«Alla carriera preferì il lavoro con la gente»
Lugli ha dedicato un libro a Silvano Balboni e al suo “dono”
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Il cammino insieme a Silvano Balboni dura da mezzo secolo per Daniele Lugli. L’intensità del suo pensiero e le sue limpide ragioni hanno coinvolto la penna di Lugli sempre di più, sino all’arrivo del libro, Silvano Balboni era un dono (Csa Editrice), che giovedì alle 17.30 presenterà all’Ibs+Libraccio di Ferrara, insieme al sindaco Tiziano Tagliani e ad Anna Quarzi (presidente dell’Istituto di storia contemporanea). La lunga genesi delle pagine è dipesa da una serie di scoperte che fanno dell’esistenza di Balboni un esempio, sia per l’impostazione disarmata che diede alla Resistenza, sia per il suo rapporto con la formazione dei ragazzi. Non a caso, si deve a lui la nascita della prima scuola della Casa del Bambino, per quanto in pochi lo sappiano.
Quando è scaturita l’esigenza di scriverne?
«Ne ho sentito parlare da ragazzo, da chi lo aveva conosciuto di persona. Era una piccola leggenda nell’ambiente del socialismo ferrarese. Mi aveva colpito - dice - la singolarità delle cose che raccontavano di lui: era vegetariano e girava sempre in bicicletta. Andava a casa dei compagni a preparare incontri di formazione, come i maestri di una volta».
E la personalità di Capitini fu un punto d’incontro ulteriore...
«Lo andai a trovare tra il 1962 e il ’63: Aldo Capitini ebbe il merito di portare il pensiero di Gandhi in Italia e Balboni si legò molto a lui. Il mio interesse per Silvano nacque alla fine degli anni Cinquanta, ma morto Capitini qualcosa in me cambiò».
Ovvero nel Sessantotto.
«Allora trovai le motivazioni per la mia lotta non violenta. Alla base si sono le lettere scambiate tra lui e Silvano, che ho riportato per intero nel libro. A sedici anni Balboni volle andare a trovare Alda Costa, cominciando a lavorare con lei nel Soccorso Rosso e proprio in quel gruppo antifascista militò con Matilde e Giorgio Bassani. Alla Costa presentò Giangi Devoto, poco più giovane di lui, ed in seguito Claudio Savonuzzi, il quale era ancora un ragazzino».
Questo è il nocciolo, ma del suo abbandono delle armi cosa pensa?
«Ho trovato interessante - spiega Lugli - il suo ripensare la Resistenza senza imbracciare un fucile. Era in clandestinità dal maggio del ’43: scriveva testi antifascisti e li diffondeva a più non posso. Girava poi nelle campagne per indurre i coetanei a disertare, a non presentarsi alla chiamata, e le persone a sottrarre i beni agli ammassi che facevano i tedeschi. Subito dopo l’eccidio del Castello fuggì in Svizzera, seguendo le indicazioni di Alda Costa. Una volta tornato qui, aderì al Psi e fu eletto come assessore comunale».
Quanta importanza assunsero i centri di orientamento sociale che aprì Balboni?
«Erano libere assemblee di cittadini, dei momenti di confronto paritario. Si discuteva di tutto e si chiamavano a rispondere i diretti responsabili: uno strumento efficace di democrazia dal basso».
Alla fine, cosa l’ha ispirata nel profondo?
«Mi ha impressionato la densità della sua vita, considerando che scomparve a soli 26 anni. Non abbandonò mai il lavoro dalla base. Pur avendo contatti con i vertici politici e culturali, non si snaturò per fare carriera. E io sono convinto che avesse ragione. Se non fosse morto, alcune delle tante imprese avviate le avrebbe portate sicuramente a termine. Non potevo permettere che venissero dimenticate».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Quando è scaturita l’esigenza di scriverne?
«Ne ho sentito parlare da ragazzo, da chi lo aveva conosciuto di persona. Era una piccola leggenda nell’ambiente del socialismo ferrarese. Mi aveva colpito - dice - la singolarità delle cose che raccontavano di lui: era vegetariano e girava sempre in bicicletta. Andava a casa dei compagni a preparare incontri di formazione, come i maestri di una volta».
E la personalità di Capitini fu un punto d’incontro ulteriore...
«Lo andai a trovare tra il 1962 e il ’63: Aldo Capitini ebbe il merito di portare il pensiero di Gandhi in Italia e Balboni si legò molto a lui. Il mio interesse per Silvano nacque alla fine degli anni Cinquanta, ma morto Capitini qualcosa in me cambiò».
Ovvero nel Sessantotto.
«Allora trovai le motivazioni per la mia lotta non violenta. Alla base si sono le lettere scambiate tra lui e Silvano, che ho riportato per intero nel libro. A sedici anni Balboni volle andare a trovare Alda Costa, cominciando a lavorare con lei nel Soccorso Rosso e proprio in quel gruppo antifascista militò con Matilde e Giorgio Bassani. Alla Costa presentò Giangi Devoto, poco più giovane di lui, ed in seguito Claudio Savonuzzi, il quale era ancora un ragazzino».
Questo è il nocciolo, ma del suo abbandono delle armi cosa pensa?
«Ho trovato interessante - spiega Lugli - il suo ripensare la Resistenza senza imbracciare un fucile. Era in clandestinità dal maggio del ’43: scriveva testi antifascisti e li diffondeva a più non posso. Girava poi nelle campagne per indurre i coetanei a disertare, a non presentarsi alla chiamata, e le persone a sottrarre i beni agli ammassi che facevano i tedeschi. Subito dopo l’eccidio del Castello fuggì in Svizzera, seguendo le indicazioni di Alda Costa. Una volta tornato qui, aderì al Psi e fu eletto come assessore comunale».
Quanta importanza assunsero i centri di orientamento sociale che aprì Balboni?
«Erano libere assemblee di cittadini, dei momenti di confronto paritario. Si discuteva di tutto e si chiamavano a rispondere i diretti responsabili: uno strumento efficace di democrazia dal basso».
Alla fine, cosa l’ha ispirata nel profondo?
«Mi ha impressionato la densità della sua vita, considerando che scomparve a soli 26 anni. Non abbandonò mai il lavoro dalla base. Pur avendo contatti con i vertici politici e culturali, non si snaturò per fare carriera. E io sono convinto che avesse ragione. Se non fosse morto, alcune delle tante imprese avviate le avrebbe portate sicuramente a termine. Non potevo permettere che venissero dimenticate».
Matteo Bianchi
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