dietro la scoperta
Lunga amicizia nata nel 1970 in una serata con Montale
Dietro il ritrovamento dei versi di Vittorio Sgarbi, c’è la storia di un’amicizia nata dentro le mura di Ferrara. Un rapporto che si fonda sulla passione per la scrittura fino all’osso e che si è...
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Dietro il ritrovamento dei versi di Vittorio Sgarbi, c’è la storia di un’amicizia nata dentro le mura di Ferrara. Un rapporto che si fonda sulla passione per la scrittura fino all’osso e che si è mantenuto nonostante le beffe del tempo, le svolte impreviste della vita. A recuperare le trentatré poesie, ventidue autografe e undici dattiloscritte, è stato Roberto Pazzi, mentre metteva mano ai suoi epistolari. Sono migliaia le lettere che occupano un’intera parete di casa sua, dove lo scrittore conserva le tracce d’inchiostro condivise con i grandi intellettuali del ’900, tra i quali Luzi, Quasimodo, Siciliano, Caproni, Giudici e Jabès.
«Nel censire le mie lettere a Sereni – racconta Pazzi – n’è emersa una in particolare, datata 5 luglio 1973, alla quale allegavo la fotocopia della recensione di Sgarbi alla mia Esperienza anteriore, che uscì sulla “Gazzetta Padana”. Mi sono emozionato: era la sua prima pubblicazione, aveva 21 anni e commentava la mia raccolta».
Quella notte Pazzi ha avuto un flash, ricordando d’un tratto di avere altro di Sgarbi da qualche parte in mezzo alle carte. «Frugando tra cassetti e armadi – incalza – ho trovato questa cartella con dentro le poesie, accompagnate da una nota successiva al nostro primo incontro. Ci siamo conosciuti il 12 maggio del 1970, di fronte a Eugenio Montale. Il Nobel venne a Casa Ariosto in Contrada del Mirasole grazie a Giovanelli e siccome per fargli alcune domande dalla platea intervenimmo in tre – Sgarbi, io e un tal Felloni –, egli rispose ironico che con cognomi del genere non avrebbe più rimesso piede in città».
In quei giorni Pazzi esordiva con una silloge introdotta proprio da Sereni sulla rivista “Arte e poesia”. E poco dopo Sgarbi gli rispose idealmente spedendogli le sue: leggersi a vicenda ha permesso loro di scoprirsi oltre le apparenze. «Quando nacque la nostra amicizia scoprimmo di avere in comune l’interesse per la bellezza. Sgarbi era mostruosamente attratto dall’arte e battemmo in largo e in lungo la Toscana a bordo di una Volkswagen verde. Ma di più, mi portò a visitare la piazza di Marostica immersa nel buio e il sole albeggiare su Civita di Bagnoregio. Vittorio era innamorato dell’assoluto. Era inquieto, malinconico, portato a sentirsi solo e disperato nella malattia d’amore. D’altronde, è un sentimento che si rivela solo a vent’anni. Tra i suoi versi si avvertono gli echi di Prévert, del maledettismo baudelariano, delle letture che facevamo insieme, da Michelstaedter a Kavafis – conclude – sino al nostro Montale».
La necessità e la purezza di questa prova d’autore convinsero Pazzi allora e lo convincono oggi; perciò si spera di vederle presto in libreria. (mat.bia.)
«Nel censire le mie lettere a Sereni – racconta Pazzi – n’è emersa una in particolare, datata 5 luglio 1973, alla quale allegavo la fotocopia della recensione di Sgarbi alla mia Esperienza anteriore, che uscì sulla “Gazzetta Padana”. Mi sono emozionato: era la sua prima pubblicazione, aveva 21 anni e commentava la mia raccolta».
Quella notte Pazzi ha avuto un flash, ricordando d’un tratto di avere altro di Sgarbi da qualche parte in mezzo alle carte. «Frugando tra cassetti e armadi – incalza – ho trovato questa cartella con dentro le poesie, accompagnate da una nota successiva al nostro primo incontro. Ci siamo conosciuti il 12 maggio del 1970, di fronte a Eugenio Montale. Il Nobel venne a Casa Ariosto in Contrada del Mirasole grazie a Giovanelli e siccome per fargli alcune domande dalla platea intervenimmo in tre – Sgarbi, io e un tal Felloni –, egli rispose ironico che con cognomi del genere non avrebbe più rimesso piede in città».
In quei giorni Pazzi esordiva con una silloge introdotta proprio da Sereni sulla rivista “Arte e poesia”. E poco dopo Sgarbi gli rispose idealmente spedendogli le sue: leggersi a vicenda ha permesso loro di scoprirsi oltre le apparenze. «Quando nacque la nostra amicizia scoprimmo di avere in comune l’interesse per la bellezza. Sgarbi era mostruosamente attratto dall’arte e battemmo in largo e in lungo la Toscana a bordo di una Volkswagen verde. Ma di più, mi portò a visitare la piazza di Marostica immersa nel buio e il sole albeggiare su Civita di Bagnoregio. Vittorio era innamorato dell’assoluto. Era inquieto, malinconico, portato a sentirsi solo e disperato nella malattia d’amore. D’altronde, è un sentimento che si rivela solo a vent’anni. Tra i suoi versi si avvertono gli echi di Prévert, del maledettismo baudelariano, delle letture che facevamo insieme, da Michelstaedter a Kavafis – conclude – sino al nostro Montale».
La necessità e la purezza di questa prova d’autore convinsero Pazzi allora e lo convincono oggi; perciò si spera di vederle presto in libreria. (mat.bia.)
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