La Nuova Ferrara

Stragi e attentati Quando la poesia racconta il terrore

Stragi e attentati Quando la poesia racconta il terrore

Fantuzzi a Ferrara con “La stazione di Bologna” «Uso un linguaggio che tiene vivo il ricordo»

3 MINUTI DI LETTURA





Ottantacinque morti e duecento feriti. Numeri che fanno tremare, rabbrividire, piangere. Sono numeri che pesano tantissimo e che ancora oggi, in quest’epoca di attentati terroristici, di esplosivi e di camion impazziti gettati sulla folla, non passano in secondo piano. Sono i numeri, i morti e i feriti della strage della stazione di Bologna, quella del 2 agosto 1980: la strage che rimane il più grave atto terroristico avvenuto in Italia dal dopoguerra ad oggi. Ma l’attenzione non può esaurirsi a una data sul calendario; perciò il poeta Matteo Fantuzzi presenterà il suo nuovo libro, La stazione di Bologna (ed. Feltrinelli) domani, alle 20, nel cortile del Castello. E sarà Alessandro Tagliati a interpretarne le poesie davanti al pubblico ferrarese.

Quando ha impugnato la penna per la sua Bologna?

«Il progetto è partito dieci anni fa. Volevo chiudere il libro precedente con un esempio positivo: Kobarid raccoglieva i primi segnali del precariato odierno, così decisi di esprimere la reazione dei bolognesi di fronte alla strage».

Dentro la tragedia cos’ha percepito di positivo da ispirarla?

«Bisogna considerare che allora la protezione civile non era organizzata come oggi e ciascuno diede il proprio contributo: i primi soccorritori furono i tassisti che andarono a raccogliere i feriti per riportarli ai familiari. Poi i medici che smontavano dai turni di notte e prestarono subito soccorso alle vittime».

La tenacia dell’autobus 37 è rimasta impressa nell’immaginario della città.

«Fu il mezzo che trasportò i corpi dalla stazione alla certosa perché tutte le ambulanze erano state impiegate e fu guidato senza sosta dallo stesso conducente. Di fronte a un fatto straordinario persone ordinarie con un lavoro ordinario diventarono a loro volta straordinarie. L’autista dell’autobus 37 continuò per oltre 16 ore il suo andirivieni per rendere giustizia ai morti».

Fu una grande lezione di civiltà.

«Ognuno di noi ha una dote e può dare un piccolo ma fondamentale contributo alla comunità, alla maniera della signora che scendeva in strada per offrire il caffè ai volontari che scavavano sotto le macerie. Si ha sempre un’impellente necessità di sangue, specialmente durante l’estate. Ecco, in quei giorni, nonostante la concentrazione fuori norma di interventi chirurgici negli ospedali della zona, dovettero mandare a casa centinaia di donatori, poiché erano troppi. Fu una prova di umanità e di coesione da trasmettere».

Invece oggi cosa ci sta succedendo?

«Reazioni simili a quella sono le risposte collettive per colmare la distanza che si è creata negli ultimi decenni. Con la polvere, dovuta alla caduta dei calcinacci, tutti diventarono uguali, senza differenze estetiche o modus vivendi a cui aggrapparsi per stare lontani. Nell’esplosione tutti erano esseri umani alla pari. C’erano anche tanti stranieri, sia tra le vittime che tra i soccorritori, ma dai resoconti non emerse alcun tratto distintivo».

Come ha affrontato la ricerca?

«Avevo un anno e non posso avere ricordi diretti, se non quelli dei miei genitori. Ho avviato un intenso lavoro di recupero delle fonti storiografiche e mediatiche. Ho individuato le tracce degli stati d’animo di chi aveva sofferto: una volta che li ho fatti “miei”, per quanto possibile, compresi i panni di chi era sopravvissuto ed era rimasto al mondo al posto di altri suoi cari, ho proceduto con la stesura. Lentamente il fine del libro è cambiato, si è espanso».

Si è confrontato dunque con il dolore altrui e questa esperienza l’ha fatta crescere.

In che modo?

«Astraendo ho capito il significato di una strage: l’assoluto della follia e della casualità che si annidano dietro un eccesso di violenza, al netto che questa avesse comunque degli obiettivi precisi. Il tipo di persone che furono coinvolte erano un simbolo sociale».

Talvolta, però, la cronaca non basta a restituire la dignità perduta dai singoli nel marasma della storia.

«Per questo ho deciso di raccontare l’avvenimento con un linguaggio diverso da quello che era stato e non c’è più. Un linguaggio che lo mantenga vivo e contemporaneo. Il mio timore è che la memoria sia relegata a un mondo superato; mentre le nuove generazioni hanno il dovere di non darlo per scontato e di impegnarsi affinché non riaccada».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google