La Nuova Ferrara

Il palco racconta la fine della famiglia

di FABIO ZIOSI
Il palco racconta la fine della famiglia

Prosa all’Abbado, dopo “Lacci” altra storia di crisi in “Play Strindberg”. Oggi replica

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Tira brutta aria per l’istituzione famiglia. Il Teatro Comunale Abbado, dopo aver iniziato la stagione di prosa con “Lacci” di Domenico Starnone con Silvio Orlando, come secondo titolo ha presentato l’altra sera “Play Strindberg” di Friedrich Dürrenmatt (oggi ultima replica alle 16), trasformando il palco in un vero e proprio ring, con tanto di corde e di gong fra una ripresa e l’altra. E anche in questo caso al centro del combattimento c’era sempre lei, la famiglia. Non che Medea e Amleto fossero messi meglio in casa loro, ma sia Starnone che Dürrenmatt mettono proprio il matrimonio come male supremo, enunciandolo esplicitamente a ogni piè sospinto. Da questo nasce l’infelice rapporto tra marito e moglie, insanabile, autodistruttivo, ma contemporaneamente impossibilitato ad essere reciso: il divorzio aleggia sempre come possibile soluzione ma nella realtà è irraggiungibile per volontà degli stessi contraenti.

Nel lavoro di Dürrenmatt che (nel 1969) riscrive “Danza Macabra” di Strindberg (scritto all’inizio del ’900), sono i tre protagonisti Maria Paiato (Alice), Franco Castellano (Edgar) e Maurizio Donadoni (Kurt) a dare un’ulteriore perfezione e accelerazione al testo sotto la regia di Franco Però. Bravi, bravissimi, con una recitazione che - dentro al ring che riproduce una stanza, isola dentro l’isola dove vivono – è fatta di colpi secchi, ganci e uppercut che si susseguono inesorabilmente. Frasi di poche parole che si alternano e si bloccano solo al suono del gong. Non si sa chi sia la vittima e il carnefice (altra analogia con “Lacci”) dove il tragico e il comico si mescolano in continuazione. Alice e Edgar stanno per festeggiare i 25 anni di matrimonio ma non si sa cosa li lega, nemmeno i figli che si rinfacciano di essere incapaci di realizzare la propria vita. E in mezzo alle prime ripetute schermaglie tra marito e moglie che ripetono all’estenuazione le solite accuse, ecco riapparire dopo quindici anni Kurt, cugino e in passato anche amante di Alice. Il lontano amore sembra poter rinascere ma in realtà anche questo finisce miseramente. Si ride e sorride, commedia ricca di ironia che ci mette davanti a quelli che possono essere i nostri difetti e quelli ormai tipici del nostro tempo. Undici round sempre più ravvicinati e incalzanti dove il filo rosso è la frase che viene detta alla quarta ripresa: “Ma come mai lo odi tanto? Non ne ho idea... Beh, perché siamo sposati”.



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