La Nuova Ferrara

L’INCIPIT

La stanza era davvero disadorna, come la campagna che aveva attraversato per arrivare sin lì. Un letto matrimoniale senza la testiera, due comodini, un tavolino, un armadio a muro e di fianco il...

2 MINUTI DI LETTURA





La stanza era davvero disadorna, come la campagna che aveva attraversato per arrivare sin lì. Un letto matrimoniale senza la testiera, due comodini, un tavolino, un armadio a muro e di fianco il lavandino, con sopra un piccolo specchio. Dietro la porta un foglio ingiallito, con il nome dell’albergo e la tabella dei prezzi di alta, media e bassa stagione.

Tutto sommato la camera era decente, anche pulita, ma si intuiva che non veniva abitata da molto tempo, forse dall’aria stantia o da quei colori sbiaditi, chissà. Paco Tovar si avvicinò alla finestra e l’aprì. Fuori si vedeva soltanto una distesa di pianura infinita. Era stato Gabriel a dirgli che se voleva spazio attorno a sé, in quella parte d’Italia ne avrebbe trovato anche troppo. Lungo la strada per raggiungere il Delta del Po, aveva percorso chilometri e chilometri di un rettilineo affiancato soltanto da grandi platani, poi erano scomparsi anche quelli e non era rimasto più niente.

Da anni non trovava l’ispirazione per scrivere. Era distratto dalle troppe cose della vita, si perdeva a osservarle mentre aveva bisogno di vuoto, di molto vuoto per riuscire a vedere i pensieri. Così quando l’amico, nel suo giardino di Bogotà, gli aveva parlato di Za e di quella terra di là dall’oceano, in cui tutto è prodigioso e normale, Paco aveva subito deciso di partire. Vedrai che lì, aveva aggiunto Gabriel, non devi inventarti storie. Sono loro che ti ronzano attorno, come le zanzare.

La linea dell’orizzonte si perdeva lontanissima nella foschia, oltre centinaia e centinaia di campi piatti e deserti, di un grigio appena più scuro di quello del cielo. Sembrava ci fosse ancora l’acqua delle valli al posto della terra, come prima della grande bonifica. Paco si girò verso il padrone dell’albergo che aspettava sulla porta. Era un signore basso, con la testa lucida come una biglia e un basco nero appoggiato sopra. “Da quanto tempo non affitta questa camera?” gli domandò. L’uomo si tolse gli occhiali, forse per pensare meglio. Avevano la montatura nera e le lenti spesse e rigate. Cercò di pulirle con la camicia, poi guardò com’erano venute contro la luce della finestra e, dopo una lunga pausa, rispose: “Da quarantasette anni”. Paco sorrise. Ora poteva finalmente ricominciare a scrivere.

(tratto da “Adorna”, per gentile concessione della casa editrice La Nave di Teseo, 2017)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google