«Il mio stile duro e critico parte da una realtà vissuta»
Lilin alla Sala Estense racconta la sua Siberia vera, fredda e senza sconti Lo scrittore: da noi non c’è “superuomo”, ascoltiamo e osserviamo la natura
3 MINUTI DI LETTURA
Nicolai Lilin porta con sé la tradizione della sua Siberia, dentro i suoi tatuaggi. È un atto creativo e, al contempo, un rituale che trasforma la narrazione orale in simbolo, alla maniera della scrittura. Sabato, alle 21, sul palco della Sala Estense (piazza Municipale) parlerà di Favole fuorilegge e di Educazione siberiana: i capitoli della sua storia personale. Sarà il gran finale del quarto GialloFerrara.
Una scrittura “violenta”, la sua, almeno secondo alcuni. Cosa ne pensa?
«Sono russo e arrivo dalla scuola di Gogol’, Cechov e Bulgakov, tutti impegnati nella scrittura “sociale”. Lo scopo è riflettere sulla società per rimediarne ai mali, coinvolgendo più lettori possibili. Il mio stile a tratti pare duro e critico, ma parte da un vissuto collettivo».
Sembra cresciuto sulle parole di Dostoevskij: “Uno scrittore vero deve bagnare la penna nel suo sangue”.
«Mi baso sulle vite che mi circondano. Il sistema finanziario ha causato una nuova forma di schiavitù: non ci sono più frusta e catene, ma il mutuo e il dio denaro. Lo sosteneva anche Tolstoj: il denaro è un modo nuovo di schiavizzare in maniera impersonale. Oltre il lessico marxista, il cosiddetto “consumismo propulsivo” ha superato il capitalismo. È Il demonio vero, che ha sostituito l’animo umano con qualcosa di materiale. Chi è furbo guadagna calpestando l’interiorità del suo prossimo. E io non posso ignorarlo».
Cosa c’è di suo nelle “favole fuorilegge”?
«Sono quelle con cui sono stato cresciuto. Mio nonno Boris mi ha tramandato la cultura e i valori della società dei fuorilegge siberiani. Mi ha dato le basi di quell’educazione. Le favole sono state il mezzo narrativo e a mia volta ho scritto il libro per mia figlia maggiore».
Ma adesso regna la Disney.
«Un tempo le favole avevano una morale e non finivano bene, anzi. Nella variante originale la Sirenetta si fida di un ragazzo di sangue blu e paga il prezzo del suo stesso amore, trasformandosi nella schiuma delle onde. Insegnava alle ragazze di campagna a stare attente di fronte alle avance dei nobili. “Nobiltà ha dipinta negli occhi onestà”: Mozart fu coerente nel Don Giovanni, dimostrando la perfidia e la malizia delle classi superiori. Purtroppo anche le favole sono state corrotte».
L’happy ending non funziona sempre?
«Magari nelle commedie, ma non può essere applicato a qualunque genere letterario. Cappuccetto rosso non è mai stata liberata, è stata mangiata con la nonna dal lupo cattivo. Punto e basta, non c’era cacciatore che tenesse. La bimba spariva perché non era stata responsabile. Pur di ottenere qualcosa nel mondo odierno le persone sono pronte a sacrificare la dignità altrui, come le piccole che a Roma si prostituivano per ricaricare il cellulare. Da noi le favole non hanno subito censure, si sono conservate intatte di generazione in generazione».
D’altronde, la Siberia non si è mai fatta sopraffare dalle smanie umane.
«È talmente vasta che solo il 20% è stato sfruttato dall’uomo. Il resto sono spazi incontaminati. È un luogo meraviglioso, che produce ossigeno per tutti e deve rimanere tale. È un luogo ostile dove la natura ha sempre avuto la meglio, come se fosse un tempio divino. Non è uno spirito lontano, Dio è qui e appartiene a quello che ci circonda».
Perché la legge del più forte evade da ogni suo libro?
«Fa parte di noi. In Siberia ogni creatura viene ridimensionata rispetto alle altre. Non c’è superuomo che si comporti in modo arrogante. Siamo ospiti del pianeta: basta ascoltare un grande albero muoversi al vento, una tigre indisturbata nella foresta, o un fiume che rompe gli argini e cambia la geografia per decine di chilometri».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Una scrittura “violenta”, la sua, almeno secondo alcuni. Cosa ne pensa?
«Sono russo e arrivo dalla scuola di Gogol’, Cechov e Bulgakov, tutti impegnati nella scrittura “sociale”. Lo scopo è riflettere sulla società per rimediarne ai mali, coinvolgendo più lettori possibili. Il mio stile a tratti pare duro e critico, ma parte da un vissuto collettivo».
Sembra cresciuto sulle parole di Dostoevskij: “Uno scrittore vero deve bagnare la penna nel suo sangue”.
«Mi baso sulle vite che mi circondano. Il sistema finanziario ha causato una nuova forma di schiavitù: non ci sono più frusta e catene, ma il mutuo e il dio denaro. Lo sosteneva anche Tolstoj: il denaro è un modo nuovo di schiavizzare in maniera impersonale. Oltre il lessico marxista, il cosiddetto “consumismo propulsivo” ha superato il capitalismo. È Il demonio vero, che ha sostituito l’animo umano con qualcosa di materiale. Chi è furbo guadagna calpestando l’interiorità del suo prossimo. E io non posso ignorarlo».
Cosa c’è di suo nelle “favole fuorilegge”?
«Sono quelle con cui sono stato cresciuto. Mio nonno Boris mi ha tramandato la cultura e i valori della società dei fuorilegge siberiani. Mi ha dato le basi di quell’educazione. Le favole sono state il mezzo narrativo e a mia volta ho scritto il libro per mia figlia maggiore».
Ma adesso regna la Disney.
«Un tempo le favole avevano una morale e non finivano bene, anzi. Nella variante originale la Sirenetta si fida di un ragazzo di sangue blu e paga il prezzo del suo stesso amore, trasformandosi nella schiuma delle onde. Insegnava alle ragazze di campagna a stare attente di fronte alle avance dei nobili. “Nobiltà ha dipinta negli occhi onestà”: Mozart fu coerente nel Don Giovanni, dimostrando la perfidia e la malizia delle classi superiori. Purtroppo anche le favole sono state corrotte».
L’happy ending non funziona sempre?
«Magari nelle commedie, ma non può essere applicato a qualunque genere letterario. Cappuccetto rosso non è mai stata liberata, è stata mangiata con la nonna dal lupo cattivo. Punto e basta, non c’era cacciatore che tenesse. La bimba spariva perché non era stata responsabile. Pur di ottenere qualcosa nel mondo odierno le persone sono pronte a sacrificare la dignità altrui, come le piccole che a Roma si prostituivano per ricaricare il cellulare. Da noi le favole non hanno subito censure, si sono conservate intatte di generazione in generazione».
D’altronde, la Siberia non si è mai fatta sopraffare dalle smanie umane.
«È talmente vasta che solo il 20% è stato sfruttato dall’uomo. Il resto sono spazi incontaminati. È un luogo meraviglioso, che produce ossigeno per tutti e deve rimanere tale. È un luogo ostile dove la natura ha sempre avuto la meglio, come se fosse un tempio divino. Non è uno spirito lontano, Dio è qui e appartiene a quello che ci circonda».
Perché la legge del più forte evade da ogni suo libro?
«Fa parte di noi. In Siberia ogni creatura viene ridimensionata rispetto alle altre. Non c’è superuomo che si comporti in modo arrogante. Siamo ospiti del pianeta: basta ascoltare un grande albero muoversi al vento, una tigre indisturbata nella foresta, o un fiume che rompe gli argini e cambia la geografia per decine di chilometri».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
