Storie degli italiani di Crimea Emigrati mandati nei gulag
Inaugura oggi la mostra fotografica che racconta i volti di una comunità antica La persecuzione durante l’ultima guerra: imprigionati con 900 soldati dell’Armir
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Recuperare i volti degli italiani emigrati in Crimea in oltre due secoli, i segmenti delle loro esistenze, significa restituire la dignità a chi è stato schiacciato dal peso della storia. E dai pregiudizi degli uomini. Inaugura oggi, alle 17 la mostra fotografica che ha trovato ospitalità nel Museo del Risorgimento e della Resistenza, con lo scopo di diffondere i trascorsi di una piccola minoranza emigrata per lo più dalla Puglia, che dopo decenni di pace e prosperità fu sistematicamente perseguitata dal Comunismo. Le quattro sorelline De Pierro – in locandina – raffigurano una famiglia completamente distrutta dagli eventi e simboleggiano il destino subito da queste persone. Dei De Pierro, che in Crimea erano un cognome diffuso, non è rimasta traccia.
La sequenza di immagini racconta l’immigrazione di una comunità che si costituì all’inizio dell’Ottocento. Dopo il Congresso di Vienna, con la caduta di Napoleone, lo zar mandò degli emissari in giro per l’Europa a cercare manovalanza esperta per ripopolare e sviluppare la Crimea, già allora zona particolarmente fertile dove sarebbero andati a svernare i nobili della corte. A Napoli gli emissari che raggiunsero i Borbone ingaggiarono agricoltori capaci di trapiantare viti, ulivi e pomodori, o maestri d’ascia che costruirono imbarcazioni per battere i mari molto pescosi. Se in principio si spostarono i più poveri, presto li seguirono individui più istruiti, tanto che il primo notaio fu un italiano, e la comunità divenne in breve la più fiorita dell’intera regione. Lo sviluppo si concentrò nella località di Cherche, situata sullo stretto che divide la Crimea dalla Russia, tra il Mar Nero e il Mar d’Azov. Una sorta di Taranto tra il Mar Grande e il Mar Piccolo, ma sotto un altro cielo.
L’alba del Novecento fu il periodo di massimo splendore, quando si contavano 5mila italiani, supportati da scuole in cui non si insegnava solo l’italiano, ma in italiano ogni disciplina, assumendo insegnanti dall’Italia per conservare la lingua d’origine. Nel giro di un secolo i contadini erano diventati proprietari terrieri e i pescatori armatori, esportando i loro prodotti in tutta Europa; ad esempio, la prima fabbrica russa per la conservazione del pescato sotto sale fu crimeana, fondata da un italiano. Con l’arrivo del Comunismo la situazione crollò: la collettivizzazione tolse loro qualsiasi proprietà, poi la purga staliniana li fece additare quali spie e delatori, quando con il regime di Mussolini non avevano mantenuto contatto alcuno, infine nel 1942 come vendetta contro l’invasione fascista furono rastrellati casa per casa e deportati nei Gulag. Lassù, in mezzo al ghiaccio e al niente, morirono di stenti e di malattie, oppure fucilati: dei circa 2mila che finirono in Kazakistan ne tornarono indietro appena settantotto, secondo le stime ufficiali del Ministero dell’Interno sovietico.
«I pochi di ritorno hanno ricominciato a vivere modestamente, additati come traditori dal regime e malvisti dalla popolazione stessa. Rientrarono dalla prigionia in ordine sparso, ciascuno all’insaputa dell’altro e senza più un tetto, occupato da altri mentre loro pativano», queste le parole di Stefano Mensurati, che da qualche anno ha prestato la sua voce all’Associazione Cerkio, istituita dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica per non dimenticare e per riallacciare i legami con la madrepatria dei loro nonni. Nel 2015 Vladimir Putin ha riconosciuto loro lo status di minoranza perseguitata e deportata, un traguardo fondamentale sia per ristabilire la verità storica sia per avere accesso a un indennizzo per le case perdute. Fra i documenti necessari per avviare la pratica, serve un certificato che dimostri la detenzione nei Gulag.
«Nell’agosto dello scorso anno siamo stati per un mese in Kazakistan con due ricercatori – specifica il giornalista di RadioUno – grazie a una missione finanziata da Assopopolari. La sorpresa è stata che accanto a decine di nominativi di italiani di Crimea, nello stesso archivio del lager n. 99 è stata trovata traccia del passaggio di circa 900 soldati dell’Armir, creduti morti in combattimento durante la Campagna di Russia o nel corso della disastrosa ritirata. In realtà erano stati catturati dall’Armata Rossa e in spregio alle convenzioni internazionali furono mandati ai lavori forzati nelle miniere, nelle cave di pietra e nei campi da coltivare». Il pomeriggio sarà l’occasione per presentare il risultato della ricerca clamorosa, che per quanto riguarda Ferrara e provincia conta 9 prigionieri di guerra, 59 per l’ Emilia Romagna.
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La sequenza di immagini racconta l’immigrazione di una comunità che si costituì all’inizio dell’Ottocento. Dopo il Congresso di Vienna, con la caduta di Napoleone, lo zar mandò degli emissari in giro per l’Europa a cercare manovalanza esperta per ripopolare e sviluppare la Crimea, già allora zona particolarmente fertile dove sarebbero andati a svernare i nobili della corte. A Napoli gli emissari che raggiunsero i Borbone ingaggiarono agricoltori capaci di trapiantare viti, ulivi e pomodori, o maestri d’ascia che costruirono imbarcazioni per battere i mari molto pescosi. Se in principio si spostarono i più poveri, presto li seguirono individui più istruiti, tanto che il primo notaio fu un italiano, e la comunità divenne in breve la più fiorita dell’intera regione. Lo sviluppo si concentrò nella località di Cherche, situata sullo stretto che divide la Crimea dalla Russia, tra il Mar Nero e il Mar d’Azov. Una sorta di Taranto tra il Mar Grande e il Mar Piccolo, ma sotto un altro cielo.
L’alba del Novecento fu il periodo di massimo splendore, quando si contavano 5mila italiani, supportati da scuole in cui non si insegnava solo l’italiano, ma in italiano ogni disciplina, assumendo insegnanti dall’Italia per conservare la lingua d’origine. Nel giro di un secolo i contadini erano diventati proprietari terrieri e i pescatori armatori, esportando i loro prodotti in tutta Europa; ad esempio, la prima fabbrica russa per la conservazione del pescato sotto sale fu crimeana, fondata da un italiano. Con l’arrivo del Comunismo la situazione crollò: la collettivizzazione tolse loro qualsiasi proprietà, poi la purga staliniana li fece additare quali spie e delatori, quando con il regime di Mussolini non avevano mantenuto contatto alcuno, infine nel 1942 come vendetta contro l’invasione fascista furono rastrellati casa per casa e deportati nei Gulag. Lassù, in mezzo al ghiaccio e al niente, morirono di stenti e di malattie, oppure fucilati: dei circa 2mila che finirono in Kazakistan ne tornarono indietro appena settantotto, secondo le stime ufficiali del Ministero dell’Interno sovietico.
«I pochi di ritorno hanno ricominciato a vivere modestamente, additati come traditori dal regime e malvisti dalla popolazione stessa. Rientrarono dalla prigionia in ordine sparso, ciascuno all’insaputa dell’altro e senza più un tetto, occupato da altri mentre loro pativano», queste le parole di Stefano Mensurati, che da qualche anno ha prestato la sua voce all’Associazione Cerkio, istituita dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica per non dimenticare e per riallacciare i legami con la madrepatria dei loro nonni. Nel 2015 Vladimir Putin ha riconosciuto loro lo status di minoranza perseguitata e deportata, un traguardo fondamentale sia per ristabilire la verità storica sia per avere accesso a un indennizzo per le case perdute. Fra i documenti necessari per avviare la pratica, serve un certificato che dimostri la detenzione nei Gulag.
«Nell’agosto dello scorso anno siamo stati per un mese in Kazakistan con due ricercatori – specifica il giornalista di RadioUno – grazie a una missione finanziata da Assopopolari. La sorpresa è stata che accanto a decine di nominativi di italiani di Crimea, nello stesso archivio del lager n. 99 è stata trovata traccia del passaggio di circa 900 soldati dell’Armir, creduti morti in combattimento durante la Campagna di Russia o nel corso della disastrosa ritirata. In realtà erano stati catturati dall’Armata Rossa e in spregio alle convenzioni internazionali furono mandati ai lavori forzati nelle miniere, nelle cave di pietra e nei campi da coltivare». Il pomeriggio sarà l’occasione per presentare il risultato della ricerca clamorosa, che per quanto riguarda Ferrara e provincia conta 9 prigionieri di guerra, 59 per l’ Emilia Romagna.
Matteo Bianchi
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