La Nuova Ferrara

Scoperti in soffitta due dipinti di Antonioni

di GIAN PIETRO ZERBINI
Scoperti in soffitta due dipinti di Antonioni

La nipote Elisabetta li ha trovati in una cassa Risalgono al periodo ferrarese del grande regista

3 MINUTI DI LETTURA





Da una vecchia cassapanca in soffitta sono emerse all’improvviso due belle opere pittoriche di Michelangelo Antonioni, risalenti al periodo della giovinezza. Si tratta di lavori che hanno un valore culturale di grande respiro, perché ancora una volta confermano la grande versatilità artistica del regista ferrarese, premio Oscar alla carriera nel 1995.

È stata la nipote Elisabetta a scoprirle e a riportarle alla luce, un inaspettato omaggio al celebre zio, a pochi giorni dal 105º anniversario della nascita, avvenuta il 29 settembre 1912. A darne notizia è proprio Elisabetta Antonioni, che mentre rimetteva in ordine i ricordi di famiglia ha visto spuntare una tela e un cartoncino, la prima raffigurante il campanile della chiesa di Santo Stefano e il secondo l’abside e il campanile della basilica di San Giorgio fuori le mura. Quadri nei quali emerge la ferraresità dell’autore, visto che si tratta di posti dove aveva vissuto da adolescente. Possiamo definirli due luoghi dell’anima del regista che non disdegnava soprattutto da ragazzo la pittura.

«Michelangelo Antonioni - spiega la nipote Elisabetta, comprensibilmente felice per questo rinvenimento inaspettato - è stato un artista poliedrico, fin da bambino ha suonato il violino e dipinto quadri. In età giovanile si è dedicato alla fotografia, al teatro, alla critica cinematografica, alle traduzioni di romanzi dal francese assieme alla moglie Letizia Balboni ed infine al cinema come sceneggiatore e regista. Dalle finestre dell’ultima casa ferrarese abitata dal regista prima di trasferirsi a Roma nel 1939, situata in via Cortevecchia al numero civico 57, era parzialmente visibile la chiesa di Santo Stefano. Questa immagine è stata fissata sulla tela, dal giovane Antonioni evidentemente affascinato dallo scorcio del campanile. Precedentemente, dal 1918 al 1929, aveva vissuto in una casa vicino al Po di Volano nell’allora Borgo di San Giorgio, da lì ha dipinto il campanile dell’omonima Basilica».

Sembrerebbe a prima vista una passione per chiese e campanili del giovane Antonioni, ma è solo una felice combinazione che i due quadri raffigurino edifici religiosi, tra l’altro visti dal regista migliaia di volte.

«Conoscendo lo zio - continua Elisabetta Antonioni - posso escludere una vera mania per l’architettura ecclesiastica. Numerosi sono i suoi dipinti giovanili anche se poco conosciuti e dai soggetti più disparati: ritratti, nature morte, animali e fiori. Spesso utilizzava materiale di fortuna, trovato in casa, su cui disegnare e dipingere, col tempo la sua tecnica si è affinata ed è passato alla pittura ad olio. La madre Elisabetta, detta Alfonsina, conservava tutto quanto creato o appartenuto al figlio, compreso il violino suonato dal piccolo Michelangelo».

Successivamente il compito di conservare è passato all’altro figlio, Carlo Alberto e grazie alla famiglia Antonioni tante cose si sono salvate dalla distruzione. Fotografie, lettere, libri, racchette, sci, ritagli di giornali, oggetti vari e tra questi anche alcune opere pittoriche del regista.

Opere pittoriche di gioventù quindi, realizzate molto tempi prima della serie delle “Montagne incantate”, i dipinti più famosi del regista, realizzati negli anni Settanta, esposti in molte rassegne.

«Per me regista - così diceva Michelangelo Antonioni parlando della sua passione per la pittura - si è trattato di una interessantissima sperimentazione. Non mi ha mai sfiorato il pensiero di toccare il mondo dell'arte, anche perché non saprei a quale forma d'arte assegnare questi oggetti. Se è vero che scarabocchiando quei pezzi di carta sono evaso dal cinema, è anche vero che attraverso l'ingrandimento fotografico in qualche modo al cinema mi sono riavvicinato».

Come nelle sue pellicole entrare nella storia del cinema, anche nei quadri Michelangelo Antonio metteva in luce quella forma di visione del soggetto. Amava infatti ripetere: «Mi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google