“Il trapezista”, storia di una Ferrara che ormai è solo passato
«L’amore è una costante in tutto il libro, ma non si tratta di quello tradizionale: c’è anche l’amore per sé, per le difficoltà che si affrontano, per le paure più profonde, per i genitori. E sarà un...
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«L’amore è una costante in tutto il libro, ma non si tratta di quello tradizionale: c’è anche l’amore per sé, per le difficoltà che si affrontano, per le paure più profonde, per i genitori. E sarà un sentimento necessario a risarcire il protagonista e a chiudere il cerchio». Queste le parole di Marco Gulinelli, che ha presentato Il trapezista (La nave di Teseo) insieme a Ivano Marescotti alla Libreria Ibs+Libraccio di Ferrara.
La quotidianità di un bar come Settimo, ad esempio, con il ricordo di Norberto che appariva in sala, è lo spazio dove Marcello Codeluppi recupera il filo della sua esistenza grazie ad un incontro inaspettato. Sono stati proprio i luoghi dell’esperienza a legare la penna di Gulinelli alla scrittura totale di Roberto Pazzi, alle pellicole di Fellini e di Soldini, agli scatti di Luigi Ghirri. Al fotografo reggiano, infatti, non importava immortalare i singoli individui quanto il passaggio dell’umanità, il tratto somatico che qualche essere umano aveva lasciato facendo del suo meglio, o concedendo alla terra in cui credeva il massimo di sé.
«Ho cercato di identificare la zona d’ombra nella quale il fallimento latente delle persone è sempre pronto a rivelarsi. Mi appassiona scoprire le piccole verità attraverso gli altri – ha concluso Gulinelli durante la presentazione –. Nel corso del tempo la mia Ferrara ha perso qualcosa di intangibile: vorrei ritrovare la gente che usciva di casa con la speranza sul viso. Quella sorta di spensieratezza che poco a poco è svanita, possiamo recuperarla». (mat.bia.)
La quotidianità di un bar come Settimo, ad esempio, con il ricordo di Norberto che appariva in sala, è lo spazio dove Marcello Codeluppi recupera il filo della sua esistenza grazie ad un incontro inaspettato. Sono stati proprio i luoghi dell’esperienza a legare la penna di Gulinelli alla scrittura totale di Roberto Pazzi, alle pellicole di Fellini e di Soldini, agli scatti di Luigi Ghirri. Al fotografo reggiano, infatti, non importava immortalare i singoli individui quanto il passaggio dell’umanità, il tratto somatico che qualche essere umano aveva lasciato facendo del suo meglio, o concedendo alla terra in cui credeva il massimo di sé.
«Ho cercato di identificare la zona d’ombra nella quale il fallimento latente delle persone è sempre pronto a rivelarsi. Mi appassiona scoprire le piccole verità attraverso gli altri – ha concluso Gulinelli durante la presentazione –. Nel corso del tempo la mia Ferrara ha perso qualcosa di intangibile: vorrei ritrovare la gente che usciva di casa con la speranza sul viso. Quella sorta di spensieratezza che poco a poco è svanita, possiamo recuperarla». (mat.bia.)
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