La Nuova Ferrara

Ritrovate le liriche del giovane Sgarbi «Età di romanticismo»

Ritrovate le liriche del giovane Sgarbi «Età di romanticismo»

Le opere fanno parte di una raccolta recuperata da Pazzi «Scrivere in versi è legato all’adolescenza, poi ho smesso»

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Ferrara ha sempre vantato pochi poeti, ma quelli che si sono distinti non sono più scomparsi. Sebbene Vittorio Sgarbi sostenga che nessuna città coltivi più la poesia, in tempi non sospetti ci ha creduto anche lui e continua a leggerla durante le sue ricerche per l’intensa carica allegorica che contiene. È fresca la notizia del recupero di una sua raccolta inaspettata da parte di Roberto Pazzi, versi che risalgono a più di quarant’anni fa.

La poesia quanto è durata al suo fianco?

«Dai 9 fino ai 20 anni, poi sono diventato adulto e l’ho abbandonata - risponde il critico d’arte -. Scrivere in versi coincide con l’adolescenza, quando si è ancora pieni di romanticismo. C’è una stagione per ogni cosa: ho smesso di confidare nella poesia alcuni anni dopo aver iniziato l’università».

Sparse qua e là ci risulta che ne abbia scritte un numero considerevole.

«Ho composto circa tremila liriche a partire dal 1963, quando fondammo lo Step, Società Poeti e Protettori Ferraresi, una sorta di movimento letterario locale, di cui facevano parte anche Maggi e Cristofori, due miei compagni d’intenti. Eravamo tre giovani poeti che studiavamo alla “Canonici Mattei”. Ne pubblicarono una in rivista per la mia maturità, in risposta all’argomento sollevato da un prete professore del collegio salesiano che frequentai dopo. Portò in classe della sabbia per sviluppare un paragone con il deserto della guerra».

E lei replicò?

«Certo: “Ho visto la sabbia del deserto. / Era rossa come gli attimi del suo eterno silenzio / percorsi dal vento del tempo”. Le successive furono poesie d’amore, dedicate alle prime ragazze».

Quando Pazzi l’ha chiamata per dirle del ritrovamento, come ha reagito?

«Con entusiasmo, infatti cercavo quelle poesie da tempo. Il nostro certamen iniziò in un momento nel quale avevo bisogno di scrivere ed intanto mi occupavo criticamente delle sue raccolte».

È stato di buon auspicio incontrarvi per la prima volta davanti a Montale...

«Roberto e io eravamo appassionati, pieni di spirito d’iniziativa, avevamo rispettivamente 18 e 24 anni. Per me quel pomeriggio fu illuminante: il Nobel rivelò qualcosa che l’estetica non ha poi indagato fino in fondo. Dopo aver fatto dell’ironia sui nostri strani cognomi, ci spiegò la sua Esterina, i vent’anni ti minacciano, cioé una caricatura di D’Annunzio, dal quale cercava a tutti i costi di smarcarsi. Guarda caso - continua Sgarbi -, queste conoscenze avvenivano in Casa di Ariosto, dove nel ’72 incontrammo anche Pasolini».

In libreria avrebbe senso uno Sgarbi poeta?

«Se l’ha fatto Roberto - risponde il critico -, posso farlo anche io. Probabilmente mia sorella con La nave di Teseo inaugurerà una collana di poesia nella quale pubblicherà le mie, quelle di Pazzi e gli inediti di Bassani. L’anno scorso, a Bologna, ho avuto la fortuna di trovare chi ha conservato un quaderno autentico del grande scrittore».

Periodo di riscoperte…

«Magari si potrebbe concepire una nuova linea ferrarese. Giusto ieri (mercoledì, ndr)dicevo a Ermanno Cavazzoni che oltre a Bellintani e Baldini, alla tradizione romagnola, c’è un grande e solitario nostrano che si affidava solo al dialetto. Era Arnaldo Ferraguti e mio padre recitava i suoi versi a me e a Elisabetta da piccoli».

Matteo Bianchi

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