La Nuova Ferrara

Dove le cose accadono Fantastichini è Re Lear

di SAMUELE GOVONI
Dove le cose accadono Fantastichini è Re Lear

L’attore: «Sono preoccupato per il futuro di questo Paese»

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Ci sono parole che in una conversazione vengono pronunciate più spesso di altre. Con Ennio Fantastichini queste sono scelta, coerenza, ruolo e responsabilità. Vocaboli che richiamano una leggenda del cinema italiano come Gian Maria Volonté che non a caso, dopo aver lavorato con lui in “Porte aperte” di Gianni Amelio (film del 1990 tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato tre anni prima), lo rivolle poi accanto l’anno successivo in “Una storia semplice”. Anche questo film, diretto da Emidio Greco, fu tratto da un romanzo omonimo di Sciascia. Ennio Fantastichini venerdì arriva sul palco del Teatro Comunale Abbado di Ferrara nei panni di Re Lear.

Il dramma di Shakespeare nell’allestimento di Giorgio Barberio Corsetti è lontana dalla visione barocca che negli anni era stata data all’opera del drammaturgo inglese, anzi, è una sinfonia infernale, in crescendo fino all’apice della demenza e del caos. L’attore ieri era a Fano e prima dell’ultima replica in città, si è raccontato alla Nuova partendo da Shakespeare per arrivare a Volonté, passando prima da De André.

Chi è Re Lear secondo lei?

«Sono io. Lear è tutti i padri che circolano nella nostra galassia. È un uomo che ad un certo punto della vita sceglie di liberarsi di oneri e onori non per “cedere il posto ai giovani”, bensì per scrollarsi di dosso le responsabilità e gozzovigliare allegramente. Re Lear è un vecchio padre che vuole tornare fanciullo, che non vuole rinunciare al divertimento».

Com’è stato misurarsi con questo personaggio?

«È un ruolo che mi ha aperto uno squarcio dentro e mi ha fatto capire cose che da ragazzo non avevo capito. Lear è un uomo viziato e arrogante che ad un certo momento si trasforma ma ormai è troppo tardi e si rende conto che non può più tornare indietro. Penso che questo testo rifletta molto bene l’epoca in cui viviamo. È fresco e contemporaneo, nonostante sia stato scritto nel 1600».

Sul testo poi avete lavorato in maniera particolare, diversa rispetto al passato.

«Sì, penso che Shakespeare sia un autore estremamente popolare ma in passato è stato “barocchizzato”; grave errore. Noi abbiamo cercato, attraverso la regia di Giorgio (Barberio Corsetti, ndr), le scenografie e le nostre interpretazioni, abbiamo cercato di ridargli un sapore popolare. “Re Lear” è un testo pieno di vita e di azione. Si vive, si muore e tutto è violento e brutale. È come stare in mezzo ad una strada dove continuamente accadono cose».

Di padre in padre. In “Fabrizio De André. Principe libero”, il biopic che racconta la vita del cantautore genovese lei è Giuseppe, genitore di Faber. Com’è stato indossare i suoi panni?

«Da padre sono molto attratto da queste figure. Dalle loro vite cerco di imparare e così di ridurre i danni che involontariamente faccio su mio figlio. Sul set ci sono stati momenti di grande commozione. Luca Marinelli è un attore straordinario e una volta cantando La canzone dell’amore perduto, ha fatto venire gli occhi lucidi a tutti, anche a Dori (Ghezzi, ndr). Il film andrà al cinema e poi su Raiuno e questa è la televisione che io definisco “pedagogica”. Fortunatamente c’è ancora qualcosa che ci salva».

Cosa vede intorno a sé?

«Sono molto amareggiato. Vedo l’Italia precipitare, temo che torneremo indietro e questa è una grande delusione. Io cerco di lottare attraverso il mio lavoro, facendo delle scelte ragionate e coerenti con quello che sono e che voglio dire ma la coerenza paga sempre meno. Troppa spazzatura in giro, troppa superficialità e volgarità. Se qualcosa non cambia, questo Paese è destinato all’oblio».

A proposito di scelte e coerenza. Lei ha lavorato con Volonté, un attore simbolo del nostro cinema anche se poi è stato accantonato. Che ricordi ha e cosa resta di lui oggi?

«Ci hanno provato a cancellarlo, è vero, ma nonostante i tentativi non ci sono riusciti. Per me Volonté resterà sempre Il Maestro. Non solo per la sua grandezza professionale, ma anche per quella etica e filosofica. Credo che Volonté si accorse del mio dolore interiore, cercavo continuamente la vita, la poesia. Non mi sono mai definito artista ma ho sempre creduto nella responsabilità e nella forza di questo mestiere. Forse per questo passammo lunghi pomeriggi a parlare e confrontarci. Per me fu un onore e quei giorni a casa sua li porterò sempre con me nel cuore».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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