Futuro ai giovani anticipando l’alternanza scuola-lavoro
Oggi il direttore della Luiss, Lo Storto, presenta il saggio “Ero studente” «Non c’è formazione adatta a coprire posizioni né per avanzamenti di carriera»
5 MINUTI DI LETTURA
Il desiderio di prendere il largo sta sia nell’occasione di un neolaureato di lasciare l’Italia, sia nella possibilità che questo Paese potrebbe mettere in pratica emulando i vicini europei. Oggi, alle 18, nel Chiostro di San Paolo il direttore della Luiss di Roma, Giovanni Lo Storto, presenta il saggio Ero studente, edito da Rubbettino. A dialogare con lui Luigi Abete, presidente di Bnl, ed i giornalisti Antonio Di Bella di RaiNews24 e Gianni Riotta de La Stampa.
Direttore, i figli del rapido cambiamento tecnologico sono nativi digitali e non hanno consapevolezza del loro potenziale.
«Li definisco “concepiti digitali”. Sono nati con il digitale già esistente non solo come interconnessione tra il vivere sociale ed economico, ma come quotidianità sui social. Hanno un’opportunità in più - spiega Lo Storto -, non debbono averne consapevolezza. Loro la realizzano e basta. Siamo noi ad avere bisogno di un doppio momento: prima la presa di coscienza, poi la verifica di quello che possiamo fare».
Il futurologo Kelly sostiene che chi nel 2080 avrà la nostra età, ci invidierà, perché guarderà a quest’epoca come alla trasformazione più interessante della storia dell’uomo.
«La nostra età ci rallenta, dovendo mettere a fuoco da lontano gli strumenti informatici. Chi è nato adesso li vive e lo fa con velocità. Dal canto loro, però, devono scoprire che non tutto accade con la rapidità di un clic e di un’azione digitale. Esistono lentezze che creano valore».
Per questo motivo tratta di “large learning”?
«Esatto, del superamento del lifelong learning, e non perché non bisogna formarsi per tutta la vita, anzi; mentre si procede deve risaltare l’esperienza rivolta al contesto».
Nei nostri percorsi formativi c’è troppa teoria e poca pratica?
«Sì, ma con un dejà vu. Non è sufficiente unire lo scenario del lavoro all’università, creando più stage e più internship. L’alternanza scuola-lavoro è importante, ma manca la conoscenza del mondo reale».
I nuovi programmi di alternanza scuola-lavoro procedono a tentoni: sono brevi ed inseriti nell’anno scolastico senza un’integrazione effettiva con il piano di studi. Manca una direzione?
«Studiare serve ed è urgentissimo incrementare il numero di persone che si laureano. In un’economia iper-specializzata come quella occidentale siamo indietro. Con un numero di laureati tanto basso è ancora più evidente la quota di coloro che migrano all’estero. Se ne avessimo di più, si noterebbe di meno la defezione e ne rimarrebbero più in Italia, ad arricchire il nostro sistema produttivo».
La fascia della scuola superiore, centrale nella formazione dell’individuo, sembra sbilanciata verso i licei…
«Siccome tutti debbono formarsi, non è obbligatorio che si concentrino interamente sulle materie scientifiche o classiche. Potrebbero intraprendere un percorso di studi tecnici rinnovati rispetto agli attuali e più adeguati a riempire una serie di esigenze che il mondo del lavoro manifesta. Il cosiddetto mismatch orizzontale e verticale: non c’è formazione adatta a coprire le posizioni, né a fare avanzamenti di carriera all’interno dell’ambiente lavorativo».
Qual è la sua soluzione a questo vuoto?
«Di sicuro l’alternanza scuola-lavoro andrebbe anticipata alle medie inferiori, per consentire agli studenti una scelta più matura sul seguito. L’allenamento all’altro, al diverso, è quello più duro per l’essere umano, ma rimane l’unica strada per aprire una breccia verso nuovi business. È con l’altro che si ha successo, non da soli».
Cosa intende con “l’altro”?
«I nostri sistemi educativi sono predisposti per preparare gli individui in quanto tali: spesso insegniamo solo i meccanismi della competizione e non quelli della collaborazione. In classe istruiamo i ragazzi, li interroghiamo e diamo loro un giudizio. Pretendiamo che le loro differenze si assomiglino o addirittura si annullino. Pretendiamo che tutti conoscano la storia o la filosofia allo stesso modo per avere in cambio lo stesso voto. Poi le aziende chiedono loro di lavorare in team e di copiare dagli altri. Saper copiare è fondamentale per importare le nuove scoperte e migliorarle a nostra volta. In sostanza, il sistema formativo spinge per creare delle individualità e l’intera vita aziendale viene spesa per insegnare alle persone, ormai anziane, a lavorare insieme».
La somministrazione di un sapere omologato si traduce nella confusione italiana che c’è tra critica e opinione. Perché è diventato così difficile distinguere tra pensiero indipendente e sensazione?
«La matematica è fondamentale, è ciò che ruota intorno a noi, ma senza mai trascurare la sensibilità umanistica, poiché alla fine saranno le persone a fare la differenza. Alla Luiss mandiamo gli studenti a lavorare nei campi che subiscono la criminalità organizzata, negli istituti con i bambini che manifestano un disagio sociale e nelle carceri con i detenuti».
A uno studente di economia a cosa serve togliere i sassi da un campo, in pieno luglio, alle cinque del mattino?
«È un’esperienza di sacrificio e di fatica davanti alla realtà circostante. È un momento in più per avere rispetto degli altri».
A proposito del desiderio di mettersi alla prova: avremmo anche pochi laureati, ma sono molti quelli che si iscrivono all’università senza concluderla.
«Quando in tanti non continuano, non significa che sia per forza una loro responsabilità. Più che essere loro ad abbandonare, forse è il sistema che li espelle. La quota di laureati che abbiamo tra i 25 e i 34 anni è del 23%, quando il nostro obiettivo Europa 2020 sarebbe arrivare al 40%. In poco più di due anni è impossibile arrivarci e gli altri paesi ci sono già. Non a caso, ci hanno dimostrato che se avessimo raggiunto l’obiettivo del 40%, avremmo un pil pro capite più alto del 4% con regioni come quelle del sud oltre al 7-8%. Avere meno laureati si è concretizzato in una capacità inferiore di sviluppo economico».
Se la crisi italiana fosse più una questione di identità inibita che di risorse?
«In giro per il mondo godiamo certamente di un pregiudizio positivo: essere italiani ci apre le porte della simpatia e dell’empatia. Siamo considerati in grado di coniugare la preparazione con la creatività. Purtroppo non riusciamo a mantenere l’affidabilità che ci precede».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Direttore, i figli del rapido cambiamento tecnologico sono nativi digitali e non hanno consapevolezza del loro potenziale.
«Li definisco “concepiti digitali”. Sono nati con il digitale già esistente non solo come interconnessione tra il vivere sociale ed economico, ma come quotidianità sui social. Hanno un’opportunità in più - spiega Lo Storto -, non debbono averne consapevolezza. Loro la realizzano e basta. Siamo noi ad avere bisogno di un doppio momento: prima la presa di coscienza, poi la verifica di quello che possiamo fare».
Il futurologo Kelly sostiene che chi nel 2080 avrà la nostra età, ci invidierà, perché guarderà a quest’epoca come alla trasformazione più interessante della storia dell’uomo.
«La nostra età ci rallenta, dovendo mettere a fuoco da lontano gli strumenti informatici. Chi è nato adesso li vive e lo fa con velocità. Dal canto loro, però, devono scoprire che non tutto accade con la rapidità di un clic e di un’azione digitale. Esistono lentezze che creano valore».
Per questo motivo tratta di “large learning”?
«Esatto, del superamento del lifelong learning, e non perché non bisogna formarsi per tutta la vita, anzi; mentre si procede deve risaltare l’esperienza rivolta al contesto».
Nei nostri percorsi formativi c’è troppa teoria e poca pratica?
«Sì, ma con un dejà vu. Non è sufficiente unire lo scenario del lavoro all’università, creando più stage e più internship. L’alternanza scuola-lavoro è importante, ma manca la conoscenza del mondo reale».
I nuovi programmi di alternanza scuola-lavoro procedono a tentoni: sono brevi ed inseriti nell’anno scolastico senza un’integrazione effettiva con il piano di studi. Manca una direzione?
«Studiare serve ed è urgentissimo incrementare il numero di persone che si laureano. In un’economia iper-specializzata come quella occidentale siamo indietro. Con un numero di laureati tanto basso è ancora più evidente la quota di coloro che migrano all’estero. Se ne avessimo di più, si noterebbe di meno la defezione e ne rimarrebbero più in Italia, ad arricchire il nostro sistema produttivo».
La fascia della scuola superiore, centrale nella formazione dell’individuo, sembra sbilanciata verso i licei…
«Siccome tutti debbono formarsi, non è obbligatorio che si concentrino interamente sulle materie scientifiche o classiche. Potrebbero intraprendere un percorso di studi tecnici rinnovati rispetto agli attuali e più adeguati a riempire una serie di esigenze che il mondo del lavoro manifesta. Il cosiddetto mismatch orizzontale e verticale: non c’è formazione adatta a coprire le posizioni, né a fare avanzamenti di carriera all’interno dell’ambiente lavorativo».
Qual è la sua soluzione a questo vuoto?
«Di sicuro l’alternanza scuola-lavoro andrebbe anticipata alle medie inferiori, per consentire agli studenti una scelta più matura sul seguito. L’allenamento all’altro, al diverso, è quello più duro per l’essere umano, ma rimane l’unica strada per aprire una breccia verso nuovi business. È con l’altro che si ha successo, non da soli».
Cosa intende con “l’altro”?
«I nostri sistemi educativi sono predisposti per preparare gli individui in quanto tali: spesso insegniamo solo i meccanismi della competizione e non quelli della collaborazione. In classe istruiamo i ragazzi, li interroghiamo e diamo loro un giudizio. Pretendiamo che le loro differenze si assomiglino o addirittura si annullino. Pretendiamo che tutti conoscano la storia o la filosofia allo stesso modo per avere in cambio lo stesso voto. Poi le aziende chiedono loro di lavorare in team e di copiare dagli altri. Saper copiare è fondamentale per importare le nuove scoperte e migliorarle a nostra volta. In sostanza, il sistema formativo spinge per creare delle individualità e l’intera vita aziendale viene spesa per insegnare alle persone, ormai anziane, a lavorare insieme».
La somministrazione di un sapere omologato si traduce nella confusione italiana che c’è tra critica e opinione. Perché è diventato così difficile distinguere tra pensiero indipendente e sensazione?
«La matematica è fondamentale, è ciò che ruota intorno a noi, ma senza mai trascurare la sensibilità umanistica, poiché alla fine saranno le persone a fare la differenza. Alla Luiss mandiamo gli studenti a lavorare nei campi che subiscono la criminalità organizzata, negli istituti con i bambini che manifestano un disagio sociale e nelle carceri con i detenuti».
A uno studente di economia a cosa serve togliere i sassi da un campo, in pieno luglio, alle cinque del mattino?
«È un’esperienza di sacrificio e di fatica davanti alla realtà circostante. È un momento in più per avere rispetto degli altri».
A proposito del desiderio di mettersi alla prova: avremmo anche pochi laureati, ma sono molti quelli che si iscrivono all’università senza concluderla.
«Quando in tanti non continuano, non significa che sia per forza una loro responsabilità. Più che essere loro ad abbandonare, forse è il sistema che li espelle. La quota di laureati che abbiamo tra i 25 e i 34 anni è del 23%, quando il nostro obiettivo Europa 2020 sarebbe arrivare al 40%. In poco più di due anni è impossibile arrivarci e gli altri paesi ci sono già. Non a caso, ci hanno dimostrato che se avessimo raggiunto l’obiettivo del 40%, avremmo un pil pro capite più alto del 4% con regioni come quelle del sud oltre al 7-8%. Avere meno laureati si è concretizzato in una capacità inferiore di sviluppo economico».
Se la crisi italiana fosse più una questione di identità inibita che di risorse?
«In giro per il mondo godiamo certamente di un pregiudizio positivo: essere italiani ci apre le porte della simpatia e dell’empatia. Siamo considerati in grado di coniugare la preparazione con la creatività. Purtroppo non riusciamo a mantenere l’affidabilità che ci precede».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
