Storie di mare e di vita Così Cederna porta l’immigrazione sul palco
di SAMUELE GOVONI
Al De Micheli di Copparo la pièce tratta dall’opera di Testa «È un intreccio di frammenti ed emozioni senza ideologie»
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Raccontare storie di immigrazioni, di addii e partenze non è mai facile. Facile, al contrario, è cadere in spiacevoli cliché e luoghi comuni. Scrivere, cantare o portare a teatro (bene) certe realtà è un po’ come quando un bravo equilibrista cammina sul filo. Senza rete di protezione in caso di caduta. Gianmaria Testa, cantautore e scrittore, diede alle stampe “Da questa parte del mare” (ed. Einaudi). Il libro uscì postumo e da questo testo gli amici Giorgio Gallione e Giuseppe Cederna hanno tratto l’omonimo spettacolo. Il primo ne ha curato l’adattamento e la regia; il secondo, unico attore in scena, racconta quelle storie messe nero su bianco da Testa.
Il risultato, che andrà in scena venerdì alle 21 al De Micheli di Copparo (piazza del Popolo) è quasi un dialogo tra le parole di Cederna e del cantautore. La scenografia minimale composta da acqua, massi e sedie dà allo spettatore tutto ciò di cui ha bisogno.
Cederna, che cos’è “Da questa parte del mare”?
«È uno spettacolo che parla di umanità, che racconta di immigrazione ma senza cadere nell’ideologia. Credo che sia questo uno dei suoi punti di forza. Sul palco si raccontano storie di vita, di mare, di fuga e di speranza. Spesso ci dimentichiamo delle tante persone che ogni giorno affrontano il Mediterraneo per raggiungere un “mondo migliore”, ce ne dimentichiamo perché siamo presi dai nostri problemi ma ci sono, esistono e non possiamo ignorarle. È un lavoro complesso ma in questo primo spaccato di tournée, abbiamo notato con piacere che il pubblico apprezza il lavoro anche nella sua durezza e complessità».
Perché raccontare queste storie? Cosa cambia dalle pagine alla scena?
«Ho conosciuto e lavorato con Gianmaria in diverse occasioni. Il libro da cui è tratto lo spettacolo omonimo, è frutto di quindici, diciotto anni di lavoro. Testa ha iniziato a raccogliere storie di immigrazione fin dal principio di questo evento epocale. Ha scritto poesie e canzoni per narrare di persone arrivate dall’Africa. “Da questa parte del mare” è composto da tre fattori; l’anima è di Gianmaria, poi Giorgio Gallione ha messo la propria impronta e con la sua regia ha trasformato le storie in uno spettacolo teatrale; poi ci sono io che sono il testimone, colui che in scena vive queste esperienze».
Qual è secondo lei l’eredità lasciata da Testa?
«Penso che ci abbia lasciato una lezione sull’importanza delle parole e sul loro peso. Era un cantautore e prima ancora un poeta. Gianmaria sceglieva le parole con estrema attenzione, lavorava come un artigiano. Aveva la capacità di guardare il mondo con occhi curiosi, il suo sguardo era profondo, acuto e sapeva raccontarlo con grande umanità. Ci ha lasciato tanta bellezza».
C’è stato un fattore scatenante che ha spinto prima Testa e poi voi a raccontare queste storie?
«Forse un ricordo di infanzia. Gianmaria raccontava di una reminiscenza che aveva spesso. Si ricordava di sé a otto anni, ospite a un matrimonio in cui sua madre cantava canzoni che parlavano di partenze. Pur essendo bambino si accorse della sua commozione, cosa che non dimenticò. Anzi, forse parte tutto da lì, da quelle canzoni, da quegli occhi; da quei ricordi».
Quarant’anni tra palco, tv e cinema. Quanto ha influito la sua vita nella professione e viceversa?
«Molto, credo. Questo spettacolo ne è un esempio perché ho un legame particolare con il Mediterraneo, le sue isole e le sue storie. A dicembre debutterò a Roma in un nuovo spettacolo e sarò Mozart. Sono molto legato al grande compositore perché fu uno dei primi personaggi che interpretai a teatro. Nel 1987 fui Mozart, mentre Umberto Orsini interpretava Salieri. “Mozart, il sogno di un clown”, questo il titolo del nuovo allestimento, richiama le mie origini perché nel ’77 iniziai come artista di strada e vestivo i panni del pagliaccio. Ecco, è tutto un po’ collegato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il risultato, che andrà in scena venerdì alle 21 al De Micheli di Copparo (piazza del Popolo) è quasi un dialogo tra le parole di Cederna e del cantautore. La scenografia minimale composta da acqua, massi e sedie dà allo spettatore tutto ciò di cui ha bisogno.
Cederna, che cos’è “Da questa parte del mare”?
«È uno spettacolo che parla di umanità, che racconta di immigrazione ma senza cadere nell’ideologia. Credo che sia questo uno dei suoi punti di forza. Sul palco si raccontano storie di vita, di mare, di fuga e di speranza. Spesso ci dimentichiamo delle tante persone che ogni giorno affrontano il Mediterraneo per raggiungere un “mondo migliore”, ce ne dimentichiamo perché siamo presi dai nostri problemi ma ci sono, esistono e non possiamo ignorarle. È un lavoro complesso ma in questo primo spaccato di tournée, abbiamo notato con piacere che il pubblico apprezza il lavoro anche nella sua durezza e complessità».
Perché raccontare queste storie? Cosa cambia dalle pagine alla scena?
«Ho conosciuto e lavorato con Gianmaria in diverse occasioni. Il libro da cui è tratto lo spettacolo omonimo, è frutto di quindici, diciotto anni di lavoro. Testa ha iniziato a raccogliere storie di immigrazione fin dal principio di questo evento epocale. Ha scritto poesie e canzoni per narrare di persone arrivate dall’Africa. “Da questa parte del mare” è composto da tre fattori; l’anima è di Gianmaria, poi Giorgio Gallione ha messo la propria impronta e con la sua regia ha trasformato le storie in uno spettacolo teatrale; poi ci sono io che sono il testimone, colui che in scena vive queste esperienze».
Qual è secondo lei l’eredità lasciata da Testa?
«Penso che ci abbia lasciato una lezione sull’importanza delle parole e sul loro peso. Era un cantautore e prima ancora un poeta. Gianmaria sceglieva le parole con estrema attenzione, lavorava come un artigiano. Aveva la capacità di guardare il mondo con occhi curiosi, il suo sguardo era profondo, acuto e sapeva raccontarlo con grande umanità. Ci ha lasciato tanta bellezza».
C’è stato un fattore scatenante che ha spinto prima Testa e poi voi a raccontare queste storie?
«Forse un ricordo di infanzia. Gianmaria raccontava di una reminiscenza che aveva spesso. Si ricordava di sé a otto anni, ospite a un matrimonio in cui sua madre cantava canzoni che parlavano di partenze. Pur essendo bambino si accorse della sua commozione, cosa che non dimenticò. Anzi, forse parte tutto da lì, da quelle canzoni, da quegli occhi; da quei ricordi».
Quarant’anni tra palco, tv e cinema. Quanto ha influito la sua vita nella professione e viceversa?
«Molto, credo. Questo spettacolo ne è un esempio perché ho un legame particolare con il Mediterraneo, le sue isole e le sue storie. A dicembre debutterò a Roma in un nuovo spettacolo e sarò Mozart. Sono molto legato al grande compositore perché fu uno dei primi personaggi che interpretai a teatro. Nel 1987 fui Mozart, mentre Umberto Orsini interpretava Salieri. “Mozart, il sogno di un clown”, questo il titolo del nuovo allestimento, richiama le mie origini perché nel ’77 iniziai come artista di strada e vestivo i panni del pagliaccio. Ecco, è tutto un po’ collegato».
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