I robottini che “suonano” la playlist del disc jockey
La micro band più famosa del momento questa sera fa tappa in città Acito in consolle: l’applicazione artistica fa la differenza, con loro giro l’Europa
«Per la città RiCrea rappresenta una scommessa vinta». Con queste parole il consigliere regionale Marcella Zappatterra ha salutato l’inaugurazione della tre giorni dedicata alla creatività, alla rigenerazione degli spazi urbani e alle innovazoni tecnologiche. Alla Factory Grisù oltre a lei e agli altri rappresentanti delle istituzioni, anche duecento adolescenti che nel corso delle scorse settimane hanno partecipato alla Palestra di RiCrea. Tra gli appuntamenti in programma oggi (vedi box accanto) quello con Giuseppe Acito. Oggi alle 21 quest’ultimo sarà ospite della Factory Grisù (via Poledrelli, Ferrara). Acito è uno dei sound designer più originali del momento e sarà il protagonista della festa di RiCrea con i Toa Mata. Durante il live set, i robot produrranno musica dal vivo mentre Acito, oltre a controllarli, elaborerà le sequenze in tempo reale. In cantiere c’è già il progetto discografico.
A quando la scoperta?
«Mi occupo da tempo di tecnologia applicata alla musica. È una ricerca continua, dovuta a una serie di motivi. La scoperta di Arduino è uno dei principali: essendo opensource mi ha permesso di ottenere informazioni impossibili da intuire da solo».
Ma la meccatronica non è una novità.
«Volendo andare indietro si parte dal carillon, se non addirittura dal tardo medioevo. Adesso la robotica musicale è una corrente perché abbiamo avuto accesso a un certo tipo di tecnologia che altrimenti avrebbero necessitato di più competenze».
Cosa l’ha motivata a tal punto?
«Il desiderio di un bambino: c’erano tanti vecchi robot di latta che maneggiavano piatti o tamburi, ma purtroppo fingevano. E io volevo che suonassero davvero. Senza tralasciare il fascino estetico dei Bionicle e la proprietà dei Lego di costruire pulegge elastiche o ingranaggi che mi aiutassero a creare il set perfetto. Ma restano sempre dei giocattoli, non si tratta di meccanismi precisi».
Magari un ingegnere non avrebbe espresso la sua creatività.
«Non sarei mai stato in grado di progettare senza le potenzialità della rete, senza librerie di programmazione dalle quali partire. Poi dipende dalla nostra volontà; è l’applicazione artistica a fare la differenza».
L’ha influenzata un artista in particolare?
«Nel 1983 ho assistito ad un’esibizione dei Kraftwerk che portavano sul palco dei manichini. Avevano inciso un intero album ipotizzando la robotica musicale del futuro: da una semplice visione è diventata realtà. È di qualche giorno fa il video promozionale giapponese dei bracci meccanici che suonano; se oggi è possibile allora si poteva solo immaginare».
Purtroppo la musica elettronica resta immateriale.
«Certo non è come un batterista che batte sulla pelle, quando il gesto corrisponde a ciò che senti. La platea non afferra cosa fa un dj, è un genere comprensibile dagli addetti ai lavori. Grazie alla riproduzione elettromeccanica del beat, però, si materializza quello che era invisibile, superando i limiti del software».
Quanto viaggia con la Toa Mata?
«Ho girato tutta Europa, come se fosse una vera band: dai festival di arte contemporanea a quelli musicali sino al coworking. Mi piace fare educazione ai ragazzi - conclude -, unendo suoni, gioco e nuove tecnologie».
Irene Lodi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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