La Nuova Ferrara

La nostra lingua sta bene ma piange l’uso che ne fanno gli italiani

di MICHELE CORTELAZZO
La nostra lingua sta bene ma piange l’uso che ne fanno gli italiani

Coloro che padroneggiano il lessico devono sentire il dovere di offrire nella loro scrittura esempi ricchi e funzionali

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Come sta la lingua italiana? Il Presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, intervistato la scorsa settimana da Tpi News, ha risposto così: «La lingua italiana sta benissimo, son gli italiani che stanno male. Abbiamo una lingua di grande tradizione culturale, bellissima, se uno non la sa usare peggio per lui». Anch’io ribatto più o meno così a quanti si stracciano le vesti per la situazione, ritenuta miseranda, della lingua italiana oggi. No, le potenzialità dell’italiano sono più o meno le stesse del passato. Anzi, sono più forti, perché 150 anni fa a conoscere l’italiano non era più del dieci per cento della popolazione, mentre oggi lo conosce quasi il cento per cento. Ma quanti, di questi italiani, sanno utilizzare fino in fondo le possibilità espositive ed espressive contenute nella nostra lingua, una lingua geniale, al pari di tutte le altre?

Il problema è questo, anche se spesso si pensa a un processo di decadenza della nostra lingua, magari perché si usano sempre più spesso forme che la nostra maestra ci avrebbe censurato (per esempio frasi come «il nuovo libro di Ignazio Marino lo leggerò volentieri», con il pronome «lo» che fa eco a «nuovo libro»), ma che in realtà esistono in italiano da lungo tempo (il costrutto che ho citato come esempio si trova già nei primi testi italiani: «kelle terre trenta anni le possette parte Sancti Benedicti»).

Il recente sviluppo, a volte tumultuoso, dell’italiano è un sintomo di vitalità, di liberazione dalle pastoie in cui la nostra lingua era stata costretta nei secoli in cui era quasi esclusivamente scritta. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, si sono verificati due fatti straordinari: da una parte l’esplosione del numero dei parlanti, dall’altra un enorme allargamento dei domini di utilizzo dell’italiano. Solo negli ultimi decenni l’italiano è diventato lingua ampiamente parlata e lingua della spontaneità e degli affetti, affiancandosi ai dialetti che un tempo erano l’unico codice dell’oralità e dell’affettività.

Il problema della lingua italiana non è, quindi, quello di una sua presunta crisi, ma il fatto che l’estensione dell’uso dell’italiano a un numero molto ampio di italiani si è realizzata in modo superficiale. Molti dei nuovi italofoni hanno una conoscenza limitata della lingua, sia dal punto di vista dell’abilità a sviluppare verbalmente un ragionamento anche minimamente complesso, sia da quello della capacità di utilizzarne appieno l’ampio e diversificato bagaglio lessicale. Possiamo ipotizzare che la quota della popolazione italiana in grado di disporre in modo pieno della nostra lingua non sia aumentata di molto nel corso dei decenni: quasi tutti sanno l’italiano, ma pochi lo sanno bene.

Una grossa responsabilità ce l’ha la scuola, che, nonostante la presenza di un buon numero di insegnanti preparati e motivati, non è riuscita ad aiutare gli ex dialettofoni esclusivi a diventare italofoni capaci. Della scuola hanno parlato, nei giorni scorsi, nei due maggiori quotidiani italiani, Francesco Sabatini e Luca Serianni. Il primo, nel “Corriere della Sera” di sabato, ha denunciato la mancanza nel nostro sistema scolastico di una consapevolezza del ruolo che ha la lingua materna nello sviluppo cognitivo dell’individuo. Spesso le «attese frettolose delle famiglie», orientate a richiedere, dice Sabatini, «quello che, secondo loro, serve direttamente a trovar lavoro, meglio se all’estero», rischiano di far togliere «al cervello dei nostri studenti, dai 6 ai 19 anni la possibilità di sviluppare al meglio in sé la facoltà linguistico-cognitiva di base». D’altro canto, la concezione tradizionale della scuola italiana, a causa dell’indubbia forza della nostra tradizione letteraria, non riesce a sottrarre l’insegnamento da una impostazione retorico-letteraria dei fatti linguistici. Proprio questa concezione retorico-letteraria fa sì che, ancora oggi, gli esercizi di produzione di testi si fondino soprattutto sul concetto di amplificazione. Ne è un esempio magistrale il tema: così come è praticato tradizionalmente, non fa che indurre nello scolaro l’idea che più si scrive meglio è. Invece, ricorda Serianni su “Repubblica” del 18 settembre, la sintesi è una dote importante: impone di strutturare bene un testo, senza sbrodolature, sviluppa l’importante capacità di gerarchizzare le informazioni, aiuta a concentrarsi sul lessico, facendoci cercare non la parola più usuale, né quella più nobile, ma quella più precisa.

Ma allora, se l’italiano in sé e per sé è una lingua che funziona come qualsiasi altra lingua; se, a chi lo sa dominare, permette di esprimere qualsiasi nozione, dalla più familiare alla più sublime; se, però, i parlanti mostrano, in gran numero, una forte incuria nell’uso della lingua; se la scuola non è messa nelle condizioni, culturali e strutturali, per potenziare la conoscenza di questo strumento fondamentale per lo sviluppo anche di altre facoltà, allora tutti coloro che padroneggiano l’italiano devono sentire il dovere di offrire nella loro scrittura esempi ricchi e funzionali di lingua. Raramente lo fanno. Ma dovremmo darci tutti da fare: il giornalista combattendo l’inevitabile tendenza a usare un italiano stereotipo e ripetitivo; lo scienziato imparando a trasmettere con fluidità il suo sapere anche a chi non fa parte del suo giro; l’uomo di legge (giurista, magistrato, avvocato, notaio, commissario di polizia, ufficiale dei carabinieri) capendo che nel 2017 usare un italiano che riecheggia la sintassi latina e ricorre a un lessico altisonante ma desueto serve solo a esibire l’appartenenza a una casta; il politico cercando una terza via lontana sia dal “politichese” della prima Repubblica, che sta silenziosamente risorgendo, sia dal “gentese” della seconda, che sta sempre più degenerando in un populismo linguistico, fatto di ingiurie, turpiloquio, manipolazioni, espressioni ostili. La realtà è che sì, l’italiano sta bene. Ma piange per l’uso che ne fanno gli italiani.



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