La musica ribelle quarant’anni dopo. Eugenio sul palco con il “suo” Finardi
Il cantautore milanese a Ferrara apre la due giorni dedicata alla storica e nuova canzone d’autore. L’artista: «Negli anni Settanta ogni concerto era una battaglia, ora l’atmosfera è molto più familiare»
FERRARA. Chissà se quel tipo che viveva in un abbaino era proprio lui, Eugenio Finardi, “l’extraterrestre” della canzone d’autore italiana. L’artista milanese che ha recentemente festeggiato i quarant’anni di “Musica ribelle” riparte da Ferrara con il suo “Finardimente”, nuovo show tra musica e parole dove il cantautore cercherà di svelare la sua verità dietro ogni forma di rappresentazione artistica con un racconto sincero e sfacciato delle emozioni di intere generazioni e della sua musica. L’appuntamento è per venerdì alle 20.45 alla Sala Estense. In attesa di raggiungere il palco, il cantautore rilegge il diario di una vita. Spaziando dai primi album al rapporto con il pubblico, Eugenio racconta il “suo” Finardi.
Perché “Finardimente”? Come descrive questo nuovo spettacolo?
«Nel bene e nel male Finardi è un personaggio pubblico e la gente negli anni ha creato una “propria” immagine di lui, quella di un Finardi sempre diverso a seconda del ruolo che la sua musica ha ricoperto nei percorsi e nelle vite di ciascuno. Io stesso quando vado sul palco sono un Finardi “diverso”. Non è che fingo ma c’è differenza tra il me uomo e il me artista. La percezione cambia e questo è un privilegio ma anche un onere. A Ferrara lo spettacolo sarà presentato in forma “compressa”, la parte teatrale sarà un po’ ridotta per lasciare più spazio alla musica e alle canzoni».
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Oltre quarant’anni di carriera sulle spalle. Se si guarda indietro cosa vede?
«Le stagioni passate sono un po’ come le pagine di un lungo diario che è poi il diario della mia vita. Ho avuto la fortuna di vivere periodi storici estremamente interessanti. Fui adolescente negli anni Sessanta, giovane adulto negli anni Settanta. Ho incontrato personaggi mitici e a 23 anni aprivo i tour di Fabrizio De Andrè. Ho vissuto l’avvento della tecnologia. Ricordo l’arrivo del primo sintetizzatore; a Milano ce n’era solo uno e tutti ci recavamo nello studio di registrazione che ne era in possesso per incidere i brani con l’ausilio di quella “strana” macchina».
Cos’hanno rappresentato secondo lei i cantautori?
«Penso che la nostra forza più grande sia stata quella di essere riusciti a entrare nell’animo delle persone; a raccontarne i sentimenti e gli aspetti privati e intimi della vita. Se il cinema ha raccontato uno spaccato sociale, la musica ha descritto la vita e le sensazioni, anche inconsce, degli italiani».
Ci sono suoi brani, anzi interi album, diventati bandiere generazionali e pietre miliari della musica italiana. Come si sente e cosa ne pensa?
«È una sensazione strana, difficile da spiegare anche per me. In questo nuovo spettacolo per esempio ripropongo canzoni che non suonavo da tanti anni e mi sono riaffacciato a loro con un certo stupore. Alcuni brani, scritti quando ero ragazzo, li guardo oggi con tenerezza per l’innocenza di allora data dalla giovane età. Per esempio, in una canzone che scrissi a 25 anni, affronto il tema della vecchiaia. Solo oggi, a distanza di decenni, capisco a pieno quelle strofe. Nella musica emerge la circolarità del tempo».
Recentemente ha detto che a fine concerto il pubblico la ringrazia, che la cosa la lusinga ma che si sente lei stesso in dovere di ringraziare loro. Perché? Chi è il suo pubblico?
«Per me è come se il pubblico fosse composto da vecchi amici. Ognuno di loro mi ha dato la possibilità di entrare a far parte della propria vita, della propria famiglia. Mi hanno aperto il cuore, mi hanno fatto entrare in loro e nelle loro case. Ogni concerto è un modo per ritrovarsi e condividere delle esperienze, delle sensazioni. Devo dire che sul palco non mi sono mai sentito così “comodo” come oggi. Negli anni Settanta ogni concerto era una battaglia e anche dopo, passata la parte ideologica, restavano comunque la tensione, l’emozione, i giudizi. Ora invece l’atmosfera è più familiare anche se salire sul palco resta per me una grande responsabilità, oltre che una grande gioia».
L’anno scorso è uscito “Quarant’anni di musica ribelle”, cofanetto che ripropone i primi 5 album della sua carriera. Che ricordi ha degli inizi e come suonano oggi quelle canzoni?
«Quarant’anni sono tanti. Accanto e intorno a me ho avuto musicisti straordinari e provo grande affetto per quello che siamo stati e che abbiamo il coraggio di continuare ad essere. Giovani e giovanissimi si avvicinano oggi con una certa curiosità a quella musica e a quegli anni. Ho una figlia appena diciottenne e a volte, sentendo mie canzoni degli anni Settanta mi dice: “Papà questa però non è male!”. Mi piacciono molto lo stupore e la curiosità. Alcune canzoni dai contenuti profondamente sociali scritte quarant’anni fa sono attuali ancora oggi. E lo dico anche con un certo rammarico, significa che purtroppo poco è cambiato e che c’è ancora tanta strada da fare».
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