La Nuova Ferrara

Una nebbia da morire Scansani racconta quattro storie padane

Una nebbia da morire Scansani racconta quattro storie padane

La pianura coperta dalla bruma è un mondo metafisico  in cui si muovono personaggi strambi e nostranissimi  

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Chi non ha paura di perdersi nella nebbia fitta? Di smarrirsi? Restare solo e passare dritto all’altro mondo? A queste domande con esito onirico, anzi fumogeno e un po’noir, rispondono i quattro racconti contenuti nel libro “Nebbie” di Stefano Scansani.

Unico fenomeno atmosferico che non precipita ma sale, avvolge la Valpadana, è una fregatura. Post carducciana la nebbia si fa gaddiana quando si trasforma in fümana, e assume spessore alla Brera (nel senso non dell’Accademia milanese ma di Gianni) nel momento in cui incute quel timor panico che solo noi «nebbionati – dice l’autore – riusciamo a capire». Il giochetto linguistico dei “nebbionati” riguarda Mantova come Ferrara, Modena come Reggio, l’intero catino padano che infatti produce l’aerosol della pianura. Pesante, resistente, minaccevole.

Una paura antropologica la nostra, che con la nebbia ci deve convivere fra ottobre e febbraio. La nebbia ci tempra. Ci vaccina. Una volta scampati alla full immersion dentro il suo umidore che ci entra nel corpo e nell’anima, possiamo affrontare qualsiasi clima e andare ovunque, dagli Appennini alle Ande. Però intanto lei è qui.

Stefano Scansani, nato e formato alla Gazzetta di Mantova, ex direttore della Nuova Ferrara, è oggi il direttore della Gazzetta di Reggio. Le sue sono quattro storie di nebbia da morire, con diritture d’arrivo amabilmente tragiche, scandite fra la nebbia aurorale, quella del giorno, quell’altra del tramonto, infine quella notturna. Il libro è il seguito narrativo de “La fabbrica della nebbia – Mito e meteo in Valpadana”, uscito nel 2009”.

Strambi e nostranissimi i personaggi che popolano la bruma: c’è chi insieme all’intera pelle perde la gamba di legno che sporge dall’Ape con cui trasporta la frutta; chi defunge – il fachiro Menelik – di rana trangugiata e non vomitata. Segue una storia d’amore e morte, con pennellessa arma del delitto: l’imbianchino cornuto si allea con la nebbia e sostituendosi criminalmente all’Anas dipinge una nuova mezzeria che porterà la fedifraga Jolanda e il suo amante a inabissarsi in un canale. Fatti presi dalla cronaca e trasformati in letteratura. Nella sequenza dei racconti c’è anche una quasi autobiografia, rivoltata in fiction. Ecco il professore universitario e consorte il cui Pendolino, che sfreccia da Roma a Mantova, varcato l’Appennino si guasta venendo sostituito dal pullman. La gara d’appalto del servizio è stata vinta da una ditta di Bari e sulla fiancata del bus campeggia beffardamente la scritta “La terra del sole” . Tra Carpi, Rolo e Reggiolo si entra in un mondo metafisico. Quello della nebbia.



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