Viaggio a Čhernobyl dove il tempo si è fermato
di SAMUELE GOVONI
Da mercoledì a Bondeno una mostra racconta il disastro nucleare Vezzaro: «Il succo delle nostre emozioni è racchiuso in queste stanze»
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«Questa non è una mostra dalla quale si esce col sorriso. È una mostra studiata e pensata per incuriosire e far riflettere lo spettatore, per rispondere a domande sociali ma anche storiche e scientifiche e per mostrare un luogo in cui la vita si è fermata, da più di trent’anni». Devis Vezzaro, fotografo vicentino che tra il 2015 e il 2016 raccontò sulla Nuova i “luoghi dell’abbandono” di Ferrara e provincia, spiega così “Il silenzio assordante di Čhernobyl”, mostra multisensiorale che dopo aver fatto tappa a Dueville e Recoaro Terme arriva a Bondeno, in piazza Aldo Moro. Le ex scuole primarie, infatti, da mercoledì al 17 dicembre ospiteranno quello che Vezzaro ha definito «un vero viaggio nel tempo». Quest’ultimo e altri 17 fotografi si sono recati nella cosiddetta “area di alienazione” per documentare e immortalare la triste sorte di Pryp’jat’, città fantasma situata a nord dell’Ucraina.
La città è stata abbandonata dopo il disastro nucleare avvenuto nel 1986 alla centrale di Čhernobyl, che si trova a circa 3 chilometri di distanza. «Volevamo visitare quei luoghi per fotografarli, vedere dal vivo la vastità della desolazione ma - racconta Vezzaro - una volta arrivati davvero sul posto ci siamo resi conto che tutto era molto più “grande” e angosciante di quanto potessimo immaginare. Chi come me ha vissuto gli anni Ottanta non può non ricordarsi di cosa fu il disastro di Čhernobyl, ma le generazioni venute dopo a fatica sanno di cosa si tratta. Ecco perché abbiamo scelto di dare vita a una mostra composta sì dalle nostre foto ma che sia, in un qualche modo, capace di far “vivere” allo spettatore l’esperienza dell’abbandono, del silenzio, della desolazione». Ed ecco spuntare fuori la multisensorialità. Le stanze sono invase da oggetti dell’epoca provenienti dall’Est della Russia, terra, polvere. È possibile sentire l’odore dell’abbandono, ascoltare (attraverso una sorta di colonna sonora) rumori che richiamano il fruscio del vento, lo scricchiolio degli edifici vuoti.
«Perché abbiamo scelto di creare un allestimento così complesso e “suggestivo”? Perché ci siamo accorti che in tanti chiedevano sempre più informazioni riguardo quei luoghi e quella storia. Abbiamo infatti creato dei pannelli esplicativi che ricostruiscono l’accaduto in modo da poter dare al visitatore un quadro completo, a trecentosessanta gradi, di quanto accaduto. Nel 2018 torneremo in quei luoghi per fotografare ancora e io, prosegue - Vezzaro - tra una decina di giorni partirò per Kiev, ancora alla ricerca di oggetti e dettagli per ampliare questo “viaggio”». Bondeno non è infatti la tappa finale de “Il silenzio assordante di Čhernobyl; la mostra farà tappa anche a Vicenza, Milano, Roma e Firenze.
Nelle due precedenti sedi il numero di spettatori totali ha sfiorato i 15mila e ora i membri dell’associazione culturale puntano solo a crescere. Lo testimonia lo sforzo e le energie che questi fotografi stanno dedicando a questo allestimento, dove sono stati aggiunti anche documentari video di approfondimento. Difficile descrivere per Vezzaro ciò che per lui e compagni è stato Pryp’jat’. «Tutti noi abbiamo vissuto in maniera diversa l’impatto con una realtà che è davvero disarmante. Alcuni hanno scattato tantissimi, altri pochissimo, alcuni una volta tornati a casa hanno “archiviato” il tutto e non ci hanno pensato più, altri sono rimasti segnati. Diciamo che - chiude il fotografo vicentino - il succo delle nostre emozioni è racchiuso in questa mostra». Un chilometro di percorso, due ore di tempo per assimilare tutto e conoscere “da vicino” un luogo dell’abbandono dove il tempo, ormai più di 31 anni fa, si è fermato. Per sempre.
“Il silenzio di Čhernobyl” sarà aperta tutti i fine settimana dalle 10 alle 20; per venerdì 8 dicembre è prevista un’apertura straordinaria.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La città è stata abbandonata dopo il disastro nucleare avvenuto nel 1986 alla centrale di Čhernobyl, che si trova a circa 3 chilometri di distanza. «Volevamo visitare quei luoghi per fotografarli, vedere dal vivo la vastità della desolazione ma - racconta Vezzaro - una volta arrivati davvero sul posto ci siamo resi conto che tutto era molto più “grande” e angosciante di quanto potessimo immaginare. Chi come me ha vissuto gli anni Ottanta non può non ricordarsi di cosa fu il disastro di Čhernobyl, ma le generazioni venute dopo a fatica sanno di cosa si tratta. Ecco perché abbiamo scelto di dare vita a una mostra composta sì dalle nostre foto ma che sia, in un qualche modo, capace di far “vivere” allo spettatore l’esperienza dell’abbandono, del silenzio, della desolazione». Ed ecco spuntare fuori la multisensorialità. Le stanze sono invase da oggetti dell’epoca provenienti dall’Est della Russia, terra, polvere. È possibile sentire l’odore dell’abbandono, ascoltare (attraverso una sorta di colonna sonora) rumori che richiamano il fruscio del vento, lo scricchiolio degli edifici vuoti.
«Perché abbiamo scelto di creare un allestimento così complesso e “suggestivo”? Perché ci siamo accorti che in tanti chiedevano sempre più informazioni riguardo quei luoghi e quella storia. Abbiamo infatti creato dei pannelli esplicativi che ricostruiscono l’accaduto in modo da poter dare al visitatore un quadro completo, a trecentosessanta gradi, di quanto accaduto. Nel 2018 torneremo in quei luoghi per fotografare ancora e io, prosegue - Vezzaro - tra una decina di giorni partirò per Kiev, ancora alla ricerca di oggetti e dettagli per ampliare questo “viaggio”». Bondeno non è infatti la tappa finale de “Il silenzio assordante di Čhernobyl; la mostra farà tappa anche a Vicenza, Milano, Roma e Firenze.
Nelle due precedenti sedi il numero di spettatori totali ha sfiorato i 15mila e ora i membri dell’associazione culturale puntano solo a crescere. Lo testimonia lo sforzo e le energie che questi fotografi stanno dedicando a questo allestimento, dove sono stati aggiunti anche documentari video di approfondimento. Difficile descrivere per Vezzaro ciò che per lui e compagni è stato Pryp’jat’. «Tutti noi abbiamo vissuto in maniera diversa l’impatto con una realtà che è davvero disarmante. Alcuni hanno scattato tantissimi, altri pochissimo, alcuni una volta tornati a casa hanno “archiviato” il tutto e non ci hanno pensato più, altri sono rimasti segnati. Diciamo che - chiude il fotografo vicentino - il succo delle nostre emozioni è racchiuso in questa mostra». Un chilometro di percorso, due ore di tempo per assimilare tutto e conoscere “da vicino” un luogo dell’abbandono dove il tempo, ormai più di 31 anni fa, si è fermato. Per sempre.
“Il silenzio di Čhernobyl” sarà aperta tutti i fine settimana dalle 10 alle 20; per venerdì 8 dicembre è prevista un’apertura straordinaria.
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