Il noir al femminile piace per emozioni e aspetti crudi
Sabato all’Ariostea di scena la Cametti, autrice di saghe con donne protagoniste «Non è vero che non sappiamo scrivere thriller: abbiamo maggiore sensibilità»
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Da anni Elisabetta Cametti produce instancabilmente volumi delle sue saghe al femminile, romanzi che mettono al centro donne forti e combattive, come Katherine Sinclaire, manager dell’editoria alla prese con intrighi archeologici, o Veronika Evans, photoreporter di New York. La scrittrice sarà ospite del festival sabato, alle 11, in Biblioteca Ariostea, dove dialogherà con Eleonora Carta in un incontro dedicato alle lady del thriller.
Com’è stato passare da “manager” a scrittrice: perché ha seguito tale passione?
«Ce l’avevo fin da piccola - ci dice -, a un certo momento ho sentito che oltre a scrivere storie, appunti, articoli, era arrivato il momento di sfidarmi con un qualcosa di più complesso. La definisco una chiamata, perché è una cosa che ci si sente dentro, ed è iniziata la prima avventura di Katherine. Da lì si è aperto un mondo, ho avuto soddisfazione e ho iniziato a scrivere sistematicamente. Da un lato mi piace volare sulle ali della fantasia, dall'altro mi do obiettivi precisi e cerco di raggiungerli: studio tantissimo, sia sull'evoluzione della scrittura, sia per i contenuti, è una passione costruita con una grande determinazione».
Pensa ci sia differenza tra lo stile “maschile” e quello “femminile” nella letteratura noir?
«Su questo c’è grande battaglia: molte scrivono sotto pseudonimo maschile, si deve sempre dimostrare tanto perché si dice che le donne non sappiano scrivere thriller. Secondo me, invece, lo fanno in modo più emotivo, senza tralasciare gli aspetti più crudi della vicenda, e sanno dare una visione più tonda, c'è anche una sensibilità diversa. I miei sono thriller storici, ma definirli in un genere mi pare riduttivo: io ci metto avventura, storia, descrizioni umane dei personaggi, li faccio conoscere al lettore nella loro complessità, e hanno quindi respiro più ampio rispetto al poliziesco classico».
Le donne sono le protagoniste indiscusse dei suoi romanzi, perché questa scelta?
«Creo personaggi seriali, che ci accompagnano, invecchiano e nel romanzo successivo si portano sulle spalle quanto successo prima, maturano esperienze, sensazioni. Donne perché sono donna, e non sono ancora pronta a mettermi nei panni di un uomo, preferisco una gestione più diretta. Katherine è fiction, ma c'è anche molto di me: fa quello che farei io se mi trovassi nella sua situazione. Veronika invece è il contrario, e questo per me è stata una grande sfida, perché non mi assomiglia e la pensa diversamente a me su tante cose. Parlare e scrivere di un uomo è un passo che farò più avanti, anche perché mi piace raccontare di cose credibili, e quindi pure le emozioni devono essere reali».
I miti che l’hanno ispirata?
«Sono onnivora di libri e serie tv, ho sempre due o tre libri sul comodino, così come seguo due o tre serie in contemporanea, e scelgo cosa leggere o guardare in base allo stato d'animo. Avrei voluto scrivere è la serie de Il trono di spade, trovo che sia un capolavoro da tanti punti di vista».
Irene Lodi
Com’è stato passare da “manager” a scrittrice: perché ha seguito tale passione?
«Ce l’avevo fin da piccola - ci dice -, a un certo momento ho sentito che oltre a scrivere storie, appunti, articoli, era arrivato il momento di sfidarmi con un qualcosa di più complesso. La definisco una chiamata, perché è una cosa che ci si sente dentro, ed è iniziata la prima avventura di Katherine. Da lì si è aperto un mondo, ho avuto soddisfazione e ho iniziato a scrivere sistematicamente. Da un lato mi piace volare sulle ali della fantasia, dall'altro mi do obiettivi precisi e cerco di raggiungerli: studio tantissimo, sia sull'evoluzione della scrittura, sia per i contenuti, è una passione costruita con una grande determinazione».
Pensa ci sia differenza tra lo stile “maschile” e quello “femminile” nella letteratura noir?
«Su questo c’è grande battaglia: molte scrivono sotto pseudonimo maschile, si deve sempre dimostrare tanto perché si dice che le donne non sappiano scrivere thriller. Secondo me, invece, lo fanno in modo più emotivo, senza tralasciare gli aspetti più crudi della vicenda, e sanno dare una visione più tonda, c'è anche una sensibilità diversa. I miei sono thriller storici, ma definirli in un genere mi pare riduttivo: io ci metto avventura, storia, descrizioni umane dei personaggi, li faccio conoscere al lettore nella loro complessità, e hanno quindi respiro più ampio rispetto al poliziesco classico».
Le donne sono le protagoniste indiscusse dei suoi romanzi, perché questa scelta?
«Creo personaggi seriali, che ci accompagnano, invecchiano e nel romanzo successivo si portano sulle spalle quanto successo prima, maturano esperienze, sensazioni. Donne perché sono donna, e non sono ancora pronta a mettermi nei panni di un uomo, preferisco una gestione più diretta. Katherine è fiction, ma c'è anche molto di me: fa quello che farei io se mi trovassi nella sua situazione. Veronika invece è il contrario, e questo per me è stata una grande sfida, perché non mi assomiglia e la pensa diversamente a me su tante cose. Parlare e scrivere di un uomo è un passo che farò più avanti, anche perché mi piace raccontare di cose credibili, e quindi pure le emozioni devono essere reali».
I miti che l’hanno ispirata?
«Sono onnivora di libri e serie tv, ho sempre due o tre libri sul comodino, così come seguo due o tre serie in contemporanea, e scelgo cosa leggere o guardare in base allo stato d'animo. Avrei voluto scrivere è la serie de Il trono di spade, trovo che sia un capolavoro da tanti punti di vista».
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