«Mescolare libri e grande schermo è fare spettacolo»
L’attore Marescotti in città tra ricordi e futuro «Sul set con Vancini ma non scordo il teatro»
4 MINUTI DI LETTURA
All’attivo può vantare oltre un centinaio di film e di fiction, Ivano Marescotti, da L’aria serena dell’ovest di Silvio Soldini a Dichiarazioni d’amore di Pupi Avati, sino a Hannibal di Ridley Scott e King Arthur di Antoine Fuqua. In questi giorni l’attore ravennate ha ritrovato l’atmosfera che rende Ferrara unica nel suo genere, tra le pagine del secondo romanzo di Marco Gulinelli, Il trapezista. «Vorrei fare un film su questo libro e vorrei esserne tanto il protagonista», è stata la sua affermazione affettuosa mentre leggeva all’Ibs+Libraccio. Senza dimenticare, però, che tra poco più di un mese sarà sul grande schermo in buona compagnia: A casa tutti bene è il nuovo film che Gabriele Muccino ha previsto per il prossimo San Valentino, e i panni del capofamiglia toccheranno a Marescotti.
Nel corso della sua lunga carriera ha mai percepito il confine tra la letteratura e la sua rappresentazione?
«Affatto. Da dieci anni a questa parte - risponde l’attore - sono autore di una serie intitolata Lo schermo sul leggìo, nella quale metto insieme un libro a un film corrispondente, componendo drammaturgicamente una narrazione ricavata dai punti di coincidenza. Poi convoco un attore a interpretare le pagine che si uniscono al racconto del film».
E i libri quanto sono entrati in scena?
«Ho sempre mescolato letteratura, cinema e teatro, in un unico spettacolo che durava poco più di un’ora. Se in teatro di fronte a chi recita il pubblico è distante, al cinema c’è solo un microfono, non serve modulare l’impostazione della voce. Il cinema, d’altro canto, permette i primi piani che il teatro non concepisce, essendo dominato dalla figura intera. E gli attori devono adeguarsi al cambio di linguaggio».
Della Ferrara “set ideale” cosa salverebbe?
«Nel 1984 ho lavorato con il grande Florestano Vancini, girando con lui La neve nel bicchiere, ambientato nella campagna di Bagnacavallo. Sono un romagnolo che vive a pochi passi dall’Emilia, mi sento legato alla vostra città dal mio bagaglio culturale».
Perché considera Il trapezista un buon inizio per una pellicola?
«È composto da immagini intense che avvalorano la nostra tradizione cinematografica. Per Fellini il circo era un elemento fondamentale, ad esempio. Ci sono passaggi molto forti, vere e proprie sequenze che restituiscono concretamente ciò che raffigura la scrittura per Gulinelli».
Il plot di A casa tutti bene parrebbe concorde...
«Essendo ambientato su un’isola conosciuta con tutta la sua carica simbolica, le immagini non mancano di certo. L’isola sarebbe metaforicamente la famiglia che si riunisce. Si tratta di una commedia drammatica, che mette in relazione i personaggi all’interno di rappresentazioni affettive».
Più che un’odissea nostrana, pare una sorta di castello dei destini incrociati, per tornare a un tributo letterario. I personaggi, legati tra loro in modo stretto, s’incontrano dopo tanto tempo, portando alla luce quello che i familiari non si aspettano.
«Quando si è uniti da un rapporto di sangue, talvolta il livello di affetto non corrisponde al grado di parentela… specie se sono molto vicini come le coppie moglie-marito, i fratelli o i cugini. Muccino, in particolare, ne è l’espressione diretta; conosciamo le avventure e le disavventure affrontate con fratello e moglie, per cui è evidente la dose di autobiografia che riflette pure il suo vissuto».
A proposito, è stato proprio il regista ad affermare che ognuno di voi «ha portato sul set qualcosa di sé». Lei, cos’ha portato al nonno?
«Il padre dei tre fratelli insiste che conducano sull’isola ogni parente possibile per riunirsi. È talmente compatta la situazione, trattandosi di una costrizione improvvisa e accidentale, che nel giro di un paio di giorni le tensioni celate e mai scoperte esplodono».
Allora A casa tutti bene è un titolo ironico…
«Certo,del resto, spesso le violenze si consumano in ambito familiare, anche rispetto a quelle sessuali o agli omicidi. Senza girarci intorno, significa che la famiglia non è il nido che si crede, non sempre».
È la cifra di Muccino: comincia dal minimo quotidiano per espandersi all’universo sociale italiano.
«Parte da questo presupposto, è una commedia sincera. D’altronde, la sua storia affonda le radici nella provincia del dopoguerra; basti ricordare Divorzio all’italiana e i guai che venivano a galla a causa dell’ipocrisia degli anni ’50 e ’60».
Nel cast ha ritrovato qualche collega che le mancava?
«Eravamo circa una ventina e ho lavorato con almeno i due terzi di loro. Sono stato più volte il papà di Accorsi e di Favino. Sono già stato anche il marito della Sandrelli. Ecco - saluta Marescotti - mi mancava giusto Muccino e viceversa».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nel corso della sua lunga carriera ha mai percepito il confine tra la letteratura e la sua rappresentazione?
«Affatto. Da dieci anni a questa parte - risponde l’attore - sono autore di una serie intitolata Lo schermo sul leggìo, nella quale metto insieme un libro a un film corrispondente, componendo drammaturgicamente una narrazione ricavata dai punti di coincidenza. Poi convoco un attore a interpretare le pagine che si uniscono al racconto del film».
E i libri quanto sono entrati in scena?
«Ho sempre mescolato letteratura, cinema e teatro, in un unico spettacolo che durava poco più di un’ora. Se in teatro di fronte a chi recita il pubblico è distante, al cinema c’è solo un microfono, non serve modulare l’impostazione della voce. Il cinema, d’altro canto, permette i primi piani che il teatro non concepisce, essendo dominato dalla figura intera. E gli attori devono adeguarsi al cambio di linguaggio».
Della Ferrara “set ideale” cosa salverebbe?
«Nel 1984 ho lavorato con il grande Florestano Vancini, girando con lui La neve nel bicchiere, ambientato nella campagna di Bagnacavallo. Sono un romagnolo che vive a pochi passi dall’Emilia, mi sento legato alla vostra città dal mio bagaglio culturale».
Perché considera Il trapezista un buon inizio per una pellicola?
«È composto da immagini intense che avvalorano la nostra tradizione cinematografica. Per Fellini il circo era un elemento fondamentale, ad esempio. Ci sono passaggi molto forti, vere e proprie sequenze che restituiscono concretamente ciò che raffigura la scrittura per Gulinelli».
Il plot di A casa tutti bene parrebbe concorde...
«Essendo ambientato su un’isola conosciuta con tutta la sua carica simbolica, le immagini non mancano di certo. L’isola sarebbe metaforicamente la famiglia che si riunisce. Si tratta di una commedia drammatica, che mette in relazione i personaggi all’interno di rappresentazioni affettive».
Più che un’odissea nostrana, pare una sorta di castello dei destini incrociati, per tornare a un tributo letterario. I personaggi, legati tra loro in modo stretto, s’incontrano dopo tanto tempo, portando alla luce quello che i familiari non si aspettano.
«Quando si è uniti da un rapporto di sangue, talvolta il livello di affetto non corrisponde al grado di parentela… specie se sono molto vicini come le coppie moglie-marito, i fratelli o i cugini. Muccino, in particolare, ne è l’espressione diretta; conosciamo le avventure e le disavventure affrontate con fratello e moglie, per cui è evidente la dose di autobiografia che riflette pure il suo vissuto».
A proposito, è stato proprio il regista ad affermare che ognuno di voi «ha portato sul set qualcosa di sé». Lei, cos’ha portato al nonno?
«Il padre dei tre fratelli insiste che conducano sull’isola ogni parente possibile per riunirsi. È talmente compatta la situazione, trattandosi di una costrizione improvvisa e accidentale, che nel giro di un paio di giorni le tensioni celate e mai scoperte esplodono».
Allora A casa tutti bene è un titolo ironico…
«Certo,del resto, spesso le violenze si consumano in ambito familiare, anche rispetto a quelle sessuali o agli omicidi. Senza girarci intorno, significa che la famiglia non è il nido che si crede, non sempre».
È la cifra di Muccino: comincia dal minimo quotidiano per espandersi all’universo sociale italiano.
«Parte da questo presupposto, è una commedia sincera. D’altronde, la sua storia affonda le radici nella provincia del dopoguerra; basti ricordare Divorzio all’italiana e i guai che venivano a galla a causa dell’ipocrisia degli anni ’50 e ’60».
Nel cast ha ritrovato qualche collega che le mancava?
«Eravamo circa una ventina e ho lavorato con almeno i due terzi di loro. Sono stato più volte il papà di Accorsi e di Favino. Sono già stato anche il marito della Sandrelli. Ecco - saluta Marescotti - mi mancava giusto Muccino e viceversa».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
