«Il futuro dell’operetta è sul palcoscenico» Abbati al De Micheli
“Gigì”, una storia d’amore apre il cartellone copparese Il regista: spettacolo che fonde danza, canto e comicità
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Corrado Abbati il 16 novembre aprirà la stagione di operetta al teatro De Micheli di Copparo e lo farà con “Gigì, innamorarsi a Parigi”, musical di Alan Jay Lerner su musiche di Frederick Loewe e nuova produzione in esclusiva nazionale. Abbati attore, regista e direttore artistico della compagnia da lui fondata, nel corso della sua carriera ha calcato i palchi di tutta Italia. In vista della sua data copparese si racconta spiegando anche i cambiamenti e le evoluzioni dell’operetta oggi.
Come la definirebbe?
«L’operetta, per dirla con le parole di Franz Lehár, autore de “La vedova allegra”, è composta per il 33 per cento dalla danza, per il 33 per cento dal canto e per il 33 cento dalla prosa. L’1 per cento che resta è il valore aggiunto che gli applausi del pubblico danno al nostro lavoro».
Dai suoi esordi ad oggi ha notato un cambiamento in questa “frangia” del teatro?
«Per quanto mi riguarda sì, è cambiata e in maniera non indifferente. Ci sono ancora delle “sacche di resistenza” che portano avanti un tipo di teatro capace di ricordare l’avanspettacolo ma i tempi sono diversi oggi da ieri. Anche io ho cominciato con un tipo di operetta che puntava quasi esclusivamente sulla comicità, non rinnego nulla, poi però ho cercato di evolvermi, di crescere. Il successo o il fallimento dei miei tentativi lo decreterà il pubblico».
Il teatro di varietà, quello di Totò, della Magnani, della Barzizza non ha retto l’urto dei tempi ed è scomparso; l’operetta invece è ancora qui.
«L’operetta è più “composito” come genere. Trova forza nella musica, nel ballo, nell’eleganza e nel divertimento. C’è tutto. Il fatto che “La vedova allegra” sia lo spettacolo più rappresentato a livello internazionale la dice lunga sul futuro dell’operetta. Per me è destinata a rimanere e se cambierà, saprà farlo senza tradire la sua tradizione».
Perché ne è così sicuro?
«Perché è un filone che sa interpretare i sentimenti moderni del pubblico; pubblico che sera dopo sera vuole vedere cose sempre diverse e nuove».
Chi sono i vostri spettatori?
«Molto spesso i nostri spettacoli dai teatri vengono inseriti all’interno dei cartelloni di prosa e questo fa sì che il bacino di utenza si espanda. C’è uno zoccolo duro di affezionati, ma è importante farsi conoscere sempre di più. Mi piacerebbe riuscire a coinvolgere i giovani, cosa tutt’altro che semplice. Sono però contento che ragazze e ragazzi apprezzino il musical».
Si ricorda la prima volta che salì sul palco?
«Come no, il mio primo spettacolo fu un’operetta per bambini organizzata dalle suore dell’asilo. Io avevo cinque anni e interpretai il ruolo del protagonista. Inizialmente venni scartato poi “ripescato”, non so perché cambiarono idea. Qualche anno dopo, avevo 12 anni, debuttai nella “Tosca” di Puccini, anche qui fui scelto per secondo; poi però non mi sono più fermato».
E la scelta di fondare una sua compagnia?
«Io e il mio socio arrivammo forse nel posto giusto al momento giusto. Nel mondo dell’operetta c’era aria di cambiamento, c’era bisogno di trovare una svolta e noi, nel nostro piccolo, fummo quella svolta. Le notti insonni e le preoccupazioni non sono mai mancate, nemmeno i sacrifici. A volte ho perfino maledetto l’operetta ma non ho mai pensato di cambiare e se tornassi indietro farei le stesse scelte».
A Copparo porterà “Gigì” che spettacolo è?
«È uno spettacolo che sta a metà tra musical e operetta. In scena raccontiamo una storia d’amore complicata. Ci sono due persone che si piacciono ma che per diverse ragioni non riescono ad andare d’accordo fino a quando qualcosa cambia e si innamorano». (sam.gov.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Come la definirebbe?
«L’operetta, per dirla con le parole di Franz Lehár, autore de “La vedova allegra”, è composta per il 33 per cento dalla danza, per il 33 per cento dal canto e per il 33 cento dalla prosa. L’1 per cento che resta è il valore aggiunto che gli applausi del pubblico danno al nostro lavoro».
Dai suoi esordi ad oggi ha notato un cambiamento in questa “frangia” del teatro?
«Per quanto mi riguarda sì, è cambiata e in maniera non indifferente. Ci sono ancora delle “sacche di resistenza” che portano avanti un tipo di teatro capace di ricordare l’avanspettacolo ma i tempi sono diversi oggi da ieri. Anche io ho cominciato con un tipo di operetta che puntava quasi esclusivamente sulla comicità, non rinnego nulla, poi però ho cercato di evolvermi, di crescere. Il successo o il fallimento dei miei tentativi lo decreterà il pubblico».
Il teatro di varietà, quello di Totò, della Magnani, della Barzizza non ha retto l’urto dei tempi ed è scomparso; l’operetta invece è ancora qui.
«L’operetta è più “composito” come genere. Trova forza nella musica, nel ballo, nell’eleganza e nel divertimento. C’è tutto. Il fatto che “La vedova allegra” sia lo spettacolo più rappresentato a livello internazionale la dice lunga sul futuro dell’operetta. Per me è destinata a rimanere e se cambierà, saprà farlo senza tradire la sua tradizione».
Perché ne è così sicuro?
«Perché è un filone che sa interpretare i sentimenti moderni del pubblico; pubblico che sera dopo sera vuole vedere cose sempre diverse e nuove».
Chi sono i vostri spettatori?
«Molto spesso i nostri spettacoli dai teatri vengono inseriti all’interno dei cartelloni di prosa e questo fa sì che il bacino di utenza si espanda. C’è uno zoccolo duro di affezionati, ma è importante farsi conoscere sempre di più. Mi piacerebbe riuscire a coinvolgere i giovani, cosa tutt’altro che semplice. Sono però contento che ragazze e ragazzi apprezzino il musical».
Si ricorda la prima volta che salì sul palco?
«Come no, il mio primo spettacolo fu un’operetta per bambini organizzata dalle suore dell’asilo. Io avevo cinque anni e interpretai il ruolo del protagonista. Inizialmente venni scartato poi “ripescato”, non so perché cambiarono idea. Qualche anno dopo, avevo 12 anni, debuttai nella “Tosca” di Puccini, anche qui fui scelto per secondo; poi però non mi sono più fermato».
E la scelta di fondare una sua compagnia?
«Io e il mio socio arrivammo forse nel posto giusto al momento giusto. Nel mondo dell’operetta c’era aria di cambiamento, c’era bisogno di trovare una svolta e noi, nel nostro piccolo, fummo quella svolta. Le notti insonni e le preoccupazioni non sono mai mancate, nemmeno i sacrifici. A volte ho perfino maledetto l’operetta ma non ho mai pensato di cambiare e se tornassi indietro farei le stesse scelte».
A Copparo porterà “Gigì” che spettacolo è?
«È uno spettacolo che sta a metà tra musical e operetta. In scena raccontiamo una storia d’amore complicata. Ci sono due persone che si piacciono ma che per diverse ragioni non riescono ad andare d’accordo fino a quando qualcosa cambia e si innamorano». (sam.gov.)
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