La Nuova Ferrara

In montagna con i salesiani Avventure anni Sessanta

In montagna con i salesiani Avventure anni Sessanta

La colonia montana di Frassené ha ospitato centinaia di ragazzi ferraresi: scarpinate infinite, partite di pallone, pesca alla trota e prime cotte 

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Anno scolastico 1968-69, io e i miei avevamo lasciato la casa di Porotto e ci eravamo trasferiti in città, a Ferrara. Facevo la IV ginnasio e l’avevo sfangata per il rotto della cuffia. Promosso a giugno. Allenamenti in bici, gran partite a pallone ai Tri camp di via Canapa, pomeriggi ad ascoltar musica o a guardare i complessini suonare. Ma niente mi piaceva da impazzire. Sognavo. Bastava una frase, o forse solo una parola ascoltata in classe o da un amico che la mia fantasia si impennava e correva lontano. Lontano dalla famiglia, dalla scuola. Da tutto.

In quegli anni il tempo aveva una dimensione diversa, non si era contenti della nostra condizione di giovani, si voleva essere già grandi per avere le cose che i diciottenni e i ventenni avevano, la macchina, la moto. La morosa.

Gran parte dei pomeriggi d’estate li passavo all’oratorio di San Benedetto, dove si consumavano interminabili partite a ping-pong. Anche qui i grandi la facevano da padroni, vincevano le partite e restavano al tavolo per sfidare tutti gli altri, in fila ad aspettare il proprio turno. Come dal dottore. Io duravo appena una partita ed era spesso cappotto, 12 a zero. Mi consolavo con un bicchiere di spuma al chinotto, servita al bar della sala da un laico di cui non ricordo il nome. Di Don Gianni però mi ricordo: era lui il frate che a settembre ci aveva accompagnato a Frassené. La scuola iniziava a ottobre e quindi ci si poteva permettere un supplemento di estate: tre settimane di camminate in montagna. Per me era la prima volta.

Ricordo gli emozionanti acquisti per l’occasione: la mia prima giacca a vento, nera trapuntata, i calzerotti di lana grossa e lo zaino. E poi l’odore di grasso con cui bisognava impomatare le pedule. Grazie a Don Gianni imparai ad amare la montagna, a camminare secondo il respiro, per dosare lo sforzo; imparai allora ad amare la fatica, l’acqua gelida di Rio Domodore, l’odore dolce dell’erba falciata salendo al rifugio Scarpa, pranzare al sacco e soprattutto l’atmosfera intima del rifugio. Un misto di salsiccia e polenta, calzini e grappa, funghi e caligine.

Non ci si limitava a scampagnate nei dintorni, ma si facevano scarpinate di ore. Rifugio Treviso, rifugio Nuvolau, rifugio Scoiattoli. E pranzi a base di scatolette, pane e uova sode seduti sulle rocce. Indimenticabili. Il bivacco Biasin era per noi una meta irraggiungibile, troppo faticoso e pericoloso. Roba da grandi. Per noi non era ancora tempo. Una volta abbiamo dormito in rifugio. Oddio, in realtà era una stalla con un pagliericcio. Ci eravamo coricati vestiti, con la giacca a vento. Freddo cane. Dovevamo fare la Transcivetta, con partenza da Listolade per arrivare ad Alleghe. Coldai meta intermedia, dopo esser passati per il Tissi, rifugio stupendo, con il Civetta in faccia. Cena al rifugio Vazzoler. Nella camerata-ovile c’era un alpinista, una montagna di muscoli e di personalità, che l’indomani all’alba doveva arrampicarsi sul Torre Trieste, uno sperone di roccia nuda conficcato nel cielo. Lo ascoltavamo in silenzio mentre raccontava qualcosa ad altri rocciatori, in veneto stretto. Noi infreddoliti dentro i sacchi a pelo e lui sdraiato sul pagliericcio in canottiera. Quando ci siamo alzati con le ossa rotte per il freddo e per la scomodità del pagliericcio, lui era già a metà scalata.

Villa Ida era una specie di colonia montana, gestita appunto dai Salesiani di San Benedetto, che ogni anno organizzavano il Grest sopra Agordo. Quando si restava in Villa, si giocava a pallone o si facevano passeggiate fino ai Laghetti, con baita e pesca alla trota.

I compagni d’avventura erano Arturo, Stefano e Marco: quest’ultimo era in classe con me e fu lui ad introdurmi nell’ambiente. Lo ammiravo molto, perché suonava la chitarra come un professionista, nonostante i soli quattordici anni. Era il mio mentore musicale, e con lui condividevo la già smisurata passione per la musica. Quando veniva a trovarmi a casa, imbracciava la mia chitarra, che io non sapevo suonare, e faceva delle autentiche jam-session, dove cantava, suonava e faceva spezzati da brivido. Canzoni che imbroccava suonando a orecchio.

Le canzoni che sentivamo dall’altoparlante del cortile di Villa Ida erano Gimme some loving degli Spencer Davis Group, guidati dall’immenso Steve Winwood, Don’t let me down dei Beatles, Fortuna, un pezzo strumentale stupendo dei Procol Harum. I brani italiani erano Non è Francesca di Lucio Battisti, e Cominciava così, cantata e scritta da Maurizio Vandelli, dell’Equipe 84.

Cominciava così/ come un gioco un anno fa/ ma solo ieri però/ ci siamo detti la verità...

Non ho un chiaro ricordo degli altri frati, a parte quello di un secondo Don Gianni, più giovane del primo, ma meno carismatico; poi di un certo Don Locatelli, un grassoccio frate da tavola. Ce n’era un altro in Villa Ida, che non dimenticherò mai. Solitario e forse misantropo, un tipo che non stava mai con nessuno; nemmeno veniva a tavola con gli altri frati. Sembrava in castigo. Fumava nella sua stanza e ascoltava De Andrè tutto il tempo. Una personalità da asceta. Non ricordo il nome. Un giorno io e Marco eravamo in ansia perché aspettavamo due ragazzine del posto, avevamo un mezzo appuntamento. Non vedendole, avevamo pensato che fossero già arrivate e che, non avendoci trovati, se ne fossero andate. Volevamo sperare che fosse andata così. In realtà era l’ennesimo bidone. Ci mettemmo così a cercarle con la frenetica sollecitudine tipica dell’età, e ci fiondammo all’interno della Villa Ida, sin dentro le stanze dove alloggiavano i frati; io vidi una porta aperta ed entrai: era la stanza del frate solitario. Dalla porta usciva odore di sigaretta e una nuvoletta di fumo azzurrino mi venne incontro appena varcai la soglia, insieme alle note di una canzone di De Andrè, forse La guerra di Piero. Io gli chiesi se aveva visto le due ragazze, e avevo l’aria di chi, non senza civetteria, voleva fargli sapere che due ragazzine si erano spinte fino alla Villa per noi. Noi, i più fighi, che avevamo già le morosette e che eravamo già grandi. Ricordo ancora oggi la risposta che mi diede: “Non fare il pisquano...” Io uscii quasi di corsa e guardai Marco. Quella frase secca mi aveva polverizzato. Cosa voleva dire pisquano? Ce lo chiedemmo per giorni. Ancora oggi non so cosa vuol dire. Ma posso intuirlo.

Giovanni Calza

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