La Nuova Ferrara

Franceschini e il suo libro nato tra follia e ordinarietà

Franceschini e il suo libro nato tra follia e ordinarietà

Sabato all’Ibs+Libraccio il ministro ferrarese presenta “Disadorna” «Tra le pagine anche personaggi reali, è una dichiarazione d’amore per la città»

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Si apre su «una distesa di pianura infinita» il nuovo libro di Dario Franceschini, “Disadorna”, edito da La nave di Teseo e fresco di stampa. Sabato alle 21, il ministro della cultura sarà ospite della libreria Ibs+Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste) per presentarlo insieme a due ferraresi d’eccezione, Daria Bignardi e Diego Marani. Si tratta di una raccolta di racconti che prende il largo con Paco Tovar alla finestra, un uomo alla ricerca dell’ispirazione perduta. Il protagonista è pronto a lasciarsi alle spalle il superfluo: attraversa l’oceano per raggiungere una terra densa di storie, dove vive un certo Za, incipit di quel Zavattini che fu capace di rapire l’immaginazione di Gabriel García Márquez.

Disadorna sott’intende la vita stessa?

«Un autore dopo che ha licenziato le bozze dovrebbe scomparire… vorrei che il lettore interpretasse liberamente. Nel caso del titolo, il protagonista cerca un luogo disadorno, perché più è circondato dal vuoto più risalta l’ispirazione e riesce a mettere a fuoco i pensieri. La vita è troppo colorata».

Perché sono proprio le piccole cose a rendere felice un individuo?

«La maggior parte dei miei personaggi trova la quiete nella semplicità dei momenti quotidiani, essenziali, piuttosto che in grandi eventi o nel successo».

E cosa c’entra il suo vissuto con questo approccio?

«Il mio passato si mescola al loro presente, all’invenzione che rende tale un’opera letteraria. Personalmente cerco l’autenticità di una giornata nei rapporti umani, quelli veri, non nella sfera pubblica che ne prende la gran parte. Mi preme di più la parola di un amico che un applauso».

Scrivere l’ha aiutata ad assimilare certi ricordi?

«No, non è soltanto questione di nostalgia. Quando attraversi un corridoio tutte le mattine, gli oggetti che lo caratterizzano scompaiono ai nostri occhi, sebbene ci fossimo affezionati. Ma nel momento in cui cambi casa e ripensi a quel tratto abitudinario, quegli oggetti riaffiorano sotto una nuova luce, specie se ti erano appartenuti. Conosco ogni pietra, ciottolo o finestra della città dove sono nato e cresciuto, e quando mi sono allontanato sono diventati ancora più vividi».

In particolare che cosa le è mancato di Ferrara?

«I luoghi, a cominciare dal bar Scandiana, da Santa Maria in Vado e da via Ragno. La mia è una dichiarazione d’amore totale per la città. Ne ricordo persino i rumori e non intendo dimenticarli. Tra le pagine ci sono anche ferraresi reali che si riconosceranno dietro altri nomi e che non intendo svelare».

Il mare, la nebbia, i vicoli del centro: perché il paesaggio le ha suscitato tante metafore?

«Trovo che la pianura padana sia piatta solo in apparenza: se sulla superficie sembra che non succeda quasi nulla, scavando si trova una ricchezza straordinaria di memorie. L’ispirazione mi è arrivata da un misto di ordinarietà e di follia».

Il tono ironico e leggero con cui scrive è per non prendersi troppo sul serio?

«Non ho cercato un compromesso con me stesso, mi è venuto naturale. Preferisco i libri che scorrono, nei quali la lettura è resa immediata. Questo non significa banalizzare, ma voler trasmettere qualcosa. Ostentare erudizione mette solo in difficoltà».

L’atmosfera del delta padano ha dato i natali a numerosi intellettuali. Quali sono i suoi di riferimento?

«Spero di essermi avvicinato al realismo magico del quale ammiro le penne. Pensando all’esperienza di Márquez, mi piace l’idea che la tradizione latino-americana derivi da personalità come Zavattini, Antonioni e il pittore Ligabue, che hanno dato ascolto alle loro radici».

Per pubblicare ha scelto un editore indipendente. In che modo il nostro paese tutela la “bibliodiversità” favorita dalle piccole e medie case editrici?

«Insieme all’Associazione Italiana Editori e al Ministero della Pubblica Istruzione ci siamo impegnati a fondo per aumentare il numero dei lettori. Poi dovremmo immaginare una legge che aiuti l’editoria al pari di quelle rivolte al cinema e al pubblico spettacolo. Sostenere l’uscita di un film, che è un prodotto culturale, significa sostenere il regista, il cast, il giovane emergente, ovvero la filiera intera. È un tema che durante la prossima legislatura porterei avanti anche se non fossi più ministro della cultura».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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