«Grazie alla musica possiamo diventare persone migliori»
di SAMUELE GOVONI
Paolo Fresu e Devil Quartet alla Pandurera per inaugurare la nuova stagione Il trombettista: amo suonare in Italia ma viaggiare è fondamentale per un artista
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Paolo Fresu apre questa sera alle 21 la stagione della Fondazione Borgatti al centro polifunzionale Pandurera di Cento. Sempre in bilico tra estero e Belpaese, il jazzista sassarese, dopo la tappa nella città del Guercino partirà per un altro concerto in Svezia, poi di nuovo Italia poi Francia, Germania, Italia e avanti così fino a fine anno e anche più in là. Riuscire a “strappare” un’intervista a Fresu non è semplice, non fosse altro per la sua fittissima agenda che confina in una stanza tutto quello che non è musica. Il trombettista però, tra una prova e l’altra, tra un aereo, un treno e un albergo si racconta alla Nuova spiegando perché la musica, alla fine, sta alla base di tutto.
Come nasce il Devil Quartet? Si può dire, senza svelare troppo, in cosa consisterà il concerto di stasera?
«I Devil nascono circa 15 anni fa dalle ceneri del gruppo “Angel”. Erano anni che volevo riprendere a suonare con il mio conterraneo Bebo Ferra, e anche con Paolino Dalla Porta. Dopo un debutto con il batterista danese Morten Lund, Stefano Bagnoli ci ha raggiunti in Colombia e in quella occasione il quartetto si è formato definitivamente e ha ora all’attivo 3 dischi in attesa di “Carpe Diem”, un lavoro completamente acustico che sarà pubblicato in febbraio per la mia etichetta Tuk Music. A Cento suoneremo ancora il vecchio repertorio con il suono elettrico ma ci saranno anche alcuni brani tratti dal nuovo album. Tra questi un omaggio ad una nota soap opera italiana...».
La sua attività live e in studio non conosce soste. È diverso per lei suonare all’estero piuttosto che in Italia?
«No, per me non c’è alcuna differenza. Cambia il pubblico e cambiano i luoghi. Ovviamente amo suonare in Italia perché mi sento a casa e c’è un rapporto con la gente e con i luoghi ma amo molto viaggiare e scoprire il nuovo. Nel viaggio si cela il nostro perenne bisogno di nuovo che è fondamentale per la musica che facciamo».
Una carriera iniziata giovanissimo e mai più interrotta. Se si guarda indietro cosa vede? E per il futuro che novità ha in serbo?
«Cito una frase del grande Miles Davis detta ad un giornalista che poneva la stessa questione: “Cosa vede nel futuro?”, gli fu chiesto. “Il domani!”, rispose il trombettista. Per quanto riguarda il passato sono semplicemente contento di avere fatto tante cose e molto diverse. Il giudizio sulla qualità delle cose fatte lo lascio agli altri anche se so ciò che avrei potuto fare meglio».
Lei è sempre stato legato alla musica nel suo insieme, che andasse da quella della tradizione a quella più sperimentale e complessa. Cosa rappresenta dunque la musica per e nella sua vita?
«La musica è una parte fondamentale della mia vita. Di certo non l’unica ma è quella che armonizza il tutto. Una sorta di sfera empedocleiana intorno alla quale ruotano molti elementi che a volte si incontrano».
Nietzsche scrisse “La vita senza musica sarebbe un errore”. È d’accordo? Perché la musica è così importante?
«Perché grazie alla musica si è migliori e si colloquia meglio con se stessi e con il prossimo. Inoltre la musica ci fa riflettere sul senso del bello di cui la nostra società ha sempre più bisogno».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Come nasce il Devil Quartet? Si può dire, senza svelare troppo, in cosa consisterà il concerto di stasera?
«I Devil nascono circa 15 anni fa dalle ceneri del gruppo “Angel”. Erano anni che volevo riprendere a suonare con il mio conterraneo Bebo Ferra, e anche con Paolino Dalla Porta. Dopo un debutto con il batterista danese Morten Lund, Stefano Bagnoli ci ha raggiunti in Colombia e in quella occasione il quartetto si è formato definitivamente e ha ora all’attivo 3 dischi in attesa di “Carpe Diem”, un lavoro completamente acustico che sarà pubblicato in febbraio per la mia etichetta Tuk Music. A Cento suoneremo ancora il vecchio repertorio con il suono elettrico ma ci saranno anche alcuni brani tratti dal nuovo album. Tra questi un omaggio ad una nota soap opera italiana...».
La sua attività live e in studio non conosce soste. È diverso per lei suonare all’estero piuttosto che in Italia?
«No, per me non c’è alcuna differenza. Cambia il pubblico e cambiano i luoghi. Ovviamente amo suonare in Italia perché mi sento a casa e c’è un rapporto con la gente e con i luoghi ma amo molto viaggiare e scoprire il nuovo. Nel viaggio si cela il nostro perenne bisogno di nuovo che è fondamentale per la musica che facciamo».
Una carriera iniziata giovanissimo e mai più interrotta. Se si guarda indietro cosa vede? E per il futuro che novità ha in serbo?
«Cito una frase del grande Miles Davis detta ad un giornalista che poneva la stessa questione: “Cosa vede nel futuro?”, gli fu chiesto. “Il domani!”, rispose il trombettista. Per quanto riguarda il passato sono semplicemente contento di avere fatto tante cose e molto diverse. Il giudizio sulla qualità delle cose fatte lo lascio agli altri anche se so ciò che avrei potuto fare meglio».
Lei è sempre stato legato alla musica nel suo insieme, che andasse da quella della tradizione a quella più sperimentale e complessa. Cosa rappresenta dunque la musica per e nella sua vita?
«La musica è una parte fondamentale della mia vita. Di certo non l’unica ma è quella che armonizza il tutto. Una sorta di sfera empedocleiana intorno alla quale ruotano molti elementi che a volte si incontrano».
Nietzsche scrisse “La vita senza musica sarebbe un errore”. È d’accordo? Perché la musica è così importante?
«Perché grazie alla musica si è migliori e si colloquia meglio con se stessi e con il prossimo. Inoltre la musica ci fa riflettere sul senso del bello di cui la nostra società ha sempre più bisogno».
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