«Grazie a mio papà e al calcio ho avuto una vita felice»
Gomis, il portiere senegalese della Spal racconta la sua esperienza da integrato «Quando nell’89 mio padre arrivò a Cuneo era guardato come un extraterrestre»
Il portiere della Spal, Alfred Gomis, è stato tra i protagonisti al Museo di Casa Romei della tavola rotonda organizzata dalla neonata Associazione culturale Umanità, che ha avuto come temi le migrazioni e l’integrazione tra differenti culture.
Gomis è intervenuto per ultimo, per raccontare la storia di integrazione della sua famiglia: «Sono un esempio di integrazione - ha detto il portiere della Nazionale del Senegal che andrà ai Mondiali -; il grosso del lavoro lo ha fatto mio papà che è partito dal Senegal nel 1989. Doveva essere qualcosa di transitorio, di passaggio in Italia, poi è rimasto qui. È andato a Cuneo, dove mi ha raccontato che veniva guardato come un extraterrestre, era solo la seconda persona di colore. C’è una premessa, mio papà è una persona molto determinata, siamo arrivati in aereo, abitavamo in una casa molto piccola che era per due persone ma eravamo in 4. Ci ha spianato veramente la strada, faceva l’asfaltatore e ci ha trasmesso anche la passione per il calcio. Io a cinque anni iniziai con il Cuneo e poi al Torino. Da lì è partita la mia trafila, la mia storia, che non è stata facile ma felice sì. A Ferrara sto bene, ho trovato persone cortesi e mi sento a casa».
Era presente in sala anche Ibrahima Mbaye, calciatore senegalese del Bologna, grande amico di Gomis.
In una sala gremita aveva aperto la serie di interventi Francesco Ferroni (presidente Associazione culturale Umanità) che ha sottolineato «la buona riuscita di questo primo convegno dell’associazione in termini di presenze» e ha spiegato la nascita di Umanità, evidenziando come «il fenomeno dei flussi migratori sia inarrestabile e fattore importante che riguarda tutto il mondo. Media e partiti politici danno spesso una errata percezione del fenomeno».
L’assessore comunale Chiara Sapigni ha evidenziato come sia «un argomento non semplice da affrontare, non gettonato, che va fatto con uno sguardo con meno frasi lanciate come spot. C’è una componente autoctona che si sente meno sicura solo per la presenza di chi non è nato qui. Questi momenti per riflettere assieme ci arricchiscono».
Paolo Magri, vicepresidente esecutivo e direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, ha aggiunto: «È un fenomeno molto complesso, chi ha soluzioni facili come “accogliamo tutti” o “respingiamo tutti” racconta balle. Impossibile fare l’anima bella e pure l’opposto, già nel termine migrante vengono messe situazioni molto diverse. La maggior parte dei migranti si sposta in Africa, da un Paese poverissimo a uno meno povero. Non sono tutti qui, la Giordania ha un terzo della popolazione di rifugiati, sarebbe come se noi ne avessimo 20 milioni. Il mito di “arrivano tutti da noi” va sfatato: Turchia, Giordania e Libano viaggiano su altri numeri. Chi ha un vero problema “tra virgolette” in Europa è la Svezia».
È intervenuto anche monsignor Massimo Manservigi, vicario della diocesi Ferrara-Comacchio: «Questi sono temi molto cari anche al nostro arcivescovo (Perego, ndr). Non siamo invasi dai musulmani, spesso c’è solo pregiudizio. E grandi invasioni almeno per i prossimi 50 anni non ce ne saranno di certo; ci sono possibilità di fare un buon lavoro di reciproca integrazione».
Andrea Tebaldi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
