La Nuova Ferrara

Al MoMa di New York una retrospettiva dedicata ad Antonioni

Al MoMa di New York una retrospettiva dedicata ad Antonioni

Vengono proiettate 60 pellicole conservate digitalmente Da “Gente del Po” fino agli ultimi “Eros” e “Lo sguardo”

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Ferrara protagonista a New York grazie ad uno dei suoi maggiori maestri, il regista Michelangelo Antonioni. È stata infatti inaugurata una retrospettiva completa con tutti i film e i documentari e, in anteprima, il volume inedito My Antonioni, il “ritratto autobiografico” curato da Carlo Di Carlo.

Ad oltre dieci anni dalla scomparsa avvenuta a fine luglio 2007, quasi in contemporanea con un altro grande del Cinema “par suo”, Ingmar Bergman, ed alla fine di un anno che ha visto celebrazioni in grandi festival e città nel mondo, anche New York rende omaggio ad Antonioni, al “Maestro”, alla sua influenza continua, ad uno dei padri del cinema moderno. E lo fa nel luogo che più ideale non si potrebbe, per lui che tanto amava l’arte e la inseriva in ogni suo capolavoro: il Museum of Modern Art di New York, il MoMA, che accoglie ed organizza, in collaborazione con l’Istituto Luce Cinecittà, la sua più completa retrospettiva cinematografica da 10 anni a questa parte.

“The Michelangelo Antonioni Retrospective” si tiene nei Roy e Niuta Titus Theaters del MoMA fino al 7 gennaio 2018 e presenterà in quasi 40 pellicole in 35 millimetri e digitalmente conservate, l’opera completa del Maestro (quasi 60 anni di lavoro), dai primi corti documentari - a cominciare da quel Gente del Po del 1945-’47 che oggi si guarda e si legge come un piccolo testo archetipico del Neorealismo, come è noto ideato prima “su carta” - fino ad Eros e Lo sguardo di Michelangelo, i suoi finali capi d’opera, creati anche grazie alla perseveranza della moglie Enrica Fico.

Tutti i capolavori “scorreranno”, fiume di cultura, immagini, pieni dell’occhio di Antonioni, il suo lungimirante ed anticipatore occhio: dall’esordio di Cronaca di un amore (per alcuni critici anglosassoni la nascita del cinema moderno) alla “Trilogia dell’Incomunicabilità”, ai capolavori internazionali e vere pietre miliari come Blow-up, Zabriskie Point, Professione: reporter.

Si perverrà alla prima visione newyorchese di un documentario a tutt’oggi discusso ed imprescindibile anche e, forse, soprattutto, politicamente, come Chung Kuo, Cina (1972), ed ai bio-profili che negli anni gli hanno dedicato Lino Micciché, suo grande intervistatore, Carlo Di Carlo, il suo biografo per eccellenza, la stessa moglie Enrica Fico, Gianni Massironi, l’amico e sodale di sempre.

Film di apertura della retrospettiva-evento è stato Il deserto rosso, in una nuova versione restaurata digitalmente in 4K da Centro sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e Luce - Cinecittà, presente la moglie. C’è stato pure, in apertura, un essenziale avvenimento editoriale: la presentazione del volume My Antonioni', curato da Di Carlo, il collaboratore e amico di una vita di Antonioni, scomparso nel 2016 che, a posteriori, ci regala una sorta di autobiografia elaborata attraverso le pure parole, dichiarazioni, interviste, pezzi di conversazioni del regista. Un autoritratto dal vivo, l’omaggio del suo più accorato studioso, oltreché un gesto di grande amicizia cinematografica. Il volume è stato presentato all’Istituto italiano di cultura di New York dal professor David Forgacs, da Antonio Monda e dalla scrittrice Lila Azam Zanganeh. L’edizione italiana, intitolata Il mio Antonioni, sarà prossimamente pubblicata da Istituto Luce Cinecittà e da Cineteca di Bologna.

La “Retrospettiva Antonioni” in un luogo come il Museo d’Arte Moderna di New York, lungi dall’essere un tributo di circostanza, si prefigura come un momento ideale di verifica del potere dell’immagine. Antonioni, in primis nel suo dialogo con il visuale, poi con il linguaggio figurativo, con l’arte, che nel suo cinema da oggetto si fa protagonista, come il paesaggio per Giorgione o la retrospettiva per Piero della Francesca, due grandi amori “nativi” di Antonioni. Il Museo non è allora il luogo di esposizione del suo cinema, ma il laboratorio dove “vedere e confrontare” le immagini del contemporaneo. Ed è un momento di confronto tra Antonioni e la platea americana. Un confronto ed uno scambio che ha molto ispirato il regista che, a sua volta, come è ben noto, ha a sua volta enormemente influenzato, fino ai giorni nostri, il cinema americano (Shepard, il “tedesco” Wenders, per non citare che alcuni autori, pure suoi collaboratori, fra l’altro), sia per i suoi risultati che per i suoi frequenti richiami a nuove sfide espressive: Zabriskie Point ne fu la pietra miliare. Una verifica, semmai ce ne fosse bisogno, grazie alla prima retrospettiva nella Grande Mela da anni, della tenuta “nel tempo” del cinema e dei film di Antonioni, di come il tempo reagisce ad un cinema che ha sempre lanciato delle sfide al presente e guardato - quasi un “terzo occhio” - sempre più in là, molto più in là...

Maria Cristina Nascosi

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