gruppo Ada
Gli archeologi dell’aria: studi e scavi per passione
Archeologia, pura e semplice. È quella che mettono in pratica gli Archeologi dell'Aria. Un lavoro che vola sul filo della memoria e poi si aggancia alla documentazione, nasce dai ricordi e cresce con...
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Archeologia, pura e semplice. È quella che mettono in pratica gli Archeologi dell'Aria. Un lavoro che vola sul filo della memoria e poi si aggancia alla documentazione, nasce dai ricordi e cresce con la ricerca.
Gli AdA sono un gruppo di volontari. La sede è a Ro. Un capannone, messo a disposizione dall'amministrazione comunale. I volontari vengono da diversi centri vicini, da Ferrara e da fuori provincia. Fabio Raimondi è il presidente, e ci riceve con uno dei volontari, Andrea Baroni. Mostrano il magazzino, dove lavorano per recuperare al meglio i reperti. C'è un terribile odore di aceto, usato per ripulire quanto recuperato. Casse ben ordinate e catalogate. Non c'è una struttura permanente in cui esporre il materiale recuperato. Si spera che l'Unione Terre e fiumi possa aiutare in tal senso.
«Avevo cominciato – parte Raimondi - a muovermi con un altro gruppo. Anni fa. Nel 2009 avviai un blog. Si parlava, ci si informava, si discuteva. Poi l'AdA. In pochi. Eravamo sei. Noi cominciamo dai racconti, dalle storie dei testimoni. Individuiamo la zona e chiediamo l'assenso ad intervenire: sondaggi, metal detector e così via. E visto che nel territorio ci sono anche scavi archeologici attivi, contattiamo la Sovrintendenza. I nostri sono scavi archeologici veri e propri, ne seguono i principi . Risultati e reperti sono trattati in modo scientifico e rispettoso».
Contemporaneamente, grazie al grande lavoro «dei nostri specialisti storici, come il vice presidente Gianluca Mazzanti, di Bologna, cerchiamo la documentazione sull'attività bellica in zona, e poi, partendo dai reperti che eventualmente troviamo, che a volte riportano numeri di serie, o nomi o altro, riusciamo ad identificare l'aereo, chi lo pilotava. Non è facile - continua il presidente: serve un lavoro certosino. Poi, abbiamo anche dei buoni contatti con organizzazioni straniere come il Dpaa, che è l'organismo americano che si occupa dei caduti e dispersi in azione. Ci sono stati molte missioni su quella che veniva chiamata Po Valley, specie delle aviazioni alleate».
Una volta identificato il sito, cominciano gli scavi. «Di solito durano un paio di giorni: sabato e domenica. Lavoriamo tutti, e dobbiamo impiegare il tempo libero. Togliamo strato dopo strato, setacciamo, recuperiamo, andando in profondità. A volte il proprietario del fondo ci fornisce dei reperti che ha raccolto nel corso del tempo. Sono utilissimi, permettono di identificare l'aereo, i piloti. A noi preme ricostruire una storia, delle vite».
Gli AdA sono un gruppo di volontari. La sede è a Ro. Un capannone, messo a disposizione dall'amministrazione comunale. I volontari vengono da diversi centri vicini, da Ferrara e da fuori provincia. Fabio Raimondi è il presidente, e ci riceve con uno dei volontari, Andrea Baroni. Mostrano il magazzino, dove lavorano per recuperare al meglio i reperti. C'è un terribile odore di aceto, usato per ripulire quanto recuperato. Casse ben ordinate e catalogate. Non c'è una struttura permanente in cui esporre il materiale recuperato. Si spera che l'Unione Terre e fiumi possa aiutare in tal senso.
«Avevo cominciato – parte Raimondi - a muovermi con un altro gruppo. Anni fa. Nel 2009 avviai un blog. Si parlava, ci si informava, si discuteva. Poi l'AdA. In pochi. Eravamo sei. Noi cominciamo dai racconti, dalle storie dei testimoni. Individuiamo la zona e chiediamo l'assenso ad intervenire: sondaggi, metal detector e così via. E visto che nel territorio ci sono anche scavi archeologici attivi, contattiamo la Sovrintendenza. I nostri sono scavi archeologici veri e propri, ne seguono i principi . Risultati e reperti sono trattati in modo scientifico e rispettoso».
Contemporaneamente, grazie al grande lavoro «dei nostri specialisti storici, come il vice presidente Gianluca Mazzanti, di Bologna, cerchiamo la documentazione sull'attività bellica in zona, e poi, partendo dai reperti che eventualmente troviamo, che a volte riportano numeri di serie, o nomi o altro, riusciamo ad identificare l'aereo, chi lo pilotava. Non è facile - continua il presidente: serve un lavoro certosino. Poi, abbiamo anche dei buoni contatti con organizzazioni straniere come il Dpaa, che è l'organismo americano che si occupa dei caduti e dispersi in azione. Ci sono stati molte missioni su quella che veniva chiamata Po Valley, specie delle aviazioni alleate».
Una volta identificato il sito, cominciano gli scavi. «Di solito durano un paio di giorni: sabato e domenica. Lavoriamo tutti, e dobbiamo impiegare il tempo libero. Togliamo strato dopo strato, setacciamo, recuperiamo, andando in profondità. A volte il proprietario del fondo ci fornisce dei reperti che ha raccolto nel corso del tempo. Sono utilissimi, permettono di identificare l'aereo, i piloti. A noi preme ricostruire una storia, delle vite».
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