Dall’Unità d’Italia ai giorni nostri Viaggio nell’economia dello Stato
Con “Il cammino e le orme” Patrizio Bianchi traccia un quadro industriale e politico lungo 150 anni «Dal dopoguerra abbiamo raggiunto grandi traguardi ma la nostra parte peggiore è sempre latente»
3 MINUTI DI LETTURA
La costruzione delle istituzioni può determinare il comportamento di un Paese attraverso i secoli. Questo il principio da cui Patrizio Bianchi, uomo di politica e cultura, comincia l’analisi ne “Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea” (ed. Il Mulino, 2017, 18 euro), che sabato presenterà all’Ibs+Libraccio di Ferrara insieme a Paolo Pini. Se a moderare l’incontro sarà la giornalista Dalia Bighinati, Alessandro Tagliati leggerà alcuni passi del saggio.
Il volume esplora le vicende istituzionali del Regno d’Italia, viste come una sorta di laboratorio delle trasformazioni che andranno poi a definire le modalità con cui il sistema economico e sociale si muoverà nel tempo. Emergono alcuni temi che accompagnano lo sviluppo italiano fin dall’Unità: centralismo versus autonomie locali, qualità delle istituzioni e loro ruolo, rapporto tra governabilità e rappresentatività.
Bianchi, perché ha scelto di prendere in esame proprio l’Unità d’Italia?
«È stata organizzata nel giro di diciotto mesi: dalla seconda guerra d’indipendenza sino alla morte di Cavour. In gioventù il conte fece un lungo viaggio in Europa, avendo la possibilità di osservare i diversi tipi di istituzioni: da un sistema totalmente federale come la Svizzera, a uno parlamentare come l’Inghilterra, passando per Francia, Belgio e Germania. L’Italia era molto separata e arrivò ad unirsi in maniera fortuita. È stato un processo tutto di testa, concepito come espansione del Piemonte».
Di fronte alla complessità dell’integrazione si è scelta una via autoritaria.
«Fu basata sulle leggi che Rattazzi emise subito dopo la sconfitta di Villafranca: scuola, legge elettorale e riforma dello stato. Le tre leggi che si sono ripetute nei centocinquant’anni successivi. Temi che dibattiamo tuttora: se il sistema debba essere più rappresentativo o più governabile, ad esempio, come se fosse un’alternativa».
A proposito di legge elettorale, che opinione si è fatto del nuovo Rosatellum?
«Il problema rimane il grado di partecipazione dei cittadini a livello territoriale. La Regione Emilia-Romagna si è fatta subito portatrice di una maggiore autonomia per aumentare forza e vivacità in loco. Sono sempre stato poco appassionato di alchimie e coalizioni. Credo che tutto ciò funzioni in un Paese che funziona. Pur con il rischio di aumentare la disparità tra nord e sud, ci devono essere autonomie locali che motivino dal basso la partecipazione. In questa restituzione, però, non vanno tralasciate coesione sociale e tutela dei più deboli».
La cosiddetta “malattia italiana” dove affonda le sue radici?
«Nella coincidenza tra amministrazione centrale e Stato, considerando sudditi tutti gli altri; ossia l’eccesso continuo di regolazione per ogni attività svolta. L’Unità è avvenuta troppo rapidamente: morto Cavour, di fronte al grande successo i suoi eredi non sono stati capaci di strutturare il nuovo Paese. Da allora le tentazioni autoritarie sono sempre state interpretate in modo burocratico».
Perché non abbiamo ancora raggiunto una consapevolezza civile e morale della nostra Unità?
«L’abbiamo data per scontata. Chiamandosi “Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”, diede la sensazione che fosse un regalo e non un risultato effettivo, una vittoria del popolo. Non ci si rese conto che il patrimonio era da mantenere con forza: per quanto gli Stati Uniti siano molto diversi al loro interno, hanno difeso un accentuato sentimento nazionalista».
Gli italiani tendono a sminuirsi, ad essere autolesionisti. E questo non è un problema dell’ultima ora.
«È stata girata una filmografia intera sui nostri vizi e sulla cosiddetta “italietta”. L’autocritica è utile se resta obiettiva e non fa perdere le speranze. Dal dopoguerra sono stati raggiunti svariati traguardi importanti, ma ogni volta traspare la nostra parte peggiore. Prima dell’Unità - conclude Bianchi - la letteratura si concentrava sugli eroi nazionali, sulla necessità di cantare la nostra enfasi, come la lirica verdiana. Subito dopo prese piede la delusione, perché l’Italia non era quella attesa, ma una cucitura degli antichi stati e dei loro difetti. Ecco la mancanza di orgoglio che scontiamo adesso».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il volume esplora le vicende istituzionali del Regno d’Italia, viste come una sorta di laboratorio delle trasformazioni che andranno poi a definire le modalità con cui il sistema economico e sociale si muoverà nel tempo. Emergono alcuni temi che accompagnano lo sviluppo italiano fin dall’Unità: centralismo versus autonomie locali, qualità delle istituzioni e loro ruolo, rapporto tra governabilità e rappresentatività.
Bianchi, perché ha scelto di prendere in esame proprio l’Unità d’Italia?
«È stata organizzata nel giro di diciotto mesi: dalla seconda guerra d’indipendenza sino alla morte di Cavour. In gioventù il conte fece un lungo viaggio in Europa, avendo la possibilità di osservare i diversi tipi di istituzioni: da un sistema totalmente federale come la Svizzera, a uno parlamentare come l’Inghilterra, passando per Francia, Belgio e Germania. L’Italia era molto separata e arrivò ad unirsi in maniera fortuita. È stato un processo tutto di testa, concepito come espansione del Piemonte».
Di fronte alla complessità dell’integrazione si è scelta una via autoritaria.
«Fu basata sulle leggi che Rattazzi emise subito dopo la sconfitta di Villafranca: scuola, legge elettorale e riforma dello stato. Le tre leggi che si sono ripetute nei centocinquant’anni successivi. Temi che dibattiamo tuttora: se il sistema debba essere più rappresentativo o più governabile, ad esempio, come se fosse un’alternativa».
A proposito di legge elettorale, che opinione si è fatto del nuovo Rosatellum?
«Il problema rimane il grado di partecipazione dei cittadini a livello territoriale. La Regione Emilia-Romagna si è fatta subito portatrice di una maggiore autonomia per aumentare forza e vivacità in loco. Sono sempre stato poco appassionato di alchimie e coalizioni. Credo che tutto ciò funzioni in un Paese che funziona. Pur con il rischio di aumentare la disparità tra nord e sud, ci devono essere autonomie locali che motivino dal basso la partecipazione. In questa restituzione, però, non vanno tralasciate coesione sociale e tutela dei più deboli».
La cosiddetta “malattia italiana” dove affonda le sue radici?
«Nella coincidenza tra amministrazione centrale e Stato, considerando sudditi tutti gli altri; ossia l’eccesso continuo di regolazione per ogni attività svolta. L’Unità è avvenuta troppo rapidamente: morto Cavour, di fronte al grande successo i suoi eredi non sono stati capaci di strutturare il nuovo Paese. Da allora le tentazioni autoritarie sono sempre state interpretate in modo burocratico».
Perché non abbiamo ancora raggiunto una consapevolezza civile e morale della nostra Unità?
«L’abbiamo data per scontata. Chiamandosi “Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”, diede la sensazione che fosse un regalo e non un risultato effettivo, una vittoria del popolo. Non ci si rese conto che il patrimonio era da mantenere con forza: per quanto gli Stati Uniti siano molto diversi al loro interno, hanno difeso un accentuato sentimento nazionalista».
Gli italiani tendono a sminuirsi, ad essere autolesionisti. E questo non è un problema dell’ultima ora.
«È stata girata una filmografia intera sui nostri vizi e sulla cosiddetta “italietta”. L’autocritica è utile se resta obiettiva e non fa perdere le speranze. Dal dopoguerra sono stati raggiunti svariati traguardi importanti, ma ogni volta traspare la nostra parte peggiore. Prima dell’Unità - conclude Bianchi - la letteratura si concentrava sugli eroi nazionali, sulla necessità di cantare la nostra enfasi, come la lirica verdiana. Subito dopo prese piede la delusione, perché l’Italia non era quella attesa, ma una cucitura degli antichi stati e dei loro difetti. Ecco la mancanza di orgoglio che scontiamo adesso».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
