La Nuova Ferrara

Scoperta la verità sul decesso del sergente argentano Donati

di DAVIDE BONESI
Scoperta la verità sul decesso del sergente argentano Donati

Scomparso nel lager tre giorni prima della liberazione a causa di un fungo velenoso

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Questa è la tragica vicenda di Federico Donati, sergente argentano della Brigata Acqui, scampato all’eccidio di Cefalonia (isola greca) l’8 settembre del 1943, ma catturato dai tedeschi e spedito in un lager a Minsk (l’attuale Bielorussia), morendo a tre soli giorni dalla liberazione da parte dei russi per essersi cibato di funghi velenosi a causa della troppa fame.

La storia di Francesco Donati è emblematica, nato nel 1912 ad Argenta venne chiamato alle armi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, inquadrato nel 317º Fanteria della divisione “Acqui” fu destinato a Cefalonia. La sera probabilmente se ne andava ad Argostoli, al Comando Marina, li c’era lo spaccio, e li veniva affisso il bollettino di guerra. Lì giunse la notizia che Badoglio aveva firmato l’armistizio. I nostri speravano che la guerra fosse finita, invece fu l’inizio dell’inferno.

Seguirono infatti i i combattimenti contro gli ex alleati tedeschi, i cannoni distrutti, gli attacchi degli Stukas e, infine, la cattura. I nostri fecero appena in tempo a rendere gli onori alla bandiera, prima di distruggerla per non farla cadere in mani nemiche. Venne dato l’ordine dal comando italiano di non reagire agli occupanti tedeschi, poi gli ufficiali italiani vennero trucidati, tanto che ancora non è quantificabile il numero delle vittime dell’eccidio, in cui morirono anche carabinieri, finanzieri e marinai.

Ricostruendo la storia di Donati, si scopre che mentre i soldati italiani catturati venivano portati proprio ad Argostoli - come si evence da un diario di un compagno d’arme del sergente argentano -, di fronte all’ospedale da campo di Fragkata videro diversi cadaveri. I tedeschi avevano fucilato duecento persone: dottori, malati, gente con la croce rossa al braccio. Ovunque si avvertiva l’odore di carne bruciata, «sono gli italiani che salgono in cielo» raccontavano ai bambini i vecchi del paese.

Ai primi di ottobre Donati fu imbarcato su un piroscafo che lo portò a Patrasso, lì lo attendevano i tedeschi con i mitra spianati. I prigionieri dopo qualche tempo furono trasferiti ad Atene, dove li aspettava un treno composto da vagoni piombati, carri bestiame circondati da filo spinato. Ogni vagone trasportava quaranta-cinquanta prigionieri, il convoglio diretto a Minsk passò da Sofia e attraversò la Romania, solo tre volte furono aperti gli sportelli dei vagoni per scaricare i morti e per permettere ai prigionieri di soddisfare i bisogni corporali. Niente cibo e niente acqua, i morti venivano abbandonati sui binari. Nella settimana di Natale del 1943 il treno giunse finalmente a Minsk. I nostri militari furono costretti a marciare nella neve dalla stazione al campo, i più indossavano ancora la divisa estiva, ormai ridotta ad uno straccio.

Lo Stalag 352 era composto da baracche di legno, tutt’intorno filo spinato, torrette, fari e mitragliatrici, gli arrivi si susseguivano giornalmente. I prigionieri di guerra o meglio gli IMI (sigla per militari italiani internati) lavoravano in parte nella stazione di Minsk, portavano ai piedi sandali di legno ed indossavano delle specie di pigiami a righe, che non li riparavano certo dal freddo. I diari raccontano di vitto scarso se non inesistente. Ufficiali della Rsi cercarono di farli aderire alla Repubblica sociale ma ottennero un netto rifiuto: dopo quello che avevano visto a Cefalonia i reduci non ne volevano sapere di collaborare con i nazisti. I prigionieri dovevano camminare sempre a testa bassa, non dovevano mai incrociare lo sguardo con i tedeschi, pena bastonate e punizioni.

Fra il dicembre del 1943 e il giugno del 1944 furono cinquemila gli italiani ad essere rinchiusi nel campo per prigionieri di guerra di Masyukovschchina. Molti di questi riposano in Bielorussia, senza più un nome.

L’8 maggio del 1944 Donati scrisse a casa, quella che sarebbe stata l’ultima lettera. Federico Donati, infatti, morirà nello Stalag 352 il 30 giugno del 1944. Tre giorni dopo, il 3 luglio del ’44, le truppe sovietiche entrarono nel campo e liberarono i nostri militari imprigionati.

Donati morì per aver ingerito funghi venefici - come si legge dall’atto di morte -, evidentemente la fame lo aveva reso imprudente e, certo, non poteva sapere che di lì a tre giorni sarebbero stati tutti liberati.

Nel 1944 furono più di cinquemila gli italiani rinchiusi nello Stalag 352 e, come scritto prima, molti di loro rimasero in Bielorussia sepolti nelle fosse comuni. Con loro lo sfortunato argentano Donati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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