La Nuova Ferrara

Fra fughe e ritorni Orlando racconta i “Lacci” della vita

di SAMUELE GOVONI
Fra fughe e ritorni Orlando racconta i “Lacci” della vita

L’attore apre la stagione di prosa all’Abbado «C’è bisogno di storie reali e quotidiane»

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Silvio Orlando torna a misurarsi con le crepe, le debolezze, le ingenuità e i sogni infranti delle persone. Dopo “La scuola”, grande successo di pubblico e critica, rinnovato anche nell’ultima applauditissima (e lunghissima) tournée, l’attore partenopeo torna alla scrittura di Domenico Starnone (Premio Strega nel 2001 con “Via Gemito”) e analizza da un’altra angolazione la crisi, le delusioni, i problemi della nostra società. Questa volta però non lo fa attraverso il microcosmo della scuola, bensì attraverso la famiglia, le sue debolezze e i suoi silenzi assordanti. A Ferrara Silvio Orlando porta “Lacci”, ideale proseguo de “La scuola” e capitolo centrale di una trilogia incentrata sui rapporti umani in generale e di coppia in particolare. Lo spettacolo da domani sarà in scena al Teatro Comunale Abbado. Orlando racconta la genesi di questo progetto, la voglia di ritornare alla drammaturgia contemporanea e, soprattutto, la voglia di tendere il proprio filo rosso in un percorso attoriale (il suo) che non conosce momenti di pausa.

Come nasce “Lacci”?

«Per vent’anni abbiamo inseguito il desiderio di mettere insieme uno spettacolo che desse seguito a “La scuola”. Ogni anno chiedevo a Domenico Starnone (autore di “Ex cattedra” e “Sottobanco”, libri da cui è stato poi tratto lo spettacolo e l’omonimo film di Daniele Luchetti, ndr) di lavorare insieme ad un altro testo. Spinti dal riallestimento de “La scuola” e dal suo rinnovato e inaspettato successo, ci siamo buttati a capofitto in questo nuovo progetto che nasce dal suo omonimo romanzo uscito nel 2014».

Lo spettacolo racconta una storia di vita vissuta che però sa parlare anche al pubblico più giovane, capacità tutt’altro che scontata.

«I ragazzi sono preoccupati per il loro futuro. Guardano dal buco della serratura quello che succede tra le mura di casa e cercano di farsi un’idea su come andranno le cose. Penso che “Lacci” riguardi due generazioni; da un lato quella degli anni Sessanta, con le sue illusioni, le sue utopie e speranze, dall’altro quella dei ragazzi di oggi. Quei giovani che credevano di cambiare il mondo oggi sono cresciuti e guardano con disincanto ciò che li circonda e quello che lasceranno ai propri figli. Diciamo che è un quadro non proprio confortante dell’attualità ma di certo molto reale e sincero. Le persone trovano in questo spettacolo un riscontro concreto, tangibile».

Perché secondo lei abbiamo bisogno di queste storie?

«Nel nostro piccolo stiamo cercando di riallacciare un filo con la drammaturgia contemporanea italiana, percorso che negli anni è stato un po’ trascurato. I classici, la ricerca, il metateatro, vanno benissimo, hanno dato vita a esperienze stupende ma dobbiamo riavvicinarci alla realtà attuale. Vite, situazioni, storie con cui ci confrontiamo tutti i giorni. Penso che sia doveroso raccontare l’oggi attraverso parole attuali, storie vere e quotidiane. L’obiettivo è farlo in maniera comprensibile, in modo da riuscire a parlare a più persone possibili senza però cadere nel banale».

Quindi dopo “La scuola” e “Lacci” ci sarà un terzo spettacolo?

«Sì, anzi, c’è già; io però non sono in scena. I protagonisti sono Vanessa Scalera e Pier Giorgio Bellocchio, già sul palco con me in questo spettacolo. Si tratta di “Autobiografia erotica di Aristide Gambía”, tratto dall’omonimo romanzo di Starnone. Questo allestimento chiude una sorta di trilogia incentrata sui rapporti umani e porta all’estremo le relazioni tra uomo e donna».

Una vita trascorsa tra teatro, cinema e televisione. Chi è Silvio Oralndo oggi?

«Non è mai semplice rispondere a questa domanda. Invece di “chi sono” posso dire cosa che cerco di essere; cerco di essere utile in qualche modo, di fare la mia parte. Con la compagnia “Cardellino” cerchiamo di dare vita a spettacoli capaci di parlare alla gente. Ingaggiamo un corpo a corpo con il pubblico in un incontro in cui nessuno vince ma dove tutti si pongono domande. Questa esperienza mi spinge a riflettere molto. Mi sento realizzato da questo percorso. Col teatro cerco di tracciare il mio filo rosso, di dire la mia su ciò che vedo e che vivo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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