La Nuova Ferrara

trionfa il libro di Bianconi sull’epopea del giudice 

L’Aquila si posa su Falcone «Era isolato, non era il Che»

L’Aquila si posa su Falcone «Era isolato, non era il Che»

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FERRARA. Sono servite tre votazioni a Giovanni Bianconi (“L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone”, Einaudi) per portare a casa il 53º Premio Estense, ma in mattinata a Palazzo Roverella la via è apparsa segnata fin dalla prima, quando il vincitore finale si era fermato a 25 consensi, solo quattro sotto il quorum dei due terzi dei presenti. In favore dell'inviato del Corriere arrivano giudizi positivi dai colleghi della giuria tecnica, presieduta da Guido Gentili (Sole 24 Ore). «Il suo è un libro magnifico - dice il direttore della Nuova Luca Traini -, scritto con il passo del grande giornalista e non solo, restando sempre assolutamente scientifico, citando atti e sentenze». Difficile scegliere tra i quattro finalisti per Alessandra Sardoni, ma una menzione speciale va proprio a Bianconi «soprattutto per alcuni dettagli - dice la giornalista di La7 - come le pagine sulla figura di Andreotti, vista da Falcone in chiaroscuro e senza le scontatezze cui siamo stati abituati». Tra i cronisti va forte, e c'era da aspettarselo, il libro di Paolo Pagliaro («una chiamata alle armi per chi fa il nostro mestiere», sostiene Laura Laurenzi), tuttavia l'autore del "Punto, fermiamo il declino dell’informazione" (Il Mulino) si afferma anche tra la giuria popolare. Non sono stati sufficienti tuttavia le 12 schede raccolte nella seconda e terza tornata di votazioni. È Alberto Faustini a lanciare l'idea di attribuire al secondo classificato un riconoscimento intitolato a Enzo Bettiza, giornalista scomparso di recente e per due volte vincitore del Premio Estense. La discussione è vivace, ma ci si accorge subito che i consensi verso Ferruccio de Bortoli (“Poteri forti o quasi. Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo” La nave di Teseo), a sorpresa, e Giulia Innocenzi (“Tritacarne. Perché ciò che mangiamo può salvare la nostra vita e il nostro mondo, Rizzoli) non decollano mai e i loro voti si potranno contare alla fine sulle dita di una mano.

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C'è spazio per una polemica tra Andrea Cangini il quale parla, commentando il libro di Bianconi, di «magistratura divisa in cosche» e Luca Tampieri, magistrato e membro della giuria popolare, che censura l'affermazione con forza. Si stempera tutto durante il buffet e via verso la votazione decisiva: 28 schede (sei in più della maggioranza semplice richiesta) e si ufficializza il vincitore dell'Aquila d'Oro a Bianconi. La prima a congratularsi con lui è Fiorenza Sarzanini, collega al Corriere, poi tocca alla Innocenzi. Ma il complimento più bello, all'insegna del fair play, arriva da Pagliaro: «Avrei votato per lui», si confida alla famiglia che lo accompagna nella trasferta a Ferrara.

Prima intervista da vincitore per Bianconi, molto emozionato una manciata di minuti dopo avere appreso che l'Aquila d'Oro sfuggitagli nel 2008, quando fu per la prima volta finalista. «Un riconoscimento davvero prestigioso a quello che cerco di fare quotidianamente: raccontare e spiegare quello che accade. Davvero non me l’aspettavo, c’erano altri libri che avrebbero meritato, ma se questo è stato il verdetto finale della giuria, lo accetto con grande favore e orgoglio. Allora è vero, non è tutto inutile quello per cui ci si impegna», commenta rivolto ai cronisti l'inviato del Corriere. In "L'assedio" il protagonista è Giovanni Falcone, avversato nelle stesse schiere della magistratura e da parte del mondo politico. «Era un uomo estremamente corretto e integerrimo - lo definisce così Bianconi -. Tuttavia quello che ho cercato di fare è stato descriverlo non come un'icona, lui non era questo. Dobbiamo evitare di vederlo come una sorta di Che Guevara, come spesso si è fatto dopo la sua morte, e avere il coraggio di dire la verità: cioè che Falcone ha dovuto attraversare enormi difficoltà, un vero e proprio isolamento operato da parte di suoi colleghi, di politici e anche di parte dell'opinione pubblica». Nelle pagine del suo libro, Bianconi testimonia con dovizia di particolari questa impegnativa affermazione. «La lotta alla mafia - sostiene il giornalista - gli fu consentita solo fino a un certo punto. Questo è evidente già dopo la fine del primo grado del maxiprocesso di Palermo. In diversi ambienti ci fu la convinzione che bisognasse limitarsi a perseguire gli aspetti militari della mafia, senza approfondire connivenze e collusioni. In questo contesto Falcone venne interpretato come una figura potenzialmente scomoda, capace di far saltare determinati equilibri. Qualcuno volle fermarlo».

Fabio Terminali


 

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