Frediani racconta di un’antica Roma che assomiglia tanto all’attualità
Il vincitore del premio Selezione Bancarella venerdì sera è ospite della rassegna all’Ibs + Libraccio «La caduta dell’Impero e la decadenza dell’Occidente sono simili: accettiamo le trasformazioni»
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Per quanto non sembri che l’umanità abbia tratto impulsi dal passato per non ripetere gli errori commessi, Andrea Frediani non perde le speranze. Lo scrittore da un milione di copie (ha scritto numerosi romanzi e saggi ambientati nell’antica Roma, nel 2011 ha vinto il premio Selezione Bancarella) sarà in città per GialloFerrara, venerdì sera, alle 21, ospite di Ibs+Libraccio, in compagnia dell’amico comacchiese (e altro recordman di vendite) Marcello Simoni e di Nicola Verde.
Approfondire i fatti storici con romanzi di successo, come lei fa da almeno dieci anni, risponde a impulsi di curiosità, a necessità di ammonire i contemporanei, a esaltare le caratteristiche vincenti degli eroi?
«Ci sono due modi per scrivere di storia - risponde Frediani -. Il saggista si muove tra paletti fissi e rigidi, stabiliti dalla ricerca documentale e può permettersi al massimo di formulare delle ipotesi. Il narratore rispetta l’ambito storico, se ne nutre, ma può condurre i protagonisti con l’immaginazione, dove la documentazione non arriva. Ho scelto la via della narrazione e mi ritrovo in pieno con “l’immaginazione scientifica” di Jacque Le Goff ».
La storia, indagata e descritta in modo accattivante, può anche esserci utile?
«Un noto uomo politico che ho conosciuto diceva “la storia la faccio io”. Se avesse studiato di più non sarebbe caduto rovinosamente come gli è invece successo... Perché è vero che la storia è magistra vitae, però bisogna conoscerla bene. Ogni nuova generazione sembra destinata a dimenticare in fretta il passato recente, forse perché vive talmente avviluppata nelle conseguenze generate dagli immediati predecessori, che desidera soltanto prenderne le distanze il più in fretta possibile».
Possiamo guardare alla caduta dell’Impero romano per capire la decadenza dell’Occidente?
«Ci sono molte similitudini, non solo con l’Impero romano. Tutte le fasi storiche sono state caratterizzate da una nascita, una crescita e una decadenza. Preferisco però ricordare che il declino dell’Impero è durato a lungo e più che sparire, ha subìto una trasformazione. Più che un declino si è trattato di un avvicendamento: Costantino ha rifondato l’impero di Augusto, facendolo durare quasi fino alla scoperta delle Americhe, quando ha incluso nell’esercito romano i barbari che premevano alla porte e che morivano dalla voglia di partecipare alla civiltà romana. I nuovi arrivati - prosegue l’autore romano - hanno sempre più grinta e conviene accettarli, più che opporsi ai cambiamenti. Dovremmo prendere questa lezione anche noi e accettare le trasformazioni».
I personaggi che vivono nei suoi romanzi, sia quelli inventati che quelli esistiti, sono tratteggiati a tutto tondo: manifestano caratteri e tendenze credibili al punto da affascinare e attirare un gran numero di lettori. Come li costruisce?
«I personaggi nascono con un carattere e una mentalità. Quest’ultima va cercata nello sfondo storico e la mia caratteristica è di tenere un binario parallelo. Con una visione dall’alto faccio agire politici, militari, generali, imperatori, letterati, le cui azioni principali sono documentate; e contestualmente alimento una visione dal basso, con i poveri diavoli che subiscono le conseguenze di quelle azioni. E costoro diventano i protagonisti delle mie storie».
Come Ortwin e Weleda nella saga “Dictator”…
«Due barbari sconfitti che si rifanno una vita nell’esercito di Ottaviano. La vicenda è credibile, ma di fantasia».
Oppure come la setta di Marte Ultore? Sembra una specie di massoneria...
«Sì, Ottaviano dedicò davvero un tempio a Marte Vendicatore: voleva vendicare la morte del suo patrigno Cesare, voleva il potere ed era circondato da una stretta cerchia di amici e sodali pronti a ogni azione, quindi è credibile pensare a un circolo ristretto, ad una setta».
Nella nostra attualità pensa che si abbia veramente bisogno di eroi?
«Di eroi non se ne vedono e la gente li cerca e legge libri, come quelli che scrivo io. Non dimentichiamo che i personaggi eroici hanno sempre impresso cambiamenti decisivi nella vita dell’umanità. Lo scrittore di romanzi storici - conclude Frediani - riporta alla luce personaggi dimenticati; basti pensare al ruolo che anche il cinema ha avuto nell’esaltare Braveheart o Spartacus».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Approfondire i fatti storici con romanzi di successo, come lei fa da almeno dieci anni, risponde a impulsi di curiosità, a necessità di ammonire i contemporanei, a esaltare le caratteristiche vincenti degli eroi?
«Ci sono due modi per scrivere di storia - risponde Frediani -. Il saggista si muove tra paletti fissi e rigidi, stabiliti dalla ricerca documentale e può permettersi al massimo di formulare delle ipotesi. Il narratore rispetta l’ambito storico, se ne nutre, ma può condurre i protagonisti con l’immaginazione, dove la documentazione non arriva. Ho scelto la via della narrazione e mi ritrovo in pieno con “l’immaginazione scientifica” di Jacque Le Goff ».
La storia, indagata e descritta in modo accattivante, può anche esserci utile?
«Un noto uomo politico che ho conosciuto diceva “la storia la faccio io”. Se avesse studiato di più non sarebbe caduto rovinosamente come gli è invece successo... Perché è vero che la storia è magistra vitae, però bisogna conoscerla bene. Ogni nuova generazione sembra destinata a dimenticare in fretta il passato recente, forse perché vive talmente avviluppata nelle conseguenze generate dagli immediati predecessori, che desidera soltanto prenderne le distanze il più in fretta possibile».
Possiamo guardare alla caduta dell’Impero romano per capire la decadenza dell’Occidente?
«Ci sono molte similitudini, non solo con l’Impero romano. Tutte le fasi storiche sono state caratterizzate da una nascita, una crescita e una decadenza. Preferisco però ricordare che il declino dell’Impero è durato a lungo e più che sparire, ha subìto una trasformazione. Più che un declino si è trattato di un avvicendamento: Costantino ha rifondato l’impero di Augusto, facendolo durare quasi fino alla scoperta delle Americhe, quando ha incluso nell’esercito romano i barbari che premevano alla porte e che morivano dalla voglia di partecipare alla civiltà romana. I nuovi arrivati - prosegue l’autore romano - hanno sempre più grinta e conviene accettarli, più che opporsi ai cambiamenti. Dovremmo prendere questa lezione anche noi e accettare le trasformazioni».
I personaggi che vivono nei suoi romanzi, sia quelli inventati che quelli esistiti, sono tratteggiati a tutto tondo: manifestano caratteri e tendenze credibili al punto da affascinare e attirare un gran numero di lettori. Come li costruisce?
«I personaggi nascono con un carattere e una mentalità. Quest’ultima va cercata nello sfondo storico e la mia caratteristica è di tenere un binario parallelo. Con una visione dall’alto faccio agire politici, militari, generali, imperatori, letterati, le cui azioni principali sono documentate; e contestualmente alimento una visione dal basso, con i poveri diavoli che subiscono le conseguenze di quelle azioni. E costoro diventano i protagonisti delle mie storie».
Come Ortwin e Weleda nella saga “Dictator”…
«Due barbari sconfitti che si rifanno una vita nell’esercito di Ottaviano. La vicenda è credibile, ma di fantasia».
Oppure come la setta di Marte Ultore? Sembra una specie di massoneria...
«Sì, Ottaviano dedicò davvero un tempio a Marte Vendicatore: voleva vendicare la morte del suo patrigno Cesare, voleva il potere ed era circondato da una stretta cerchia di amici e sodali pronti a ogni azione, quindi è credibile pensare a un circolo ristretto, ad una setta».
Nella nostra attualità pensa che si abbia veramente bisogno di eroi?
«Di eroi non se ne vedono e la gente li cerca e legge libri, come quelli che scrivo io. Non dimentichiamo che i personaggi eroici hanno sempre impresso cambiamenti decisivi nella vita dell’umanità. Lo scrittore di romanzi storici - conclude Frediani - riporta alla luce personaggi dimenticati; basti pensare al ruolo che anche il cinema ha avuto nell’esaltare Braveheart o Spartacus».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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