La Nuova Ferrara

Italiano tra simboli e “faccine” Come evitare gli scivoloni

di VALENTINA FARINACCIO

Emoticon e abbreviazioni di uso comune non sempre si adattano alla scrittura Serve equilibrio tra passato e presente senza dimenticare i segni d’interpunzione

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Chi, in una chat, non ha mai inviato una faccina, al posto di una frase, o usato una k, al posto di un ch, oppure scritto un liberatorio Ahahahahahaha, in risposta a una battuta particolarmente divertente? Che sia stato per scelta, per gioco, per sbaglio, per fretta, o semplicemente per mantenere lo stesso tono dell’interlocutore, poco importa: la nostra lingua, nella sua versione scritta, e giovane, si sta sempre più velocizzando, restringendo, colorando e nutrendo di una vasta gamma di simboli e di altrettante abbreviazioni. Nulla di strano, in fondo, o inaccettabile: si tratta solo di imparare a manovrare la novità con una certa cura, e con un po’ di prudenza.

Ne parla approfonditamente il volume La nostra lingua dalla @ alla zeta, il secondo dei quattordici previsti dalla collana L’Italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile, realizzata dall’Accademia della Crusca, e in edicola domani con tutti i quotidiani del gruppo editoriale Gedi. A Ludovica Maconi, linguista e autrice del libro in questione, affidiamo allora il compito di spiegare in che modo i simboli stanno cambiando la nostra vita: «Ci aiutano a comunicare rapidamente, sostituendo parole, concetti, emozioni o avvertimenti (si pensi al ruolo delle comunissime faccine, o emoticon). Ogni volta che li introduciamo nei testi scritti, però, dobbiamo tenere bene a mente che la rapidità non può essere sempre considerata un pregio e che l’uso di simboli e di abbreviazioni non è appropriato a tutti i contesti, né adatto a qualunque destinatario».

Occhio alle gaffe, dunque, e ai molti significati che, spesso, uno stesso simbolo può avere. Il caso più facile da analizzare è di certo quello del diffusissimo cancelletto: per chi è nato qualche decennio fa, infatti, è nient’altro che un tasto del telefono; per i musicisti, è un diesis (un’alterazione dell’intonazione della nota), e per i più giovani, invece, si chiama senza dubbio hashtag. Racconta Maconi: «Hashtag è una parola inglese composta da hash, uno dei termini con cui si indica il simbolo in questione, e tag che invece sta per etichetta o marcatore. Twitter e i social network lo hanno introdotto per catalogare e rintracciare commenti riguardanti uno stesso argomento, in una sequenza costituita da # seguito dalle parole chiave. Fuori dal contesto digitale dei social, però, sarebbe molto meglio chiamare il simbolo # col nome italiano cancelletto».

L’augurio, dunque, è quello di una pacifica e civile convivenza fra presente e passato, ma, in una storia della nostra lingua che procede fra maiuscolo e minuscolo, fra accenti e apostrofi, fra numeri romani e lettere greche, fra chiocciole, sterline e dollari di Paperopoli, domandiamo a Ludovica Maconi quale simbolo meriti, secondo lei, la menzione d’onore, in fatto d’italiano: «Non menzionerei un simbolo, ma i segni d’interpunzione, più che altro. Primo fra tutti, il punto fermo, che è il più antico. I segni di punteggiatura ci hanno permesso di dare ordine e gerarchia al testo; di segnare graficamente gli snodi logici del pensiero, e di indicare pause e intonazioni del discorso. Un posto d’onore nella storia della nostra lingua (e della nostra editoria), poi, lo assegnerei al carattere corsivo, introdotto sistematicamente nei libri a stampa all’inizio del Cinquecento da Aldo Manuzio, un tipografo attivo a Venezia. Gli inglesi ci riconoscono la paternità di questo carattere, e lo chiamano italic, proprio in riferimento alla sua origine italiana».

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