrivarono dei contadini con un calesse, col quale trasportarono Fenia e Luisella all'ospedale di Codigoro: 35 chilometri da percorrere su strade dissestate. La mamma e la bimba morirono poco dopo l'arrivo in ospedale, anch'elle morirono. «Al Bacucco le autorità del luogo, i fascisti, volevano portare i nostri cari al cimitero più vicino per competenza, Qui nacque una discussione - raccontò Caterina - ma riuscii a convincerli di lasciarceli portate a Goro. Qualche ora più tardi, arrivarono da Goro alcuni nostri parenti e ci portarono a casa. Il mattino seguente, mi trovai in casa mia con cinque bare, una accanto all'altra. Io lì, seduta sul canapé, in silenzio, senza pi§ la forza di piangere, pensavo al mio povero Nosente, ma anche alla fine agonizzante di quella povera famiglia. Per me, quella strage fu la fine di ogni felicità».
Vestita sempre in nero
Caterina morì nel 1990, aveva 86 anni; dal giorno della disgrazia si è vestita di nero, sino all'ultimo giorno della sua vita. Rifiutò di prendere parte alla realizzazione di un filmato su quell'evento, non avrebbe avuto la forza, disse, di ripercorrere quei tragici momenti.
Fiorindo sottolinea poi un particolare che non potrà mai dimenticare: «Prima che le nostre barche fossero mitragliate, io, insieme a Iolindo e Luisella con il "batlin" siamo scesi sullo Scanno del Palo per una passeggiata di svago, dopo pochi minuti ci siamo imbattuti in una mucca morta e abbiamo avuto paura, così siamo tornati al “batlin” per poi raggiungere a poche decine di metri le barche sulle quali c'erano i nostri genitori: dopo poco gli aerei cominciarono a mitragliare. Un destino tragico, perché senza quella mucca morta non saremmo rientrati così in fretta, Iolindo e Luisella si sarebbero salvati».
Odino Passarella
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