«I giovani non sanno vedere il futuro? Insegnamogli a farlo»
Segrè scrive alla generazione Z, le sue lettere in un volume L’autore: dati allarmanti, diamo una scossa a questa realtà
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Una lettera appassionata rivolta alle nuove generazioni, agli adolescenti e ai trentenni. Questo è “Il gusto per le cose giuste. Lettera alla generazione Z”, ultima fatica letteraria di Andrea Segrè edita da Mondadori. L’opera del prolifico scrittore e professore universitario, è una sorta di manifesto politico che sprona quei giovani che non lavorano e non studiano a partecipare più attivamente alla vita sociale. Il modo per farlo e “uscire dal tunnel”, secondo Segrè esiste. Quale sarebbe? Imparare a guardare il presente da differenti angolazioni, mettendo in pratica i diversi consigli che si riferiscono a quello che lui definisce un dolce “stilmedio”, ovvero un modo di vivere basato sull’equilibrio personale, sulla cura delle altre persone, sull’ecologia e sulla circolarità dell’economia. Una specie di manuale su come trovare se stessi, concetto fin troppo utilizzato e consigliato, ma che in pochi sanno come mettere in pratica.
Segrè, perché scrivere un libro rivolto ai giovani?
«Il mio mestiere di professore mi porta a stare a contatto con i giovani, anche se quelli a cui insegno li ritengo una minoranza fortunata. In realtà il mio libro si rivolge a quella parte di giovani che sembra non avere alcuna prospettiva di vita. Che non lavorano e non studiano. Nel libro si trovano dati piuttosto inquietanti riguardanti questa parte di popolazione. Avevo ed ho l’obbiettivo di trasmettere loro una visione del mondo che deriva dalla mia esperienza. È bene che comincino a prendere visione del futuro, perché saranno loro i protagonisti. Le decisioni le stiamo prendendo noi, della mia generazione, per loro, ma ritengo che dovrebbero intervenire di più di quanto non accade, forse perché non sanno in che modo. La mia sfida è questa».
Perché questa generazione non riesce ad immaginare il proprio futuro?
«Probabilmente perché questa crisi, che non possiamo solo ricondurre agli ultimi dieci anni, ci ha fatto piombare in un contesto molto particolare, in cui il mondo cambia molto rapidamente. Non solo, anche i lavori cambiano, forse più in fretta di quanto non faccia la formazione che serve per prepararci ad essi. C’è una situazione di squilibrio che prima non c’era a livello globale. La generazione a cui mi rivolgo vive nel paradosso di poter leggere tutto e subito, ma la qualità delle notizie che legge non li aiuta nel processo di ambientamento in questo mondo che cambia così rapidamente e quindi si trovano in difficoltà».
Pensa che i giovani troveranno le prospettive che al momento sembrano assenti?
«Di questo ne sono certo, lo vedo quando parlo coi ragazzi a cui insegno all’università. La vera sfida è far partecipare anche gli altri. Capisco che il metodo che utilizzo, un libro, forse non è dei più moderni, però il messaggio è molto forte. Non fatevi fregare! La cultura porta guadagno, non è vero il contrario. Nel mondo di oggi, non studiare, non essere informati, è una follia che si paga nel tempo. Questo è il messaggio politico del libro».
Ma la tecnologia, secondo lei, ha contribuito a togliere l’immaginazione dei giovani?
«Non saprei. Non essendo così tecnologico non so rispondere con certezza. Quello che so è che la tecnologia, anche nella mia vita, quando è troppa diventa un problema. Prendiamo come esempio le mail. Mi fanno risparmiare il costo dei francobolli e un sacco di tempo, ma arrivano talmente tante cose ad ogni ora che si fa fatica a scegliere cosa sia più importante e cosa no. Questo eccesso forse dobbiamo imparare a contenerlo. Stesso discorso vale per internet, troviamo un sacco di cose ma non sappiamo più distinguere le cose autorevoli da quelle meno autorevoli. Per fare un paragone, potremmo citare il cibo. È importantissimo per noi, ma quando è troppo fa stare male. Per la tecnologia è uguale».
Samuele Melloni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Segrè, perché scrivere un libro rivolto ai giovani?
«Il mio mestiere di professore mi porta a stare a contatto con i giovani, anche se quelli a cui insegno li ritengo una minoranza fortunata. In realtà il mio libro si rivolge a quella parte di giovani che sembra non avere alcuna prospettiva di vita. Che non lavorano e non studiano. Nel libro si trovano dati piuttosto inquietanti riguardanti questa parte di popolazione. Avevo ed ho l’obbiettivo di trasmettere loro una visione del mondo che deriva dalla mia esperienza. È bene che comincino a prendere visione del futuro, perché saranno loro i protagonisti. Le decisioni le stiamo prendendo noi, della mia generazione, per loro, ma ritengo che dovrebbero intervenire di più di quanto non accade, forse perché non sanno in che modo. La mia sfida è questa».
Perché questa generazione non riesce ad immaginare il proprio futuro?
«Probabilmente perché questa crisi, che non possiamo solo ricondurre agli ultimi dieci anni, ci ha fatto piombare in un contesto molto particolare, in cui il mondo cambia molto rapidamente. Non solo, anche i lavori cambiano, forse più in fretta di quanto non faccia la formazione che serve per prepararci ad essi. C’è una situazione di squilibrio che prima non c’era a livello globale. La generazione a cui mi rivolgo vive nel paradosso di poter leggere tutto e subito, ma la qualità delle notizie che legge non li aiuta nel processo di ambientamento in questo mondo che cambia così rapidamente e quindi si trovano in difficoltà».
Pensa che i giovani troveranno le prospettive che al momento sembrano assenti?
«Di questo ne sono certo, lo vedo quando parlo coi ragazzi a cui insegno all’università. La vera sfida è far partecipare anche gli altri. Capisco che il metodo che utilizzo, un libro, forse non è dei più moderni, però il messaggio è molto forte. Non fatevi fregare! La cultura porta guadagno, non è vero il contrario. Nel mondo di oggi, non studiare, non essere informati, è una follia che si paga nel tempo. Questo è il messaggio politico del libro».
Ma la tecnologia, secondo lei, ha contribuito a togliere l’immaginazione dei giovani?
«Non saprei. Non essendo così tecnologico non so rispondere con certezza. Quello che so è che la tecnologia, anche nella mia vita, quando è troppa diventa un problema. Prendiamo come esempio le mail. Mi fanno risparmiare il costo dei francobolli e un sacco di tempo, ma arrivano talmente tante cose ad ogni ora che si fa fatica a scegliere cosa sia più importante e cosa no. Questo eccesso forse dobbiamo imparare a contenerlo. Stesso discorso vale per internet, troviamo un sacco di cose ma non sappiamo più distinguere le cose autorevoli da quelle meno autorevoli. Per fare un paragone, potremmo citare il cibo. È importantissimo per noi, ma quando è troppo fa stare male. Per la tecnologia è uguale».
Samuele Melloni
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