Nudo e sensuale: l’angelo di Bononi simbolo della bellezza sovrumana
di MICAELA TORBOLI
L’opera, dipinta dall’artista ferrarese nel 1625, risente della classicità e della cultura estense È stata scelta come emblema della grande mostra che sarà proposta in autunno ai Diamanti
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Tra le creature alate ultraterrene, presenti in molti culti, l'angelo cristiano è senza dubbio maschio. Anche quando, non di rado, ha sembianze efebiche e dolci. Ne fanno fede, grazie alle arti, i numerosi angioletti allegramente nudi in opere di varie epoche, ma ancor più gli angeli barbuti come quelli riprodotti nelle catacombe romane di via Latina (IV secolo) e pure su sarcofagi paleocristiani: fin dentro al Quattrocento, come nella Pieve di Contignaco di Salsomaggiore, o negli affreschi stupefacenti (1420 circa) della chiesa di Santa Caterina d'Alessandria di Galatina dove quattro angeli dell'Apocalisse, armati fino ai denti, mostrano ricche barbe bionde ed arricciate.
È un modo di dire comune, quando si parla di una discussione inutile, che tanto vorrebbe definire il sesso degli angeli, ma esaminando un dipinto come l'Angelo custode di Carlo Bononi (1625 circa), prescelto come portabandiera della mostra che si terrà a Palazzo dei Diamanti in autunno e dedicata al pittore ferrarese, l'argomento sessuale va affrontato.
Nella grande pala, già in Sant'Andrea e fin dall'Ottocento di proprietà pubblica, uno statuario angelo indica il Paradiso celeste ad un ragazzo accucciato ai suoi piedi, al quale si addossa un poco temibile diavoletto con tanto di piccole corna ritorte e dal fiato viperino debolmente fiammeggiante. La scena si svolge in un desolato paesaggio squassato dal vento e in piena tempesta: sullo sfondo un anonimo gruppo di casupole richiama una presenza di vita umana. Per questo angelo si è parlato giustamente come di un suo aspetto “sexy” ovvero sensuale in modo eclatante.
I nudi maschili di Carlo Bononi hanno non di rado questo timbro, molto marcato. Mentre le sue donne sono quasi sempre infagottate anche se graziose e tenere. Baruffaldi ci tramanda che Bononi, uomo dai costumi integerrimi, aveva frequentato scuole di nudo, ma la sua elaborazione del tema è inquietante, anche perché parliamo quasi sempre di nudi in dipinti di tema sacro.
Questo angelo custode è quasi nudo. Indossa solo calzari all'antica decorati da mascheroni, mentre una cappa di fine seta rosata (del tono detto “de rosa secha” o rosato di grana quasi cremisi pallido) gli cinge mollemente i fianchi e sembra scivolare via: una cappa, perché un cordino sottile, che serve per trattenere il manto, attraversa diagonalmente il petto dell'angelo, con un effetto di sottolineatura del nudo simile a quello famoso delle donne ritratte senza veli con solo un nastrino nero al collo, come la celebre Olympia di Manet (1864).
Angeli in forma di maschi adulti, nudi o quasi (il solito panno alle reni prevale) compaiono fin dal Quattrocento dopo secoli di angeli vestitissimi: ad esempio abbiamo i due possenti angeli “tubicini” che annunziano con le chiarine La resurrezione della carne (1499 ca.) nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto che Luca Signorelli ha immortalato in un tripudio di nudità degna del più scatenato paganesimo. Sono tuttavia nudi eroici, nell'intenzione vicini ai successivi angeli nudi della Cappella Sistina che sono pure “apteri” (senza ali). A Daniele da Volterra fu ordinato di velare i nudi michelangioleschi e venne per questo detto Braghettone.
L'angelo bononiano risente della classicità, fondendo le costruzioni delle pose dei corpi, tipiche del “chiasmo” del greco Policleto, con il “contrapposto” manierista; richiama nel gesto del braccio che indica il Cielo il magnifico e seminudo Bacco in India attribuito a Dosso Dossi (1515 circa, già in Castello e oggi al Museo Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya di Mumbai), di stampo tizianesco.
Bononi fa sporgere in avanti il petto angelico di rara perfezione complici le ali raccolte che si devono pensare in movimento, in una postura ispirata al déhanchement gotico, ovvero messo in evidenza il bacino con lo spostarsi in avanti della zona pelvica e con l’arretramento delle spalle. La maliziosa seta rosa della cappa, che svolazza anche dal basso per via del vento, porta a concentrare lo sguardo non sul bel visino dell'angelo, o sul garzone accucciato (anch'esso seminudo, e quasi adulto, mentre l'iconografia dell'angelo custode prevede di solito un infante) ma sul tronco e l'addome in risalto, vivi come fossero mossi da battiti e respiri sotto la pelle eburnea. Risalta così anche il potente braccio sinistro abbandonato.
La sensualità di questo angelo è insolita in un contesto religioso controriformistico, in cui pure non mancarono angeli “sexy” (Caravaggio lo testimonia), e va inserita nella cultura ferrarese di Bononi, impregnata della visione conturbante della carnalità della quale fu maestro Torquato Tasso, poeta principe nell'indagare e divulgare un erotismo morbido e ambiguo. Nessun eccesso, però, di testosterone celeste, ma una sensualità misteriosa tutta di testa e occhi, alla quale è impossibile sfuggire esaltata com'è da un contesto che svela un ribaltamento della seduzione: non è infatti il demonio a essere tentatore, ma l’angelo di bellezza sovrumana.
MIcaela Torboli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È un modo di dire comune, quando si parla di una discussione inutile, che tanto vorrebbe definire il sesso degli angeli, ma esaminando un dipinto come l'Angelo custode di Carlo Bononi (1625 circa), prescelto come portabandiera della mostra che si terrà a Palazzo dei Diamanti in autunno e dedicata al pittore ferrarese, l'argomento sessuale va affrontato.
Nella grande pala, già in Sant'Andrea e fin dall'Ottocento di proprietà pubblica, uno statuario angelo indica il Paradiso celeste ad un ragazzo accucciato ai suoi piedi, al quale si addossa un poco temibile diavoletto con tanto di piccole corna ritorte e dal fiato viperino debolmente fiammeggiante. La scena si svolge in un desolato paesaggio squassato dal vento e in piena tempesta: sullo sfondo un anonimo gruppo di casupole richiama una presenza di vita umana. Per questo angelo si è parlato giustamente come di un suo aspetto “sexy” ovvero sensuale in modo eclatante.
I nudi maschili di Carlo Bononi hanno non di rado questo timbro, molto marcato. Mentre le sue donne sono quasi sempre infagottate anche se graziose e tenere. Baruffaldi ci tramanda che Bononi, uomo dai costumi integerrimi, aveva frequentato scuole di nudo, ma la sua elaborazione del tema è inquietante, anche perché parliamo quasi sempre di nudi in dipinti di tema sacro.
Questo angelo custode è quasi nudo. Indossa solo calzari all'antica decorati da mascheroni, mentre una cappa di fine seta rosata (del tono detto “de rosa secha” o rosato di grana quasi cremisi pallido) gli cinge mollemente i fianchi e sembra scivolare via: una cappa, perché un cordino sottile, che serve per trattenere il manto, attraversa diagonalmente il petto dell'angelo, con un effetto di sottolineatura del nudo simile a quello famoso delle donne ritratte senza veli con solo un nastrino nero al collo, come la celebre Olympia di Manet (1864).
Angeli in forma di maschi adulti, nudi o quasi (il solito panno alle reni prevale) compaiono fin dal Quattrocento dopo secoli di angeli vestitissimi: ad esempio abbiamo i due possenti angeli “tubicini” che annunziano con le chiarine La resurrezione della carne (1499 ca.) nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto che Luca Signorelli ha immortalato in un tripudio di nudità degna del più scatenato paganesimo. Sono tuttavia nudi eroici, nell'intenzione vicini ai successivi angeli nudi della Cappella Sistina che sono pure “apteri” (senza ali). A Daniele da Volterra fu ordinato di velare i nudi michelangioleschi e venne per questo detto Braghettone.
L'angelo bononiano risente della classicità, fondendo le costruzioni delle pose dei corpi, tipiche del “chiasmo” del greco Policleto, con il “contrapposto” manierista; richiama nel gesto del braccio che indica il Cielo il magnifico e seminudo Bacco in India attribuito a Dosso Dossi (1515 circa, già in Castello e oggi al Museo Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya di Mumbai), di stampo tizianesco.
Bononi fa sporgere in avanti il petto angelico di rara perfezione complici le ali raccolte che si devono pensare in movimento, in una postura ispirata al déhanchement gotico, ovvero messo in evidenza il bacino con lo spostarsi in avanti della zona pelvica e con l’arretramento delle spalle. La maliziosa seta rosa della cappa, che svolazza anche dal basso per via del vento, porta a concentrare lo sguardo non sul bel visino dell'angelo, o sul garzone accucciato (anch'esso seminudo, e quasi adulto, mentre l'iconografia dell'angelo custode prevede di solito un infante) ma sul tronco e l'addome in risalto, vivi come fossero mossi da battiti e respiri sotto la pelle eburnea. Risalta così anche il potente braccio sinistro abbandonato.
La sensualità di questo angelo è insolita in un contesto religioso controriformistico, in cui pure non mancarono angeli “sexy” (Caravaggio lo testimonia), e va inserita nella cultura ferrarese di Bononi, impregnata della visione conturbante della carnalità della quale fu maestro Torquato Tasso, poeta principe nell'indagare e divulgare un erotismo morbido e ambiguo. Nessun eccesso, però, di testosterone celeste, ma una sensualità misteriosa tutta di testa e occhi, alla quale è impossibile sfuggire esaltata com'è da un contesto che svela un ribaltamento della seduzione: non è infatti il demonio a essere tentatore, ma l’angelo di bellezza sovrumana.
MIcaela Torboli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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